Protesta contro Trumo, Edimburgo

Le presidenziali americane, Covid permettendo, si avvicinano e la lotta agli sconvolgimenti climatici potrebbe subire un contraccolpo esiziale. A fare il punto sull’importanza del voto negli Stati Uniti è Oliver Milman con un articolo sul Guardian. Il reporter ambientale ci ricorda, infatti, che mancano meno di cento giorni alla possibile uscita di Washington dall’Accordo di Parigi che avverrebbe, appunto, all’indomani del super martedì fissato al 3 novembre. Pochi mesi per indirizzare l’opinione pubblica americana verso la difesa della casa comune. Basta leggere la dichiarazione di Todd Stern, il principale negoziatore climatico dell’amministrazione Obama, contenuta sempre nell’articolo, per capire che siamo di fronte a un bivio:

«La scelta di Biden o Trump alla Casa Bianca è enorme non solo per gli Stati Uniti ma per il mondo in generale per far fronte ai cambiamenti climatici. Se Biden vince, il 4 novembre è un gioco da ragazzi, come se un brutto sogno fosse finito. Se Trump vince, sigilla l’affare. Gli Stati Uniti diventano non giocatori e gli obiettivi di Parigi diventano molto, molto difficili. Senza gli Stati Uniti a lungo termine, non sono certamente realistici».

 

Todd Stern, politico americano esperto di clima
Todd Stern è stato il principale negoziatore degli Stati Uniti durante l’accordo sul clima di Parigi del 2015

 

L’editorialista ambientale del Guardian fa presente che  in futuro potrebbe venire meno lo sforzo da parte dei 197 Paesi firmatari di puntare verso un incremento massimo  della temperatura globale di 1,5 °, soglia che peraltro stiamo già pericolosamente sfiorando. L’Accordo di Parigi ha coinvolto Paesi come la Cina e l’ India, con la loro volontà di adottare le fonti rinnovabili. Una decisione influenzata anche da Barack  Obama, che si è impegnato a rendere gli Stati Uniti  leader globale nella lotta ai cambiamenti climatici. Con l’elezione di Trump, invece, il parere della comunità scientifica sul clima è finito ai margini e l’accordo internazionale è stato considerato dal fronte negazionista una minaccia per l’economia americana.  Sul tema, diversamente da altri ambiti, il tycoon ha le idee chiare, tanto da rilasciare dichiarazioni da propaganda:

«Biden vuole riorganizzare in modo massiccio l’economia energetica, ricongiungersi all’accordo sul clima di Parigi, che ucciderebbe totalmente la nostra energia, dovresti chiudere il 25% delle tue attività e uccidere lo sviluppo di petrolio e gas».

Per ora sappiamo che Joe Biden  ha deciso di stanziare circa 2  mila miliardi di dollari per affrontare la crisi climatica attraverso gli investimenti nelle fonti rinnovabili. E che gli ultimi cinque anni, ricorda Milman, sono stati i più caldi mai registrati sulla Terra, con incendi senza precedenti dalla California all’Australia e ondate di caldo record in Europa, in India e persino nell’Artico. Per di più  una questione che non può essere ignorata, secondo il reporter ambientale,  riguarda gli effetti delle scelte di Trump all’interno dello scacchiere internazionale. Le emissioni di CO2, infatti, restano alte e la maggior parte dei paesi è in ritardo rispetto alle azioni promesse. A sostegno della sua tesi,  Oliver Milman cita il Climate Action Tracker,  nel quale si legge come il Marocco sia l’unico Paese che sta rispettando gli accordi di Parigi. E se si continua con questo passo, con altri quattro anni di presidenza Trump, sulla  base dello studio realizzato da Haokon Saelen, economista ambientale dell’Università di Oslo, diventerà impossibile raggiungerne gli obiettivi.

 

Leggi anche
Se gli Stati Uniti ripartono da Here's the Dale e dai cambiamenti climatici

 

Ma gli investimenti rappresentano davvero la soluzione per la crisi climatica? I decisori politici non dovrebbero preoccuparsi anche delle istanze che provengono dal basso proprio sulle questioni ambientali?

Quando parliamo del movimento Black Lives Matter, ad esempio,  facciamo riferimento al clima. E’ la tesi di Ayana Elizabeth Johnson, biologa marina, fondatrice e Ceo di Ocean Collectiv, fondatrice della think tank no-profit Urban Ocean Lab, in procinto di pubblicare “All We Can Save: Truth, Courage, and Solutions for the climate crisis” (Penguin, dicembre 2020), che ha scritto pochi giorni fa un editoriale sul Time centrato sulla congruenza fra politiche sociali e sostenibilità.

 

Ayana Elizabeth Johnson, biologa marina
Ayana Elizabeth Johnson, biologa marina, esperta di politiche e strategie della conservazione

 

Sono proprio le comunità più emarginate, ricorda infatti la Johnson, quelle che stanno subendo maggiormente gli effetti negativi dei cambiamenti climatici e più in generale del degrado ambientale, dall’uragano Katrina che devastò nel 2005 il Golfo del Messico all’inquinamento atmosferico.

 

 

 

E  la conferma arriva da uno studio del Climate Change Communication, il think tank della Yale School of the Environment che dimostra peraltro come siano i latinos e gli afroamericani a riconoscere l’urgenza di adottare nuove misure contro Global Warming e a volersi impegnare in campagne per il clima. Spiega la Johnson:

«Non vedo come possiamo vincere affrontando la crisi climatica senza elevare i leader neri, indigeni, latini e asiatici. Perché non è solo una sfida tecnica che stiamo affrontando. Non si tratta solo di pannelli solari e auto elettriche. Si tratta di come implementiamo soluzioni, come le replichiamo e le ridimensioniamo. Si tratta di comunità, governi e società che cambiano il modo in cui fanno le cose: risolvere la crisi climatica riguarda tutto. Quindi dobbiamo trovare il modo per cui tutti possono far parte di questa trasformazione».

Un risvolto che potrebbe pesare non poco nelle prossime presidenziali negli Stati Uniti.  Le associazioni ambientaliste, secondo Johnson, non si sono poste il problema della giustizia. O almeno lo hanno dato per scontato.

«C’è un impulso a semplificare troppo e a dire che la giustizia climatica è giustizia razziale, a usare un segno uguale. Pur essendo inseparabilmente intrecciate, sono anche distinte, stratificate. Con le sagge parole della femminista e attivista per i diritti civili Audre Lorde: “Non esiste una lotta per un solo problema, perché non viviamo una vita per un solo problema”».

 

Visualizza questo post su Instagram

 

I finally read @joebiden’s new climate and environmental justice plans. GOOD NEWS!: He has listened to experts and advocates — this is DRAMATICALLY BETTER. Honored to have gotten to weigh in a tiny bit on the importance of protecting and restoring coastal ecosystems. 🌱💚 The plan includes shoutouts to mangroves, sea grasses, kelp forests, oyster reefs, and coral reefs for all they do to sequester carbon and protect us from storms. My favorite parts of the plans? (1) creating a Civilian Climate Corps, and (2) committing 40% of funds to disadvantaged communities. I’m also very into the support for diverse farmers and small farms 👩🏽‍🌾 and the “2nd railroad revolution.” 🚊 Swipe to read my thread and link in bio to head to twitter and read all the linked articles. And I highly recommend reading the plans themselves. They are just a few pages and very readable! If after this you don’t think it makes a difference who you vote for, I’m not sure how else to convince you. The future of life on earth is at stake (as well as our democracy, human rights, etc.). 99 days til Election Day y’all. 🗳 Let’s go!!! #Biden2020 #ClimatePolicy #ClimateAction #EnvironmentalJustice #ClimateJustice

Un post condiviso da Dr. Ayana Elizabeth Johnson (@ayanaeliza) in data:

Diventa pertanto una priorità costruire un movimento in grado di difendere la salute della Terra. Ha scritto la biologa marina:

«Il modo in cui affrontiamo il cambiamento climatico determinerà ciò che il futuro riserva all’umanità. Come si affronta una crisi che riguarda l’umanità senza preoccuparsi degli esseri umani? Per chi stiamo salvando il pianeta? Includiamo nell’attenzione sull’ambiente la comprensione sempre più ampia della giustizia. Integriamo una comprensione dell’interdipendenza. Adottiamo un approccio olistico ispirato agli ecosistemi».

Saperenetwork è...

Michele D'Amico
Michele D'Amico
Sono nato nel 1982 in Molise. Cresciuto con un forte interesse per l’ambiente.Seguo con attenzione i movimenti sociali e la comunicazione politica. Credo che l’indifferenza faccia male almeno quanto la C02. Giornalista. Ho collaborato con La Nuova Ecologia e blog ambientalisti. Attualmente sono anche un insegnante precario di Filosofia e Scienze umane. Leggo libri di ogni genere e soprattutto tante statistiche. Quando ero piccolo mi innamoravo davvero di tutto e continuo a farlo.

Parliamone ;-)