Francesco Dego

La violinista Francesca Dego (Foto: Davide Cerati)

La musica è viva per l’energia del pubblico. Colloquio con Francesca Dego

Il presente e il futuro della musica dal vivo, lo streaming, i social, il ruolo delle musiciste donne, violini straordinari e l’anniversario della nascita di Beethoven. Ne abbiamo parlato con Francesca Dego, giovanissima violinista di fama internazionale

«Non ho ricordi di me senza violino, so che c’è stato un prima in cui non suonavo, ma non lo ricordo». Francesca Dego, 31 anni, nata a Lecco da genitori italo-americani, è tra i violinisti più richiesti sulla scena musicale internazionale. La sua carriera è decollata grazie a talento, passione e dedizione straordinari. Vincitrice di numerosi concorsi nazionali ed internazionali, nel 2008 è stata la prima violinista italiana ad entrare in finale al Premio Paganini di Genova dal 1961, aggiudicandosi inoltre il premio speciale Enrico Costa riservato al più giovane finalista. Artista Deutsche Grammophon dal 2012, fin da giovanissima si è esibita con le più grandi orchestre, lavorando a fianco di grandi direttori. Nel giugno 2014 ha suonato al Teatro Municipal di Rio de Janeiro in occasione dell’apertura dei Mondiali di calcio in Brasile. Inoltre, scrive regolarmente per riviste musicali tra cui BBC Music Magazine, The Strad, Musical Opinion e Strings Magazine, ed è autrice di una rubrica mensile su Suonare News.

 

 

Le limitazioni imposte agli spettacoli dal vivo a causa dell’emergenza sanitaria dovuta al Covid stanno colpendo duramente il settore. Questa situazione così difficile ed inedita ha contribuito in qualche modo ad avvicinare pubblico ed artisti?
Sicuramente il fatto che tutti si siano muniti di mezzi alternativi, come la trasmissione dei concerti in streaming, penso possa essere un valore aggiunto, che sarebbe importante restasse come bagaglio per divulgatori ed istituzioni musicali, anche con l’obiettivo di ampliare il proprio pubblico. Penso però che nulla potrà mai sostituire lo spettacolo dal vivo. Nei giorni scorsi ho suonato a Parigi nell’Auditorium del Louvre: anche se collegate ad ascoltarmi in quel momento c’erano 5.000 persone, esibirmi davanti a una platea vuota non è stata la stessa cosa che averlo farlo con il pubblico presente. Il concerto nasce infatti come condivisione dal vivo, il semplice fatto che teatro e musica continuano ad essere eseguiti dal vivo ancora nel 2020 dimostra che c’è una energia e che l’esecuzione stessa viene plasmata anche dal pubblico.

Ho inciso tanti dischi ma c’è un modo di porsi diverso quando c’è il pubblico ad ascoltarti in sala. In questo momento i concerti in streaming sono comunque estremamente importanti per noi professionisti del settore. Invito tutti a seguire le dirette e gli streaming, andando a cercare nella grande offerta che c’è sia in Italia che all’estero, perché questo dà un sostegno tangibile a chi sta facendo di tutto per sopravvivere.

Sei da sempre molto attiva sui social. Ti sei fatta un’idea del pubblico che ti segue?
È un pubblico incredibilmente internazionale. In Sud America, dove ho suonato svariate volte, non c’è una scelta come da noi, quindi persone che mi hanno conosciuto dal vivo, mi seguono perché così hanno anche la possibilità di vedere video o streaming. Per loro un grande concerto è veramente un grande evento: ricordo che in Brasile la gente fermava per strada me e il direttore dell’orchestra perché ci avevano visto sui manifesti. Oltre agli appassionati mi seguono molte ragazzine che si stanno avvicinando a questo mondo. Per loro è importante immedesimarsi, vedere che certi lavori li fanno anche le donne. E poi naturalmente mi seguono anche persone che hanno scoperto il mio lavoro vedendomi magari in televisione o sui giornali. Magari non verranno mai a un mio concerto, ma io do comunque grandissimo valore alla divulgazione che si può fare attraverso i social per far crescere il pubblico.

Come ti sei avvicinata alla musica e perché proprio il violino?
Non ho ricordi di me senza violino, so che c’è stato un prima in cui non suonavo, ma non lo ricordo. Ho sempre avuto un violino in casa perché mio papà, che era uno scrittore ed un giornalista, amava moltissimo la musica, ma vi si era avvicinato tardi e quindi il violino era la sua passione rimossa. Avevo appena tre anni quando mia mamma, insegnandomi per gioco le note, si accorse che avevo l’orecchio assoluto. Mi comprarono quindi un violino piccolissimo – ricordo ancora quando andammo a prenderlo a Como – ma era troppo presto. Quando l’ho ripreso in mano, a quattro anni e mezzo, non l’ho più lasciato.

Essere un talento può non essere facile, soprattutto quando si è molto giovani: com’è stata la tua esperienza?
Facile e difficile al contempo. I miei non mi hanno mai forzato, non erano musicisti professionisti e quindi non c’era il rischio che proiettassero su di me frustrazioni o mancati successi. Mi hanno sempre detto che se avessi voluto farlo bene mi sarei dovuta dare da fare, ma che se volevo potevo scegliere anche di fare altro. D’altra parte, il loro essere fuori dall’ambiente ha fatto sì che all’inizio faticassero a trovare le persone giuste dalle quali farmi seguire. Con i coetanei ho avuto qualche problema alle elementari. Il fatto di suonare e di farlo in modo serio, anche con ottimi risultati, muoveva talvolta invidie nei genitori di alcuni dei bambini e questo ovviamente si rifletteva nel rapporto che questi avevano con me. All’epoca mi sono un po’ chiusa, perché la musica era una cosa che non potevo condividere: quando ne parlavo lo facevo con un entusiasmo che da parte di una bambina probabilmente appariva come arroganza, difficile dare il tono giusto a quell’età. Le cose sono fortunatamente cambiate negli anni successivi.

 

Tra le cose più belle mai successe ricordo il passaggio di vita quando mi sono trasferita a Milano per frequentare la scuola media annessa al Conservatorio; anche se ero la migliore, ero circondata da tutti ragazzi che suonavano, che mi capivano e che addirittura apprezzavano il fatto fossi brava. Venivo da una realtà bellissima per certi aspetti, ma dove ero esclusa, a Milano invece mi sono trovata in un ambiente dove, finalmente, venivo capita.

Come professionista hai dovuto affrontare momenti di particolare difficoltà dovuti al tuo essere donna, per di più giovane?
Sì e no. La via che ho scelto è stata spianata da altre donne in passato, grandi musiciste che hanno aperto, come pioniere, la strada ad una generazione di giovani donne, quella di cui faccio parte, molto agguerrite e fortemente ispirate dal loro esempio. Penso quindi di essere molto fortunata perché facendo la solista la figura è stata sdoganata da tempo.
Nell’ambiente mi è però capitato di vedere cose assurde, a cominciare dalle differenze di cachet per donne e uomini nella stessa posizione di carriera.

O ancora penso al #MeToo in un contesto così dominato dagli uomini. Per quanto mi riguarda più direttamente, ho avuto qualche problema dettato dal fatto che sono solita dire quello che penso e questo, in ambienti totalmente maschili, mi ha fatto trovare non molto simpatica.

 

Tuo marito è il direttore d’orchestra Daniele Rustioni. Nella vostra vita così frenetica, il lockdown cosa ha significato per voi?
È stata una cosa assolutamente unica. Pur essendo insieme da tantissimi anni, non c’era mai capitato di stare a contatto per tutti questi mesi di fila. Da questo punto di vista, pur vivendo un periodo condito dalle angosce della situazione, per noi come coppia è stato positivo. Nella normalità facevamo programmi che poi per mille motivi non andavano mai come previsto e facevamo pazzie per vederci. Mio marito che lavora a Lione, stava magari due giorni in Francia per poi raggiungermi per un solo giorno a Londra dove viviamo.

Ecco, forse il Covid ci porterà a ragionare su quanto sia umanamente fattibile il lavoro come era stato impostato fino ad ora.

I viaggi e le tournée sono tutto, perché io amo portare la musica in giro per il mondo, ma ora che stiamo imparando a pensare in un contesto dove tutto è sospeso e fragile forse impareremo come programmare meglio il lavoro anche in futuro. D’altra parte, penso anche che una conseguenza economica della pandemia sul nostro settore farà sì che molte più cose si faranno in loco.

Alla musica classica hai dedicato anche il tuo primo libro, “Tra le note. Classica: 24 chiavi di lettura”, edito da Mondadori nel 2019…
Mi ha contattato la casa editrice e per me è sembrato uno splendido modo per fare divulgazione, non in modo accademico, ma attraverso il racconto, la passione e l’esperienza di una giovane professionista.

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Il tuo violino è un Francesco Ruggeri del 1697. Cosa significare suonare uno strumento con una storia così straordinaria?
Ho l’onore di essere io la sua violinista e non lui il mio violino: la sua storia continuerà dopo di me e questo è incredibile. La continuità, per questi strumenti, fa moltissimo per il suono. Se vengono suonati male si usurano, ma se suonati da eccellenti concertisti, restano in condizioni ottimali. Uscirà a febbraio l’album di incisioni che ho realizzato suonando il Cannone appartenuto a Niccolò Paganini.

Si tratta di un violino costruito da Giuseppe Guarneri del Gesù a Cremona nel 1743 e viene raramente concesso di suonarlo. Pensare che questo è lo stesso strumento che hanno ascoltato Schubert, Schumann, Goethe mi fa emozionare.

Non ci resta che congedarci con un suggerimento di ascolto…
Nell’anno in cui ricorre il 250 esimo dalla nascita di Beethoven consiglio sicuramente le sonate per violino e pianoforte e la Nona Sinfonia, il cui ascolto può davvero cambiare la vita. Da grandissima amante dell’opera, suggerisco Il Barbiere di Siviglia di Rossini, oppure la Tosca di Puccini o un altro suo capolavoro come La fanciulla del West. Oltre naturalmente a tutta la musica che in questo momento tutti noi musicisti proponiamo in streaming.

 

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Saperenetwork è...

Marina Maffei
Marina Maffei
Giornalista e cacciatrice di storie, ho fatto delle mie passioni il mio mestiere. Scrivo da sempre, fin da quando, appena diciassettenne, un mattino telefonai alla redazione de Il Monferrato e chiesi di parlare con l'allora direttore Marco Giorcelli per propormi nelle vesti di apprendista reporter. Lì è nata una scintilla che mi ha accompagnato durante l'università, mentre frequentavo la facoltà di Giurisprudenza, e negli anni successivi, fino a quando ho deciso di farne un lavoro a tempo pieno. La curiosità è la mia bussola ed oggi punta sui nuovi processi di comunicazione. Responsabile dell'ufficio stampa di una prestigiosa orchestra torinese, l'OFT, scrivo come freelance per alcune testate, tra cui La Stampa.

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