Eshkol Nevo

Eshkol Nevo al Salone del Libro di Torino. Lo scrittore è stato ospite delle edizioni Aboca, nel Bosco degli Scrittori

Tra frutteti, boschi e Eden. Eshkol Nevo al Salone del Libro

Si è conclusa la trentaquattresima edizione della kermesse torinese, con numeri record: 168mila visitatori e 200 eventi sold out. Tra questi, l’incontro con lo scrittore israeliano nella magica atmosfera del Bosco degli Scrittori di Aboca

Sono numeri da record quelli della 34esima edizione del Salone del Libro di Torino 2022. Oltre 168 mila visitatori – «mai così tanti» afferma in chiusura Silvio Viale, presidente dell’Associazione Torino, Città del Libro – per 1466 eventi di cui 200 sold out, in uno spazio che da polo fieristico è divenuto centro di incontro, un «villaggio delle arti» in dialogo tra loro. 

Il fil rouge dei Cuori selvaggi si è articolato in rivoli di motivi capaci di intercettare le urgenze del quotidiano, dal dialogo fra i popoli alla cura dell’ambiente.

E proprio il Bosco degli Scrittori, l’area più caratteristica di questa edizione (una novità in termini persino materiali, con alberi ripiantabili e tronchi già divelti dalle piogge) si è posto, in tal senso, come uno spazio del “tra”: tra le lingue, tra le culture, tra le generazioni a confronto. Adattato a oasi di riparo dalla calura torinese, l’anfiteatro voluto dalle edizioni Aboca è stato il punto di riferimento per gli incontri dedicati alla sostenibilità e al rapporto uomo-ambiente, nel segno di un’idea di letteratura come porta d’accesso al futuro, all’immaginario politico, storico e sociale di questo tempo in subbuglio.

 

Eshkol Nevo durante l’incontro al Bosco degli Scrittori

 

Ed è proprio un pomeriggio caldissimo quello del 22 maggio, quando il Bosco trabocca di donne e uomini che si alzano sulle punte, che sporgono la testa per catturare un’immagine, per ascoltare la voce pacata, quasi un soffio, di Eshkol Nevo, l’acclamato autore israeliano tradotto in Italia da Neri Pozza. Quello attorno al suo ultimo romanzo, Le vie dell’Eden, è uno dei dialoghi più attesi. C’è da restare incantati dinnanzi alla levità dello sguardo, alla dolcezza del suo racconto:

«Quando diciamo “frutteto”, o pardès in ebraico, intendiamo un luogo dove forse siamo al cospetto di Dio. Un posto sensuale, un posto per certi versi anche un po’ pericoloso».

Un grande metafora, che Raffaella Scardi – da anni ‘voce’ italiana di Nevo – rende in maniera quasi mistica, facendo vibrare la pagina delle stesse corde, della profondità che innerva la penna dell’autore, accompagnato anche in quest’incontro, mentre il direttore editoriale di Aboca, Antonio Riccardi, gli pone domande garbate. 

 

 

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«Il frutteto (uno dei racconti de Le vie dell’Eden) nasce da un’esperienza personale» racconta Nevo. «Un giorno io e mia moglie incontrammo una donna in lacrime, vicino a un frutteto. Ci disse che il marito le aveva lasciato le chiavi, era entrato nel giardino e non ne era più uscito. Chiedeva aiuto, voleva ritrovarlo, ma non ho saputo mai nulla di lui. Aspetto sempre, durante una delle mie presentazioni in Israele, che qualcuno alzi la mano e dica “Sono io quell’uomo! Eccomi”. Questo mi ha spinto a ragionare – tra le altre cose – sul tema dell’abbandono, a cercare di capire cosa può spingere un uomo a dire alla moglie “torno tra qualche minuto” e poi sparire per sempre».

 

 

Tra gli alberi del Bosco spira un’aria di sospensione. Nevo parla del valore allegorico del frutteto, del suo essere luogo reale e metafisico, uno spazio dove i suoi personaggi si perdono, cacciandosi nei guai per ritrovare se stessi. Ed è tenero, di un’umiltà a cui non si più è abituati, il congedarsi dello scrittore dal suo pubblico, scusandosi per il poco tempo a disposizione prima di rispondere alla domanda di Riccardi sui consigli di lettura, su quale autore abbia forgiato la sua visione.

«Vi racconto una cosa che, fino a questo momento, un piccolo segreto. Ogni volta che vengo in Italia, compro all’aeroporto un libro di uno scrittore italiano, per immergermi nell’atmosfera del Paese. Stavolta ho comprato una raccolta di Primo Levi, Lìlit, un testo come sempre denso di dettagli, di piccoli bagliori. Mi ha sempre stupito come un uomo che scriveva da un posto così buio, così terribile, sia stato in grado di trovarvi momenti di grazia, di amicizia, di speranza. Doveva essere una persona davvero grande per vedere qualcosa di bello in un mondo al collasso».

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Ginevra Amadio
Ginevra Amadio
Ginevra Amadio si è laureata con lode in Scienze Umanistiche presso l’Università Lumsa di Roma con tesi in letteratura italiana contemporanea dal titolo Raccontare il terrorismo: “Il mannello di Natascia” di Vasco Pratolini. Interessata al rapporto tra letteratura, movimenti sociali e
violenza politica degli anni Settanta, ha proseguito i suoi studi laureandosi con lode in Filologia Moderna presso l’Università di Roma La Sapienza con tesi magistrale dal titolo Da piazza Fontana al caso Moro: gli intellettuali e gli “anni di piombo”. È giornalista pubblicista e collabora con webzine e riviste culturali occupandosi prevalentemente di letteratura otto- novecentesca, cinema e rapporto tra le arti. Sue recensioni sono apparse in Oblio (Osservatorio bibliografico della letteratura otto-novecentesca) e sulla rivista del Premio Giovanni Comisso. Per Treccani.it – Lingua Italiana ha pubblicato un contributo dal titolo Quarant’anni fa, anni di piombo, sulle derive linguistico-ideologiche che segnano l’immaginario dei Settanta.

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