Sebastião Salgado e Lélia Deluiz Wanick

Sebastião Salgado con la moglie Lélia Deluiz Wanick, curatrice della mostra al Maxxi

Sebastião Salgado. Amazônia, un viaggio nel cuore della foresta 

Il Maxxi di Roma ospita, fino al 22 febbraio 2022, la tappa italiana di “Sebastião Salgado. Amazônia”, la mostra del celebre fotografo brasiliano, curata da sua moglie, Lélia Wanick Salgado, che espone 200 fotografie scattate nella foresta amazzonica
Ci sono almeno due modi per affrontare la mostra Sebastião Salgado. Amazônia: lasciarsi trasportare dalle immagini, dai suoni, dalle luci, dalle emozioni, dalla musica di Jean-Michel Jarre che accompagna l’allestimento curato da Lélia Wanick Salgado, oppure affrontare l’esposizione come una ricerca sugli Indios dell’Amazzonia e un’indagine su quello che sta facendo il mondo cosiddetto civilizzato alle popolazioni altre.
Il consiglio è di tuffarsi dapprima nelle sale del Maxxi di Roma per immergersi in quel paradiso verde che è la foresta amazzonica e poi di tornare sui propri passi per soffermarsi su ogni scatto e leggere le splendide didascalie che accompagnano e spiegano le altrettanto splendide fotografie del maestro brasiliano.
«Nella fotografia – secondo le parole di Salgado – serve un’identificazione totale e serve il cuore, altrimenti manca tutto: bisogna scegliere un soggetto che si ama. Queste foto sono nate perché ero convinto di essere in paradiso. Avevo il dovere di testimoniare tutta quella bellezza».

Sebastião Salgado. Amazônia, la mostra al MAXXI
La mostra al Maxxi, curata dalla compagna di vita e di lavoro Lélia Deluiz Wanick

Ciò che resta del Paradiso

È un’esperienza totalizzante quella offerta dall’esposizione di questi 200 scatti (visitabile fino al 13 febbraio 2022) che sarà difficile possa lasciare indifferente: preceduta in luglio da un concerto tenuto all’Auditorium Parco della Musica in onore del fotografo e dedicato, Sebastião Salgado. Amazônia vuole una volta di più che il visitatore sia coinvolto in prima persona nell’urgenza di proteggere quello che sin da bambini siamo abituati a chiamare il polmone verde del mondo.
Un polmone che vede assottigliarsi – sempre di più e sempre più velocemente – la sua capacità di assorbire anidride carbonica e produrre ossigeno. Polmone che sempre meno soddisfa il fabbisogno delle tribù che lo abitano, sempre meno le protegge da inondazioni e carestie causate da deforestazione e bracconaggio.
«Le immagini – ha spiegato Sebastião Salgado – vogliono essere la testimonianza di ciò che resta di questo patrimonio immenso, che rischia di scomparire. Spetta a ogni singolo essere umano del pianeta prendere parte alla sua tutela».

Al Maxxi, avvolti dalla foresta

Da qui la scelta di Lélia Wanick Salgado, responsabile del percorso espositivo, nonché compagna di vita e di lavoro del fotografo, di ricreare «un ambiente in cui il visitatore si sentisse avvolto dalla foresta e potesse immergersi sia nella vegetazione rigogliosa sia nella quotidianità delle popolazioni native».

 

La mostra fotografica Sebastião Salgado. Amazônia
L’allestimento “immersivo” della mostra “Sebastião Salgado. Amazônia”
Nella prima parte, le fotografie sono organizzate per ambientazione paesaggistica. Le sezioni vanno dalla Panoramica della foresta, in cui si presenta al visitatore l’Amazzonia vista dall’alto, a I fiumi volanti, una delle caratteristiche più straordinarie e allo stesso tempo meno conosciute della foresta pluviale, ovvero la grande quantità d’acqua che si innalza verso l’atmosfera.
Tutta la forza, a volte devastante, delle piogge è raccontata in Tempeste tropicali, mentre Montagne presenta i rilievi montuosi che definiscono la vita del bacino amazzonico.  Si prosegue con la sezione La foresta, un tempo definita “Inferno Verde”, oggi da vedere come uno straordinario tesoro della natura, per finire con Isole nel fiume, l’arcipelago che emerge dalle acque del Rio Negro. Immagini, poste a diverse altezze e presentate in diversi formati. Tutte in bianco e nero, come da sempre è uso di Salgado per il quale il colore rappresenta un elemento di disturbo.
«Una foto in bianco e nero invece – ha scritto nel volume Dalla mia terra alla Terra (edizioni Contrasto) – è come un’illustrazione parziale della realtà. Chi la guarda, deve ricostruirla attraverso la propria memoria che è sempre a colori, assimilandola a poco a poco. C’è quindi un’interazione molto forte tra l’immagine e chi la guarda. La foto in bianco e nero può essere interiorizzata molto di più di una foto a colori, che è un prodotto praticamente finito».

 

Rio Jaú. Stato di Amazonas, Brasile, 2019 © Sebastião Salgado/Contrasto
Rio Jaú. Stato di Amazonas, Brasile, 2019 © Sebastião Salgado/Contrasto

Sette anni, 190 comunità, oltre 200 scatti

Accanto alle fotografie, l’esposizione si sviluppa in spazi che ricordano le “ocas”, tipiche abitazioni indigene, così da evocare i piccoli e isolati insediamenti umani nel cuore della giungla. Ne scaturisce una testimonianza appassionante delle 48 spedizioni di Salgado nella foresta, ciascuna durata dai due ai quattro mesi, impegnando ogni volta oltre 15 persone così da arrivare nelle aree più difficili da raggiungere.
Sette anni di lavoro sul campo che gli hanno permesso di avvicinarsi, osservare e fotografare la vita di 12 delle circa 190 comunità presenti nella foresta.

Come gli Awá-Guajá, considerati la tribù più minacciata del pianeta (solo 450 membri), o gli Yawanawá, che, sul punto di sparire, hanno ripreso il controllo delle proprie terre e la diffusione della loro cultura, prosperando. Fino ai Korubo, fra le tribù con meno contatti esterni: proprio la spedizione di Salgado nel 2017 è stata la prima occasione in cui un team di documentaristi e giornalisti ha trascorso del tempo con loro. Nella mostra, inoltre, una serie di filmati presentano testimonianze di nativi sulla necessità di salvare la loro cultura e il loro ambiente.

 

Jean-Michel Jarre, un compagno di viaggio sonoro

A sostenere i viaggi, tutti finanziati interamente dalla coppia brasiliana, la Funai, Fundação Nacional do Índio, responsabile della protezione dei popoli indigeni e delle loro terre, e l’Ibam, Istituto brasiliano per i beni ambientali.
«Per ogni spedizione abbiamo ottenuto l’autorizzazione dalla tribù: non si può entrare così nel cuore del territorio senza essere autorizzati. Dopo che viene spiegata ai membri la finalità del viaggio, è la stessa tribù che decide il periodo di visita – ha raccontato Salgado. Gli Indios sono molto curiosi e molto consapevoli di ciò che facciamo. Le comunità sono minacciate ma sono organizzate in associazioni di tutela».
La visita alla mostra è accompagnata da una composizione di Jean-Michel Jarre, ispirata ai suoni autentici della foresta, come il fruscio degli alberi, i versi degli animali, il canto degli uccelli o il fragore dell’acqua che cade a picco dalle montagne. Il pioniere della musica elettronica, nominato ambasciatore dell’Unesco nel 1993, è coinvolto in molti progetti riguardanti la tolleranza e il pluralismo culturale, oltre che la difesa della natura e dell’ambiente.

Il musicista Jean-Michel Jarre
Il musicista Jean-Michel Jarre, ambasciatore Unesco dal 1993, ha creato le musiche della mostra
Per il progetto Amazônia, Jarre ha collaborato attivamente con il team scientifico del Museo Etnografico di Ginevra (Meg) per ricreare il più fedelmente possibile l’identità sonora della foresta e delle persone che la abitano. Il Meg, infatti, conserva una raccolta di circa quaranta ore di archivi sonori dell’Amazzonia, di cui una trentina sono registrazioni originali realizzate in Brasile (Mato Grosso, Rondônia, Pará) e in Guyana tra il 1968 e il 1992.

La foresta come esperienza audio

«Volevo evitare l’approccio etnomusicologico o di creare della musica di sottofondo.» Dell’album di Jarre esiste una versione binaurale, che offre all’ascoltatore un’esperienza sonora particolarmente spettacolare e immersiva: mentre il suono stereo offre un suono direzionale dell’orecchio sinistro/destro, l’audio binaurale, ascoltato in cuffia, crea un’esperienza audio surround 3D, più simile alla percezione uditiva umana. Così Jean-Michel Jarre spiega questa scelta:

«Nella foresta c’è la cultura del nomadismo. Spostarsi da un luogo all’altro, dall’oscurità alla luce, da una dolce quiete a una minaccia latente, avanzare lasciandosi alle spalle la realtà per sprofondare nel potere dei riti e dei sogni. Ho costruito questa colonna sonora come fosse una cassetta degli attrezzi composta da diversi oggetti sonori. L’idea è quella di attraversare questi diversi elementi organici, naturali, etnici, orchestrali ed elettronici, che uno potrebbe incontrare solo vagando in una foresta… per poi lasciarsela alle spalle, come tracce temporanee di un tempo e di uno spazio che non hanno fine».

Indigeni Marubo. Stato di Amazonas, Brasile, 1998. © Sebastião Salgado/Contrasto
Indigeni Marubo. Stato di Amazonas, Brasile, 1998. © Sebastião Salgado/Contrasto

Prossima sfida: portare gli Indios alla Cop. Nonostante Bolsonaro

A spostarsi è anche la mostra che, inaugurata il 7 aprile alla Philharmonie de Paris, dopo Roma toccherà San Paolo, Rio de Janeiro e Londra: «Le immagini  – ha scritto Sebastião Salgado – possono risvegliare le coscienze come una premessa necessaria all’avvio di qualche azione. Un’immagine è come un appello a fare qualcosa, non soltanto a sentirsi turbati o indignati. La foto dice: “Basta! Intervenite, agite!”».

Se Genesi, a Roma nel 2013, era un viaggio fotografico nei 5 continenti per raccontare il tesoro unico e prezioso che è il nostro pianeta e allo stesso tempo un grido di allarme affinché si ripensassero i modelli di consumo e di sviluppo, Sebastião Salgado. Amazônia testimonia ora la bellezza della più grande riserva naturale del mondo, immortalando i volti di chi protegge quel patrimonio continuamente a rischio.

Secondo gli esperti, una perdita del 20-25% della copertura forestale dell’Amazzonia potrebbe significare il «punto di svolta per lo stato di salute degli ecosistemi» coinvolti. Un messaggio ai “grandi” della Terra alla vigilia della Cop 26, 26esima Conferenza ONU sul Clima in programma a Glasgow dal 30 ottobre al 12 novembre: 30.000 delegati, tra cui capi di stato, esperti e attivisti, insieme per negoziare un piano d’azione coordinato a contrasto del cambiamento climatico.

Ora la sfida di Salgado e sua moglie è quella di riuscire a far sedere ai tavoli anche gli Indios, che il governo di Jair Bolsonaro non è intenzionato a ospitare nella delegazione brasiliana. Ma anche sensibilizzare l’Occidente, affinché, ha detto Salgado: «tutti voi insieme con noi vi schierate e vi attiviate per la protezione dell’Amazzonia».

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Francesca Romana Buffetti
Antropologa sedotta dal giornalismo, dirige dal 2015 la rivista “Scenografia&Costume”. Giornalista freelance, scrive di cinema, teatro, arte, moda, ambiente. Ha svolto lavoro redazionale in società di comunicazione per diversi anni, occupandosi soprattutto di spettacolo e cultura, dopo aver studiato a lungo, anche recandosi sui set, storia e tecniche del cinema.

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