Giorgio Zanchini negli studio di Quante storie in onda su Rai 3

Giorgio Zanchini negli studi di "Quante storie" in onda su Rai 3

Giorgio Zanchini, oltre il caos informativo insieme al giornalismo culturale

Il giornalista e popolare conduttore di Radio 1, che ha ereditato “Quante storie” da Corrado Augias su Rai 3, terrà il 16 febbraio la sua docenza al Corso di giornalismo ambientale e culturale di Sapereambiente (partecipazione riservata agli iscritti, clicca qui). Un’intervista per conoscerlo

Giorgio Zanchini è uno dei giornalisti culturali più autorevoli e influenti dei nostri tempi. Dopo la Laurea in legge all’Università della Sapienza di Roma, decide di specializzarsi in giornalismo e comunicazioni di massa all’Università Luiss “Guido Carli”, sempre nella Capitale. Nel 1996, tramite concorso, entra a lavorare alla Rai diventando una delle voci più note di Radio 3, dove ha condotto il magazine “Tutta la città ne parla”, e di Radio 1 dove tutt’ora conduce la seguitissima trasmissione “Radio anch’io”.  In televisione, oltre a condurre il talk show  sulla spiritualità “Il cielo e la terra” nel 2008, ha ereditato di recente da Corrado Augias la guida di “Quante storie” su Rai 3. Inoltre insieme alla sociologa Lella Mazzoli dirige il Festival del giornalismo culturale di Urbino e Fano ed è vicedirettore della rivista “I diritti dell’Uomo, cronache e battaglie”. Ha ottenuto negli anni molti riconoscimenti tra cui il Premio “Sentinella del Creato” di Greenaccord (2018), il Premio città di Latiano (2016), il premio “Il golfo” (2015), il Premio Saint Vincent (2008) e il Premio Braille (2007). Ha pubblicato anche numerosi libri, fra cui “Leggere, cosa e come. Il giornalismo e l’informazione culturale nell’era della rete” (Donzelli, 2016), “Il giornalismo culturale” (Carocci, 2013), “Sudditi o cittadini?” (Società aperta, 1996) e lo scorso anno anche il suo primo romanzo, “Sotto il radioso dominio di Dio” (Mondadori, 2020) centrato sulla figura dello storico gesuita Pietro Tacchi Venturi.

 

Giorgio Zanchini dirige, insieme a Lella Mazzoli, il Festival del giornalismo culturale di Urbino
Giorgio Zanchini dirige, insieme a Lella Mazzoli, il Festival del giornalismo culturale di Urbino

 

Pensa che ad oggi si possa parlare ancora di giornalismo culturale inteso come quello della famosa “terza pagina”?
Qui la risposta è complessa. La terza pagina classica, fisicamente intesa come collocazione in terza pagina, ovviamente non c’è più tranne che in qualche rarissimo giornale di provincia. Tutto è migrato o al centro del giornale o verso la fine del giornale, accanto alla sezione di spettacoli. Soprattutto si è trasformato molto il modo di fare giornalismo culturale e le pagine presenti sui quotidiani, sempre che di quotidiani si stia parlando, perché poi il giornalismo culturale è una categoria enorme, ma se parliamo di quotidiani in carta stampata i contenuti delle pagine culturali sono cambiati rispetto a quelli di inizio ‘900 che avevano una struttura abbastanza classica che tu dovresti conoscere, immagino, più o meno rispettata da tutti i grandi quotidiani.

Oggi sui quotidiani trovi del materiale  più eterogeneo rispetto a ieri, spesso ci sono più pagine, spesso c’ è commistione alto-basso con lo spettacolo, e però, questo è un punto importante, alcune caratteristiche di fondo della terza pagina di allora le ritrovi ancora oggi, perché gli italiani hanno comunque un rapporto con la cultura tradizionale, o tradizionalmente intesa, molto forte.

Quindi troverai dibattiti su libri appena usciti, su saggi appena usciti, pezzi di viaggi di scrittori e intellettuali, discussioni su mostre o sulla politica culturale. Se oggi apro a caso le pagine culturali tra cui il “Corriere della Sera”, cosa trovo? Ad esempio oggi trovo un pezzo sulla Buchmesse di Francoforte con un’intervista a Chimamanda Ngozi Adichie, è una scrittrice  africana molto importante, un po’ di notizie riguardo il mondo della cultura, libri per raccontare le sfide, una mostra a Pechino, un pezzo su Montanelli e altre notizie varie. Quindi pagine non così dissimili da quelle d’inizio secolo. Cioè ci sono alcune caratteristiche e strutture di fondo delle pagine culturali di oggi che rimandano alla terza pagina di allora.

Crede che ci sia ancora un collegamento tra giornalismo culturale e letteratura?
Sì, ma in modo diverso rispetto a ieri. Perché il pedinamento della letteratura attraverso (tra l’altro quello che fa anche il giornalismo culturale) la segnalazione, la recensione, le interviste a gli scrittori, le interviste ai critici, ma soprattutto la recensione che è il pezzo del giornale che si occupa di un libro, più tradizionalmente inteso, non sta quasi più sulle pagine culturali dei grandi quotidiani ma è migrato anche qui negli inserti cioè: dei libri ci si occupa soprattutto negli inserti culturali, molto meno nelle pagine culturali. Anche la crisi della cosiddetta critica militante o i critici militanti, hanno un ruolo molto più pallido nelle pagine quotidiane e li trovi tutti sulla “Lettura”, sul domenicale de “Il Sole”, su “Tutto Libri”, su “Robinson”, su “Alias”. Insomma su quel ricco panorama di inserti culturali. Quindi la letteratura c’è ancora, lo sguardo,   l’attenzione, le recensioni sulla letteratura ci sono ancora ma soprattutto sugli inserti.

 

 

Su internet troviamo molti blog che si occupano di arte e cultura. Secondo lei, questi, potrebbero sostituire il vero e proprio giornalismo?
I blog più che i sostituti o la surroga o le veci delle vecchie pagine culturali sostituiscono, anzi hanno preso il posto, delle vecchie riviste culturali. Considera che oggi tra blog e siti culturali i lettori sono più o meno 200.000 mensili. Le riviste culturali hanno avuto un’ importanza notevolissima in Italia fra le due guerre e anche nel primissimo secondo dopo guerra. Tendevano tanto e venivano molto lette, facevano parte del discorso del dibattito pubblico e delle discussioni del mondo culturale e letterale italiano.

Quello è un mondo, sì, sostanzialmente scomparso, non c’è più, non ci sono più le riviste culturali, non hanno più quella funzione.

Vengono lette pochissimo, vengono comprate pochissimo, alcune sono migrate sulla rete e devo dire che il panorama più vivace è quello dei siti culturali e anche dei blog culturali, ma soprattutto i siti, direi io, che hanno sostituito quel mondo lì in maniera forse meno elitaria perché è più facile scriverci, è più facile accedervi. Il dibattito è spesso vivace. Si sconta, però, un prezzo alto, perché non viene retribuito praticamente nessuno, ci sono grandi difficoltà economiche. Quindi poche barriere, più democrazia, più emancipazione e anche, secondo me, più lettori complessivamente, però forse meno influenza, meno capacità di penetrare nelle pagine diciamo “mainstream”, quelle dei grandi quotidiani cartacei, e poi questo prezzo che si paga sulla gratuità che impone a molti di coloro che scrivono su questi luoghi o spazi di fare tanti altri lavori e sostanzialmente di non poter campare solo di quell’attività lì.

 

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Il giornalismo culturale sta vivendo un momento di crisi? Viene messo in secondo piano rispetto a notizie meno importanti ma più appetibili?
Io non direi che il giornalismo culturale sia in crisi, anzi direi che sia molto vivace. C’è tanta roba, ci sono tanti inserti, anzi che si moltiplicano, crescono, vanno bene. Le pagine culturali non hanno calato la foliazione, cioè non sono diminuite come spazi. Secondo me, come centralità e come  marginalità, più o meno non mi sembra che siano, adesso, più marginali o più laterali rispetto a qualche decennio fa. Il punto vero secondo me è un altro: è che non ci sono più le gerarchie di un tempo. Un tempo c’erano pochi spazi, presidiati da grandi critici e da firme molto famose, quindi il mondo culturale aveva dei riferimenti e quindi anche il mondo dei lettori, degli telespettatori. Dei riferimenti abbastanza facilmente identificabili.

Oggi in realtà c’è il caos informativo, l’anarchia, la dispersione dei luoghi in cui si parla di cultura, la moltiplicazione di quei luoghi che fa sì che sia molto più difficile identificare delle gerarchie, il che è obbiettivamente un problema perché si pone una questione, una grande questione di selezione, validazione.

Chi è che stabilisce i canoni, i criteri, chi è un grande scrittore, chi vale la pena leggere? In realtà ci sono dei sistemi ma bisogna essere abbastanza esperti a conoscere i meccanismi e le dinamiche interne. Però mi sento di rispondere che non è in crisi, anzi è molto ricco e vivace, c’ è un enorme offerta, però è più difficile orientarsi.

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Alla luce di questa crisi, quali possono essere le vie di uscita?

Più che vie d’uscita, io cercherei di riflettere e lavorare sulla questione dei filtri. Cioè tu devi aiutare il lettore, l’ascoltatore, il telespettatore e soprattutto il navigatore, perché adesso quasi tutto passa attraverso la rete, ad identificare i filtri giusti, i selettori giusti. È talmente vasto il paesaggio, talmente grande l’ offerta, che tu devi capire  che nessuno di noi  ha le capacità, il tempo, le conoscenze e le informazioni per orientarsi senza disperdersi o perdersi in questo oceano. Per cui tu, proprio per una questione di visione del tempo e visione del lavoro, devi capire dopo un po’ quali sono i siti affidabili, i maestri, quelli che erano i vecchi maestri,  quindi i filtri che possono essere persone, possono essere giornali, possono essere podcast, possono essere blog, possono essere siti.

Ecco, il nostro scopo di giornalisti culturali, ad esempio di chi fa giornalismo culturale, di chi si occupa di cultura, è proprio quello di aiutare il lettore, l’ascoltatore, il telespettatore a orientarsi, a dirgli “guarda questi sono i filtri, i luoghi, le fonti che tu devi consultare per avere un’idea non troppo dispersiva, vaga e a-gerarchica sui contenuti e dell’offerta”.

 

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Secondo lei, c’è ancora oggi qualche studioso che riesce a raccontare la nostra epoca, arte e cultura, contemporaneamente attraverso giornalismo e letteratura?
Di maestri ce ne sono moltissimi. Non è che non ci siano più maestri, è che prima erano meno, erano più identificabili. Forse erano più autorevoli e bravi, i grandi critici. Però, semplicemente adesso, dovremmo fare una complicatissima disamina delle generazioni, capire se ci siano generazioni superiori o inferiori. No, in realtà l’intelligenza più o meno è sempre abbastanza costante nel corso del tempo, e anche i ruoli e quindi i maestri, chiamiamoli così. Quindi ci sono un sacco di persone di grande capacità, però, il punto è che li trovi dappertutto, non soltanto sui grandi giornali cartacei. Un tempo potevano essere citati Arbasino, Calasso, Magris, quelle persone ti indirizzavano. Oggi sono molti di più perché stanno appunto sui siti, stanno alla radio, stanno in televisione, stanno sui blog, videoblog, book blog. C’è un’enorme quantità di persone, voci. Il punto è come identificare le voci giuste anche lì. Secondo me tra un po’ c’è un processo selettivo e anche il fruitore cioè l’ascoltatore, il telespettatore, capisce quali siano le voci più autorevoli, obbiettivamente, però, la gerarchia è molto più difficilmente leggibile e il campo si è amplificato in maniera enorme. Non è un male questo, non è un male, di nuovo, per processi quasi naturali e strutturali poi ci si spinge a selezionare, a ristringere.

L’importante è scegliere bene i propri maestri, le proprie fonti per poter poi apprezzare, godere della bellezza dell’arte nell’offerta culturale.

(L’intervista è stata realizzata nell’ambito della Tesi di Laurea “Letteratura e giornalismo culturale tra ‘800 e ‘900” discussa dall’autrice presso il Dipartimento di Lettere e filosofia dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale, 2018).

 

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Anastasia Verrelli
Anastasia Verrelli
Nata e cresciuta nella meravigliosa Ciociaria, sin da piccola sviluppa un amore smodato verso l'ambiente e il territorio. Durante gli anni di studi si avvicina sempre più al mondo del giornalismo, in particolare al giornalismo ambientale e culturale. Durante l'esperienza universitaria nel Dipartimento di Lettere dell'Università di Cassino contribuisce a far nascere la rivista Cassinogreen, oggi associazione con lo scopo principale di far avvicinare i giovani universitari e non solo al mondo green, di cui oggi è vicepresidente. Ha organizzato diversi webinar e seminari ospitando importanti esperti del settore. Nel 2020 inizia a collaborare come addetto stampa per l'ente territoriale del Gal Versante Laziale del Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise. Laureanda magistrale in lettere moderne e studentessa di un master in Digital Communication, spera di migliorare le sue capacità comunicative per trasmettere ai suoi lettori lo stesso interesse per la sostenibilità.

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