Carlo Infante

Ma ve la ricordate Le Nuvole? La poesia di Alda Merini? Quella che è stata letta dalle voci di Lella Pisano e Maria Mereu accompagnate dalla chitarra di Fabrizio De Andrè? Il brano è il primo dell’omonimo album uscito nel 1990 e si apre con un canto di cicale che ci riporta verso la musica primordiale, quella che sa ricollegarci alla Terra e alle origini.

 

Ascolta Le Nuvole di Fabrizio De Andrè

 

Mentre ascolti quelle voci di donne con un inconfondibile accento sardo ti sembra di sentire l’odore della piccola capanna di Efix, il protagonista di Canne al Vento. Ma poi il brano parla di nuvole e allora ti sollevi dalla dimensione terrena e ti alzi verso un mondo d’immagini immateriali, di suggestioni, ricordi, narrazioni, probabilmente il mondo che ha reso possibile a una poetessa come Alda Merini di sopravvivere al manicomio e raccontarlo. Passano gli anni e le pandemie e le terre e le nuvole restano. Restano nel loro rapporto così materialmente e metaforicamente complementare. E proprio da questa loro relazione Carlo Infante sceglie di ripartire dopo il lockdown. Da pochi giorni si sta svolgendo, infatti, all’interno del Romarama2020, il progetto #SoftScience. Esplorando la Sostenibilità nella città resiliente.

Esplorazioni nomadi

“Con i piedi per terra e la testa nel cloud”. E’ questo il motto dei suoi walkabout, esplorazioni partecipate in giro per la città. Sono un format di performing media in cui la polvere dei sanpietrini incontra argomentazioni filosofiche. A queste si combinano trasmissioni radiofoniche che accompagnano aggiungendo stimoli e approfondimenti ipertestuali. La suggestione nasce da ciò che Chatwin ci ha consegnato come Vie dei Canti, ossia percorsi di rappresentazione musico geografici, messi in moto appunto dai walkabout, con i quali gli aborigeni australiani creano e trasformano la loro storia legandola a mito e territorio.

 

Guarda Carlo Infante durante il Walkabout

 

Sono walkabout tutti quei percorsi che sanno collegare un procedere di piedi a un procedere di mente e che mescolando le memorie del suolo a leggende e tradizioni orali creano un senso di appartenenza identitario locale e universale al tempo stesso. Statica la terra dove poggiamo i piedi, capace di cambiamenti lenti. Mobile il mondo delle idee, impalpabile e ingovernabile come le nuvole. Entrambi sono contenitori di narrazioni immateriali che hanno il potere di ricollegarci alle radici. Proprio per questo, ora che abbiamo bisogno di ricucire i pezzi di una nostra identità ferita da mesi di cattività, possiamo trovare ago e filo nel rapporto tra terra e cloud. Un rapporto che è anche simbolicamente relazione tra passato e futuro, perché la nuvola oggi non è più solo vapore acqueo, ma strumento di connessione virtuale.

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Le storie nel cloud

La chiamiamo cloud oggi la nuvola e non ha accento sardo, eppure si muove allo stesso modo, e come quella cantata da De Andrè è in grado di collegare l’odore della terra e delle radici a concetti filosofici come erano i chiari riferimenti ad Aristofane e alla scuola socratica che il cantautore genovese ha sottolineato più volte parlando del suo brano.

Il cloud raccoglie storie, memorie, immagini. Narrazioni personali e saperi collettivi vanno a confluire in un’unica dimensione offrendoci, forse per la prima volta in modo così inequivocabile, l’esperienza diretta di una partecipazione attiva al processo storico.

Sicuramente a molti nati prima del salto del Millennio tutto ciò continua a stridere. Il delegare le memorie al quinto elemento, quello dell’etere, sembra un’ammissione di sconfitta, una perdita di poesia, uno smacco del potere umano rispetto a quello delle macchine e delle nuove tecnologie.

Perfoming media

Non è così per Carlo Infante che già nel 2001 aveva coniato il termine performing media, proprio per indicare un campo di ricerca che si muove nell’ambito delle culture digitali, dell’arte interattiva e della cyber performance, ma che prende vita dal teatro, ossia da una delle prime forme d’arte che ha saputo lasciarsi contaminare dalle nuove tecnologie pur mantenendo la sua essenza. Un’arte che ha bisogno di performer e pubblico presenti contestualmente e che può quindi spingersi verso nuove sperimentazioni utilizzando media interattivi, multimediali e connettivi. Un’importante intuizione che oggi trova numerose conferme in ogni campo delle arti contemporanee. E’ la stessa Alexandra Munroe, direttrice Guggenheim di New York, a sottolineare in questi giorni come le nuove tecnologie stiano aprendo la cultura a nuove forme di condivisione permettendo allo spazio del museo di diventare un’ecologia più grande dei suoi muri.

 

Alexandra Munroe
Alexandra Munroe è direttirce del Solomon R. Guggenheim Museum di New York dal 2006

 

La prossimità permessa dal mondo virtuale ci sta portando verso una dimensione internazionale che non dipende più da un “fanatico trottare in giro per il mondo a ritmi disumani” ma si sta trasformando in una consapevolezza ecumenica legata alle nostre abitudini mentali e ai nostri atteggiamenti. La sfida è dunque nel permettere lo sviluppo di una coscienza internazionale recuperando il rispetto per un’ecologia del tempo e del territorio. Per questo le realtà digitali hanno bisogno di essere sostenute con la massima urgenza.

Megabytes by heart

Eppure il fiume di bytes e di informazioni che tutto questo genera potrebbe sembrarci ingestibile. Il 14 dicembre scorso nell’evento Farnesina Digital Art Experiences la Woa Creative Company di Milano ha presentato un video mapping che si apriva digitando la frase: “Pay Inattention Please” per poi chiudersi con un secondo testo che approfondiva il concetto battuta dopo battuta:

“more then 2.5 quintillions bytes of data are created each day. By the year 2020 1.7 magabytes will be generated every second for each person on the planet. How much inattention can you afford?”

 

Guarda il video mapping del Farnesina Digital Art Experience

 

 

Ora causa covid il dato 1.7 magabytes al secondo a persona sarà sicuramente lievitato e allora la domanda su quanta disattenzione possiamo prestare al nostro processo di conoscenza diventa più pressante. Perché è vero che nella nuvola sono contenute le nostre memorie, i collegamenti ipertestuali (che potremmo volgarmente sdoganare come links), gli eventi del passato e i programmi del futuro, ma proprio questa valanga di bytes rende la nostra personale capacità di attenzione più inadeguata e quindi inevitabilmente più selettiva.

Quali memorie sceglieremo di delegare alla nuvola e quali conserviamo nel cuore per potercele ripetere par coeur o by heart? Perché nel tragitto a/r tra la terra e le nuvole c’è inevitabilmente quell’organo di carne pulsante.

Saperenetwork è...

Dafne Crocella
Dafne Crocella
Dafne Crocella è antropologa e curatrice di mostre d’arte contemporanea. Dal 2010 è rappresentante italiana del Movimento Internazionale di Slow Art con cui ha guidato percorsi di mindfulness in musei e gallerie, carceri e scuole collaborando in diversi progetti. Insegnante di yoga kundalini ha incentrato il suo lavoro sulle relazioni tra creatività e fisicità, arte e yoga.
Da sempre attiva su tematiche ambientali e diritti umani, convinta che il rispetto del proprio essere e del Pianeta passi anche dalla conoscenza, ha sviluppato il progetto di Critica d’Arte Popolare, come stimolo e strumento per una riflessione attiva e consapevole tra essere umano, contemporaneità e territorio. È ideatrice e curatrice di ArtPlatform.it, piattaforma d’incontro tra creativi randagi.

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