Il jazzista Paolo Fresu a bordo del treno

Paolo Fresu, trombettista e filicornista, vive fra Bologna e Parigi (Foto di Gabriele Lugli)

Ripartire al ritmo di jazz. A colloquio con Paolo Fresu

Che ne sarà della musica, dopo il Covid-19? Come saranno i concerti dal vivo? E il lavoro di musicisti e tecnici? Ne abbiamo parlato con il trombettista di fama internazionale, pronto a ripartire con il suo festival Time in Jazz di Berchidda, nel Sassarese

«La paura è la cosa più lontana dalla mia vita. Il lockdown mi ha dato, piuttosto, un sacco di forza, perché mi ha permesso di stimolare nuovi criteri di creatività. A casa ho scritto, composto e registrato musica, mi sono comprato una scheda audio, ogni domenica ho postato nuove composizioni. E poi compongo, scrivo, registro, monto in video: ho fatto un lavoro con Ornella Vanoni e Rita Marcotulli, un altro con Luca Barbarossa per il concertone del primo maggio, il 25 aprile abbiamo anche suonato “Bella Ciao”. Insomma, non ci siamo annoiati. Anzi abbiamo dimostrato quanto la musica si possa legare al presente».

 

Paolo Fresu
Paolo Fresu ha una profonda passione per il jazz e per l’ambiente

 

Commenta così Paolo Fresu, musicista che tutto il mondo ci invidia, l’esperienza della quarantena che anche lui ha attraversato nella sua abitazione di Bologna. Trombettista e filicornista originario di Berchidda, in provincia di Sassari,  ha praticato diversi generi, compresa la musica etnica e quella antica. Ma è il jazz la sua vera passione, che ha scoperto durante gli anni del conservatorio Luigi Canepa di Sassari. Nel 1988 ha dato vita proprio a Berchidda al festival Time in Jazz, che si tiene ogni agosto e che è stato annunciato formalmente anche quest’anno. Pochi giorni fa, inoltre, Fresu si è esibito insieme al Devil Quartet in un concerto dal Blue Note di Milano, trasmesso in streaming. Abbiamo colto l’occasione per parlare con lui del futuro e sulle potenzialità “ecologiche” della musica, di come cambierà il lavoro di tecnici, addetti ai lavori e degli stessi musicisti e di come sarà la fruizione musicale post-quarantena.

La settimana scorsa, con il Devil Quartet a Milano, avete suonato in un locale vuoto. Quali sensazioni hai provato,  ti è mancato il pubblico?
All’inizio sembrava un po’ strano, perché eravamo stati due mesi e mezzo chiusi in casa, senza vederci per molto tempo. Ci siamo incontrati con le mascherine, senza poterci abbracciare. Ma, superato quel momento, il concerto è stato molto bello, e non solo per la causa per cui suonavamo. Siamo un gruppo talmente affiatato che ci siamo divertiti e abbiamo suonato bene anche senza pubblico. Probabilmente con il pubblico sarebbe stato diverso, però in definitiva non ci è mancato più di tanto, suoniamo molto anche per noi stessi. Poi sapevamo che c’era un pubblico che ci stava seguendo da casa, per cui non è stato faticoso, né credo che quella dimensione di quasi solitudine abbia influito sulla qualità del concerto: eravamo carichi, avevamo voglia di suonare, siamo riusciti a superare il problema con il nostro interplay e la nostra capacità di divertirci e di suonare insieme. 

 

 

The Heart of Jazz era un concerto di raccolta fondi per la Croce Rossa. Com’è andata?
I dati non li conosco. Da quello che ho visto dalla registrazione dell’evento, mi pare che sul piano dell’informazione, del coagulare le coscienze, il messaggio sia stato molto chiaro e corretto. E non nego che questo tipo di informazione che passa attraverso la musica ci onora, dà ancora più senso a quello che facciamo. Non conosco i numeri né i meccanismi attraverso i quali il pubblico poteva contribuire. Personalmente mi bastava sapere che quella serata era probabilmente il primo concerto in Italia dopo due mesi e mezzo di lockdown e che dietro ci fosse anche questa attenzione per la Croce Rossa.

Certo che non sarà facile, anche per i lavoratori dello spettacolo, misurarsi con la fase che ci aspetta…
È un tema di cui mi sto occupando. Abbiamo appena approvato un manifesto che si chiama Forum Arte e Spettacolo, in difesa della categoria. Con la notizia della riapertura dello spettacolo dal vivo, devo dire che si è aperto uno spiraglio, perché magari non tutti ma una parte degli artisti, dei tecnici e delle persone che sono dietro al palcoscenico potrebbero riprendere a lavorare.

 

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Il tuo festival Time in Jazz a Berchidda quest’estate è stato annunciato normalmente. Come riparte?
Alla grande. Ovviamente non dimenticando quello che è accaduto e quanto stiamo vivendo. Ripartiremo con il rispetto massimo di tutte le regole, sappiamo che è un percorso in salita ma proprio questo ci obbliga, in qualche modo, ad assumerci delle responsabilità e anche a scartare rispetto al percorso normale. Se a un certo punto troviamo la strada chiusa, saltiamo a piè pari a destra o a sinistra. Certo, il pubblico sarà molto meno, si faranno meno ingressi, bisognerà gestire l’economia in una determinata maniera.

Per noi, che oltre a essere un’impresa culturale abbiamo un progetto e la responsabilità di portarlo avanti, di portare energie economiche nei nostri territori, è una sfida. Significa prendere il toro per le corna, affrontare le cose da altri punti di vista qualora non si possano risolvere.

È una sfida che ci piace moltissimo, che ovviamente ci preoccupa anche un po’, ma siamo pronti ad affrontarla. Il 26 maggio terremo la conferenza stampa, che avevamo già previsto prima di sapere della riapertura, proprio per dare un messaggio chiaro alla comunità.

 

Un momento del festival "Time in jazz" di Berchidda (Ss) che Paolo Fresu ha creato nel 1988
Un momento del festival “Time in jazz” di Berchidda (Ss) che Paolo Fresu ha creato nel 1988

 

Si tratta di un festival green con musica a pedali e riduzione dei rifiuti, inoltre sei stato direttore artistico di FestambienteSud. Come nasce il rapporto tra Fresu e l’ambiente?
Nasce in modo fortuito in anni in cui se ne parlava poco, più di vent’anni fa: da un concertino in una delle nostre chiesette di campagna, dove ebbi l’idea di portare un pianoforte e fu una cosa veramente straordinaria. Lì le chiese sono quattro e pensai di portare questi concerti in tutte e quattro, poi dalle chiese di Berchidda alle chiese dei paesi limitrofi. Quando il pubblico cominciò a essere troppo per l’interno delle chiesette, portare i concerti fuori dalle chiese, quindi in mezzo alla natura visto che sono chiesette situate nelle campagne dei nostri paesi. Dall’esterno delle chiesette all’esterno e basta: boschi, spiagge, rive dei fiumi e dei laghi. Per arrivare poi, dato che il pubblico di Berchidda cresceva negli anni e ai concerti esterni vengono anche duemila persone, a una riflessione importante sulla necessità di rispettare quegli spazi. Ne è conseguito un rispetto più ampio per tutto quello che riguarda l’ambiente: la ricerca di energie alternative, la sensibilizzazione sui temi legati al territorio. E questo ci ha portato a sviluppare un’idea di green che per una manifestazione come la nostra, seguita da 35mila persone credo sia una responsabilità importante.

 

Ascolta “Ad as”, per chi ancora muore nei nostri mari, sotto i nostri occhi

 

Dal 2008 il festival porta avanti una formula di “green jazz” promuovendo progetti di sensibilizzazione ecologica per ridurre l’impatto dell’evento sull’ambiente. Quali progressi avete compiuto in questi anni?
È un discorso in crescita. Abbiamo vinto più volte il premio di miglior festival ecologico d’Italia, le nostre linee guida sono andate anche in Europa e questo ci spinge a fare sempre meglio. Dobbiamo lavorare ancora di più sull’energia: tutti i concerti esterni sono alimentati con energia prodotta da noi, ma il palco centrale non è totalmente alimentato da energia solare. Uno degli obiettivi è quindi di riuscire a fare un festival veramente a impatto zero. Non è facilissimo però sono convinto che ce la faremo.

 

 

 

Durante il lockdown è stato detto che dopo questa pandemia niente sarà più come prima. Tu come la vedi? E come immagini il futuro della musica e dei musicisti?
Credo che il futuro dipenda da noi. E non lo immagino in questo momento, perché immaginarlo significherebbe immaginare il futuro di tutti. Nessuno ha questo dono. Ma credo che il futuro sia la possibilità che ognuno di noi ne scriva un pezzo.

Sono certo, sì, che sarà un futuro diverso, però non so quale. Ci sarà una presa di coscienza su alcune cose, su quello che si vuole essere, sul bisogno di camminare un po’ più piano, anche se non sono certo che saremo in grado effettivamente di metabolizzare l’esperienza che stiamo vivendo per portarcela nel futuro.

Personalmente sarò diverso, non solo nella vita ma anche nelle modalità di creatività. In tutto questo tempo a casa ho perfezionato e approfondito cose che altrimenti non avrei mai fatto, perché non ne avevo il tempo. Per esempio registrare a casa: non ho mai avuto uno studio e me lo sono dovuto in qualche modo inventare. Anche scrivere in maniera diversa e montare video sono cose che non avevo mai fatto, che ho imparato e che mi porterò in dote nel futuro. Già questo sarebbe sufficiente per giustificare questa forzata clausura. Sono un inguaribile positivo, quindi penso che il futuro prossimo sarà migliore. Mi pare che una metafora di questo momento sia che la verità non esiste: non ce l’hanno i virologi, non ce l’hanno quelli che parlano di salute. La verità siamo noi, che disegniamo il nostro futuro con i nostri pensieri e i nostri fatti.

Ascolta “Metamorfosi 2001”

 

La musica è potente. Il mondo virtuale la amplifica o la depotenzia?
Spero possa amplificarla, perché mi pare ci sia bisogno di musica, di arte, di creatività. Ma stiamo attenti al discorso sulla rete e lo streaming e al fatto che possano sostituire la musica dal vivo. Sono convinto che la musica continuerà a darci delle emozioni come nessun altro mezzo. Tutto dipenderà da un giusto equilibrio, perché credo anche nell’importanza del web e dello streaming, come per il concerto che abbiamo fatto a Milano. Se potremo permettere a mille persone di vedere un concerto anziché a cinquecento, la rete può essere utile, per cui penso che questo periodo abbia anche amplificato il potere della musica. L’importante è che non venga denigrata dai mezzi, che la gente non pensi che può avere la musica a casa gratis. Quando ordini alla pizzeria sotto casa tre margherite le paghi. È una questione di rispetto nei confronti di una filiera nella quale ci sono competenze, saperi, anni di studio. Questo è un messaggio molto importante, che deve essere chiaro per tutti.

 

Guarda l’esecuzione di Paolo Fresu del madrigale di Monteverdi “Si dolce è il tormento”

 

La musica è anche un atto politico. Molti regimi hanno provato e provano a imbavagliarla. Tu che ne pensi?
Sono molto d’accordo sul fatto che la musica sia un atto politico. Per me, è un atto politico perché serve a essere migliori, a sensibilizzarci su alcuni temi, a raccontare che la bellezza è fondamentale nella nostra società; la musica serve a edificarne la casa.

Politica viene da polis, che significa qualcosa di edificato ed è anche l’edificazione delle nostre coscienze: allora ben venga la musica perché riesce sempre a edificare qualcosa di nuovo.

Poi, che ci sia qualcuno che cerca di distruggere questo palazzo è evidente, storicamente è sempre stato così. Uscire sui balconi alle 18 a suonare, due o tre mesi fa, è stato un atto politico. Da questo punto di vista, credo che la musica abbia non solo un grande potere ma una responsabilità importante. Mille volte mi hanno detto «Ah, ma che cosa vuoi tu, che cosa ti occupi di problemi del mondo, tu suoni solo la tromba»: un tentativo bieco e molto ignorante di denigrare la forza di quell’atto politico.

Saperenetwork è...

Alice Scialoja
Alice Scialoja
Alice Scialoja, giornalista, lavora presso l'ufficio stampa di Legambiente e collabora con La Stampa e con La Nuova Ecologia. Esperta di temi ambientali, si occupa di questioni sociali, in particolare di accoglienza. Ha pubblicato il libro A Lampedusa (Infinito edizioni, 2010) con Fabio Sanfilippo, e i testi Neither roof nor law e Lampedusa Chapter two nel libro Mare Morto di Detier Huber ( Kerber Verlag, 2011). È laureata in Lettere, vive a Roma.

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