Presidio ristoratori a Milano

Presidio dei ristoratori a Milano con delle sedie piazzate a distanza di sicurezza l'una dall'altra per denunciare la crisi che stanno vivendo

Le fratture irrisolte dell’Europa. L’intervento di Grant sul Guardian

Il coronavirus sta rivelando le fragilità dell’Europa. Aumentano le differenze nella distribuzione dei migranti, nella lotta ai cambiamenti climatici e nella difesa dello Stato di diritto. E senza la solidarietà qualche paese potrebbe abbandonare l’euro o uscire dall’Unione

È ancora presto per stabilire quali sono gli effetti della pandemia sullo scacchiere politico internazionale.  In Europa però alcune tendenze negative – già presenti prima del Covid-19 – si stanno consolidando.  In particolare, maggiore autarchia economica, il ritorno alle frontiere e maggiore ostilità nei confronti delle politiche ecologiche rischiano di mettere all’angolo il sogno di una Unione europea solidale a vantaggio dei populisti anti- Ue. A spiegarlo è Charles Grant sul giornale britannico The Guardian.

 

Charles Grant
Charles Grant è direttore del Centre for European Reform. Collabora regolarmente con il Financial Times  e  The Guardian

 

Il direttore del Centre for European Reform, nella sua analisi, ha sottolineato che il Covid-19 si sta rivelando un alleato di coloro che rivendicano un maggiore potere decisionale da parte delle nazioni e dell’Europa nei confronti del resto del mondo. In perfetta sintonia con il disegno politico di Donald Trump, che con le politiche protezionistiche ha messo in difficoltà le catene di distribuzione internazionale e con la Brexit “dura” del Regno Unito.

 

 

Possiamo dire che il  virus sta accelerando  il processo di deglobalizzazione, e la conferma arriva anche dalla riduzione delle differenze salariali fra i paesi emergenti, come la Cina, e i paesi occidentali, rendendo meno conveniente la delocalizzazione.

«Ora le preoccupazioni per la sicurezza dell’approvvigionamento di farmaci, attrezzature mediche e persino componenti chiave per l’ industria automobilistica- ha evidenziato Grant-  insieme a un maggiore sospetto nei confronti delle aziende cinesi, hanno rafforzato il caso di una maggiore autonomia nazionale o europea delle catene di approvvigionamento».

I governi nazionali si stanno sostituendo alle istituzioni europee. E le capitali più importanti stanno affermando la loro autorità. «La commissione europea ha lottato per tenere insieme i 27  paesi membri e coordinare le loro risposte a Covid-19 – non solo perché la maggior parte dei poteri chiave in materia di salute, politica fiscale e frontiere risiede a livello nazionale, ma anche perché molte persone guardano ai leader nazionali per affrontare le difficoltà», ha scritto l’esperto di politica internazionale.

 

 

L’emergenza sanitaria ha aumentato il sospetto nei confronti degli stranieri e sono  emersi ulteriori ostacoli alla circolazione all’interno dell’area Schengen.

«Ad un certo punto i governi avranno ampiamente il controllo del virus, ma saranno quindi molto diffidenti nell’ammorbidire il confine di Schengen», ha osservato Grant.

La mancanza di unità ha degli effetti nella lotta ai cambiamenti climatici. I partiti populisti svedesi, tedeschi e inglesi vorrebbero replicare il modello francese dei Gilets jaunes per ottenere maggiore consenso, contrastando i programmi ecologisti e aumentando il conflitto fra lavoro e tutela dell’ambiente. E  le industrie, a causa della recessione, potrebbero indurre i leader europei a ridimensionare l’agenda verde.

 

Sono sempre più evidenti, inoltre, le divergenze fra gli stati europei dell’est e dell’ovest nelle politiche di distribuzione dei migranti, nelle politiche ambientali, e nella difesa dello stato di diritto: i paesi dell’Est tendono a dipendere ancora dal carbone, e sembra essere ormai stata messa da parte  l’indipendenza del potere giudiziario e il pluralismo dei media. Il Covid-19 infatti ha consentito a Viktor Orbán di adottare misure illiberali, con il timore  che si possa instaurare  una dittatura di fatto.

 

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Ma adesso si sta accentuando anche la spaccatura fra i paesi del nord e quelli del sud. I primi segnali si erano manifestati già dieci anni fa, ma il coronavirus ha rivelato che manca uno spirito europeo comune, quello incentrato sulla solidarietà. Sappiamo che l’Italia e la Spagna hanno subito più morti rispetto ad altri paesi a causa del virus, sappiamo anche che hanno dei grandi debiti pubblici e che  i loro settori strategici, a partire dal turismo, sono stati fortemente colpiti. Eppure Germania e Paesi bassi concedono soltanto prestiti e non  sovvenzioni.  La politica secondo cui l’Unione europea  nel suo insieme dovrebbe prendere in prestito denaro e quindi erogare sovvenzioni ai paesi più colpiti è stata  respinta.  Ma come ha concluso Chares Grant:

« Quando l’UE si trova ad affrontare sfide transnazionali come la depressione economica, una pandemia o un cambiamento climatico, ha bisogno di istituzioni centrali forti». Una frattura irrisolta può aumentare  il sentimento anti-europeo  in tutto il blocco. E qualche paese potrebbe abbandonare l’euro o uscire dall’Unione.

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Michele D'Amico
Michele D'Amico
Sono nato nel 1982 in Molise. Cresciuto con un forte interesse per l’ambiente.Seguo con attenzione i movimenti sociali e la comunicazione politica. Credo che l’indifferenza faccia male almeno quanto la CO2. Giornalista. Ho collaborato con La Nuova Ecologia e blog ambientalisti. Attualmente sono anche un insegnante precario di Filosofia e Scienze umane. Leggo libri di ogni genere e soprattutto tante statistiche. Quando ero piccolo mi innamoravo davvero di tutto e continuo a farlo.

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