Nemonte Nenquimo

Continua il saccheggio della foresta pluviale amazzonica. La denuncia arriva da Nemonte Nenquimo, leader del popolo Waorani, con una lettera pubblicata sul giornale britannico The Guardian, indirizzata a nove Paesi dell’Amazzonia e a i politici di tutto il mondo. Sotto accusa ci sono le multinazionali che versano petrolio nei fiumi, i minatori che stanno rubando l’oro, i land grabber che stanno abbattendo la foresta vergine per consentire al bestiame di pascolare, e più in generale gli uomini che alimentano l’economia predatoria. E poi c’è l’indifferenza nei confronti delle popolazioni autoctone e nei confronti degli anziani morti a causa del corona virus. Un’offesa alla Terra.

 

 

«In ognuna delle nostre centinaia di lingue diverse in Amazzonia, abbiamo una parola per voi: l’estraneo, lo straniero. Nella mia lingua, WaoTededo, questa parola è “cowori”- si legge nella lettera- E non deve essere necessariamente una brutta parola. Ma voi l’avete resa tale. Per noi, la parola è arrivata a significare (e in modo terribile, la vostra società è arrivata a rappresentare): l’uomo bianco che sa troppo poco per il potere che esercita, e i danni che provoca».

L’esportazione del nostro modello culturale ha rivelato tutta la nostra ignoranza. Perché, continua la leader,  «meno sai di qualcosa, meno valore ha per te e più è facile distruggerla. E per facile intendo: senza colpa, senza rimorso, scioccamente, persino rettamente. E questo è esattamente ciò che state facendo a noi come popolazioni indigene , ai nostri territori della foresta pluviale e, in definitiva, al clima del nostro pianeta».  Non ci siamo preoccupati, come occidentali, di custodire i segreti della foresta pluviale amazzonica, ma soltanto di camuffare le strategie coloniali. Abbiamo mentito sugli incendi, sugli effetti del cambiamento climatico, sui benefici della tecnologia. Siamo diventati una minaccia per la Terra. Ha sentenziato Nemonte Nequimo:

«Ci avete  imposto la vostra civiltà e ora guardate dove siamo: pandemia globale, crisi climatica, estinzione di specie e, alla base di tutto, povertà spirituale diffusa. In tutti questi anni di accaparramento delle nostre terre, non avete avuto il coraggio, né la curiosità, né il rispetto di conoscerci. Per capire come vediamo, pensiamo e sentiamo e cosa sappiamo della vita su questa Terra».

 

 

Quello che non siamo in grado di apprezzare, ha concluso la leader waorani,  sono « i migliaia e migliaia di anni di amore per questa foresta, per questo posto. Amore nel senso più profondo, come riverenza».

E il messaggio rivolto a  tutti è eloquente: «la Terra non si aspetta che la salviate, si aspetta che la rispettiate».

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Michele D'Amico
Michele D'Amico
Sono nato nel 1982 in Molise. Cresciuto con un forte interesse per l’ambiente.Seguo con attenzione i movimenti sociali e la comunicazione politica. Credo che l’indifferenza faccia male almeno quanto la CO2. Giornalista. Ho collaborato con La Nuova Ecologia e blog ambientalisti. Attualmente sono anche un insegnante precario di Filosofia e Scienze umane. Leggo libri di ogni genere e soprattutto tante statistiche. Quando ero piccolo mi innamoravo davvero di tutto e continuo a farlo.

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