Tempo naturale e tempo umano

Tempi naturali e tempi umani. Dalla pandemia una lezione per l’ecofelicità

Il virus ci ha costretto a fermarci e rallentare il ritmo. Ma saremo in grado di sfruttare questa “occasione” per diminuire realmente i nostri consumi di materia e di energia? L’opinione di un’educatrice ambientale

Il tempo della pandemia è un tempo sospeso, che ci costringe a rallentare e ci dà la possibilità di riflettere, confrontando i ritmi di vita precedenti con quelli attuali ed entrambi con quelli della Natura.

Torna spesso alla mente quanto scriveva, ormai quasi vent’anni fa, Enzo Tiezzi nella versione rivisitata del suo Tempi storici, tempi biologici:

«Mentre a fine millennio la scienza celebra risultati fino ad oggi mai raggiunti, è nello stesso tempo davanti agli occhi di tutti una crisi che si manifesta in molte forme e, in particolare, come abbassamento della qualità della vita anche sul piano psicologico, come distruzione della natura e come aumento della disoccupazione giovanile». 

 

Enzo Tiezzi
Enzo Tiezzi è stato un chimico, politico e ambientalista italiano

Il tempo per rallentare

La rilettura e la riscrittura di Tempi storici, tempi biologici, a distanza di vent’anni dalla versione originale, evidenzia l’attualità dei problemi trattati, sottolineata ancora di più da quello che è successo sia sul piano degli eventi sia sul piano dell’evoluzione del pensiero politico e scientifico

Si trattava già della seconda versione del famoso libro, uscito per la prima volta negli anni ‘80 e già allora profetico. Oggi, a distanza di tanti anni da quella riedizione, i processi individuati dallo scienziato ambientalista sono ancor più avanzati e stanno mostrando i loro esiti più disastrosi, dalla crisi economica a quella ambientale, con il triste corollario di guerre, fame e migrazioni, per culminare in una terribile pandemia della quale, mentre scrivo, ancora non si vede la conclusione.

Ripensare il sistema

E tuttavia proprio questa dolorosa circostanza sembra sollecitare gli esseri umani a un ripensamento del loro stile di vita, del sistema economico, della relazione con il pianeta dove vivono. Ma perché il cambiamento sia reale e produca effetti significativi occorre, come in una navigazione, stabilire alcune coordinate e provare a tracciare una rotta.

Ecofelicità, una possibilità da indagare

 Uno dei punti critici delle attuali società umane è l’ impermeabilità fra uomo e Natura. Ci si accorge di lei solo quando si fa prepotentemente viva con un’alluvione o un terremoto… o con un’epidemia.

Gli obiettivi che la società ci pone come desiderabili (potere, beni materiali…) richiedono forte competitività e la capacità di essere,  progressivamente, sempre più veloci. E ci condannano all’infelicità perché in questa lotta all’ultimo sangue i perdenti saranno sempre e comunque la stragrande maggioranza.

Eppure in questo mondo paradossale, proprio coloro che meglio conoscono il danno fatto alla Natura e i gravi pericoli che esso comporta, sembrano più sereni degli altri. Sì, perché al di là degli stereotipi che mostrano, come icona dell’ambientalismo, un’immagine di Greta Thunberg perennemente accigliata, gli ambientalisti sono persone positive e ragionevolmente ottimiste. Questa caratteristica, che potremmo definire ecofelicità merita di essere indagata.

 

L'attivita Greta Thunberg nella sede del Parlamento europeo
L’attivita Greta Thunberg nella sede del Parlamento europeo di Strasburgo

 

L’illusione della velocità e le sue conseguenze

La velocità, caratteristica di una civiltà fortemente competitiva e fondata su un ciclo viziato di produzione-consumo-scarto-nuova produzione, è un elemento centrale del meccanismo perverso che porta gli esseri umani ad autodistruggersi distaccandosi dal mondo naturale nell’illusione di dominarlo. Dopo secoli in cui l’uomo ha misurato e scandito il tempo secondo le proprie esigenze e i propri scopi, i ritmi della vita del pianeta appaiono ridotti a una musica di sottofondo delle attività umane. Ma non lo sono.

 

Guarda il video sul modello di economia lineare (produzione-consumo-scarto) e l’economia circolare

 

 

I cicli stagionali, per quanto stravolti dai cambiamenti climatici, si ripropongono ogni anno con fiori e frutti; sui terreni devastati da disboscamenti e incendi rinascono erbe, arbusti e poi alberi che lentamente ricolonizzano l’ambiente devastato. Perfino sui fondali marini, polpi e murene trasformano gradualmente lattine di alluminio e bottiglie di plastica in nidi per la loro prole. Tuttavia i tempi di rigenerazione della Natura, come sappiamo, sono molto più lunghi di quelli della distruzione operata dagli umani. Questa doppia velocità è un elemento fondamentale della grave crisi ecologica che viviamo.

I virus corrono più dei nostri ritmi

Questo squilibrio evidentemente sfavorisce gli esseri umani, ma chi favorisce? Chi sono i nostri successori in termini evoluzionistici? Già nel 1994, con lucida preveggenza, Richard Preston nel suo Area di contagio scriveva:

«Per un agente patogeno della foresta pluviale, cinque miliardi di persone rappresentano un’enorme quantità di territorio inesplorato, vulnerabile all’attacco e privo di difese valide. Un virus killer, in grado di viaggiare nell’aria, potrebbe diffondersi in tutto il mondo nel giro di poche settimane o pochi mesi».

 

Richard Preston
Ricchard Preston collabora con la rivista “the New Torker”, ed è autore di diversi libri di divulgazione scientifica

 

La velocità dei virus è superiore alla nostra: si riproducono, si espandono, si trasformano e saltano da una specie all’altra in tempi molto più brevi di quelli necessari a noi per provare ad arginarli. Siamo sempre intenti a rincorrerli, sempre in affanno. Inoltre sono più piccoli e meno esigenti in termini nutrizionali, sono estremamente adattabili e in grado di resistere a condizioni ambientali critiche come quelle che noi abbiamo creato ma che i nostri corpi mal sopportano. Per arginarli, l’unica soluzione è smettere di creare condizioni favorevoli alla loro espansione, risanando l’ambiente e cercando di recuperare tempi e ritmi di vita meno invasivi.

La lentezza rinnovatrice

 Fermarci, rallentare, diminuire i consumi di materia ed energia: ce lo siamo riproposti più volte ma solo la pandemia è riuscita a imporcelo. E non appena abbiamo rallentato, lo smog è quasi scomparso dalle grandi città, mari e fiumi appaiono più limpidi per quanto ancora inquinati, e ci si mostra un quadro che ci dà una vaga idea di come potrebbe essere Il mondo senza di noi. Così lo immagina, su basi scientifiche, Alan Weisman in un suo libro del 2007:

«Dopo cinquecento anni, quel che rimane dipende dalla zona del mondo in cui vivete. Se il clima era temperato, una foresta ha preso il posto del vostro quartiere; a parte qualche collinetta in più, comincia a somigliare a com’era prima che ci posassero gli occhi i primi impresari edili, o i contadini da loro espropriati».

 

Alan Weisman
Alan Weisman è autore del libro Il mondo senza di noi pubblicato nel 2007

 

La lentezza creatrice del mondo vegetale, opposta alla velocità invasiva degli esseri umani e dei nostri microscopici competitori, i virus, sembra essere decisamente vincente. Del resto, non a caso, le piante hanno ricolonizzato la  Terra dopo ogni estinzione, ricostruendo equilibri compromessi,   permettendo ogni volta il rinnovarsi del miracolo della vita. Sicuramente un esempio a cui ispirarci. Racconta Pietro Maroè:

«La storia che vi voglio raccontare è quella di un rapporto speciale, tra due specie viventi agli antipodi nella scala evolutiva e diametralmente opposte nell’esprimere la propria capacità vitale: gli alberi e l’uomo. L’uomo, piccolo, finito e poco longevo, mobile e intelligente, e l’albero enorme, ultracentenario e immobile, capace di una vitalità inimmaginabile, di reazioni e risorse ancora da scoprire. L’uomo, arrogante e sprezzante, e gli alberi che si immolano ai suoi scopi, salvo riprendersi in un baleno gli spazi che l’essere umano abbandona». 

 

Guarda l’intervento di Pietro Maroè

 

 

Per comunicare con le piante, per prima cosa, dobbiamo essere disposti a cambiare completamente la nostra concezione del tempo, così importante per noi e così effimero per loro. La mancanza di tempo è un nostro limite, perché la percepiamo a partire dalla nostra finitezza, mentre per le piante il tempo è un cerchio che si amplia all’infinito, proprio come gli eterni anelli dei loro fusti.

Crescere rispettando i limiti

 Detto questo, è davvero necessario eliminare gli esseri umani perché sul terzo pianeta del Sistema Solare torni l’armonia? Forse no. Ed è questa la scommessa degli ambientalisti: riuscire a con/vivere con il pianeta attraverso una versione della sostenibilità che ribalti la nostra percezione dei sacrifici necessari al riequilibrio ecologico. Eccola, interpretata da Antonio Cianciullo:

«Possiamo fare pace con l’idea di crescita dandole un senso diverso da quello che le viene generalmente attribuito: una crescita delle opportunità e dei piaceri che rispetta i limiti della fisica. Un’ecologia del desiderio invece di un’ecologia del dovere». 

E da Fritjof Capra ed Hazel Henderson nel loro Crescita qualitativa:

«Questa nozione di “crescita che migliora la vita” è quello che intendiamo per crescita qualitativa: una crescita che migliora la qualità della vita. Negli organismi viventi, negli ecosistemi e nelle società, la crescita qualitativa consiste nell’aumento della complessità, della raffinatezza e della maturità». 

Qualità, legami e interdipendenze

Una crescita che metta al primo posto le qualità e non le quantità. Ma anche un tipo di crescita che tenga conto dei legami, delle interdipendenze finora sottovalutate. Perché solo tenendo conto dei legami è possibile dare senso al nostro essere nel mondo.

Come scrive Marcella Danon nel suo Ecopsicologia:

«Quando ritroviamo la nostra connessione con la terra, recuperiamo la sensibilità a quei legami atavici che fanno di noi un riassunto dell’evoluzione della vita, ci ridestiamo dall’illusione di essere soli… perché la Natura stessa insegna che (come dicono i Lakota Sioux), “mitakuye oyasin”, tutto è correlato». 

Questa visione sistemica e questa capacità di cogliere la relazione con gli ecosistemi è alla base di quello speciale modo di essere che potremmo definire ecofelicità.

 

Guarda l’intervista a Marcella Danon

 


Spunti di lettura

  • E. Tiezzi, Tempi storici, tempi biologici vent’anni dopo, Donzelli, Roma, 2001. Il libro è la rivisitazione di Tempi storici, tempi biologici, Garzanti, 1986, un testo che fu profetico per molti aspetti.
  • R. Preston, Hot zone – Area di contagio, RCS, Milano, 1997 (prima edizione: 1994).
  • A. Weisman, Il mondo senza di noi, Einaudi, Torino, 2007.
  • P. Maroè, L’azzurro infinito degli alberi, Rizzoli, Milano, 2019. Cfr. anche S. Mancuso, La nazione delle piante, Laterza, Roma/Bari, 2019.
  • A. Cianciullo, Ecologia del desiderio. Curare il pianeta senza rinunce. Aboca Edizioni, Sansepolcro, 2018.
  • F. Capra e H. Henderson, Crescita qualitativa, Aboca, Sansepolcro, 2013.
  • M. Danon,  Ecopsicologia: Crescita personale e coscienza ambientale,  Urra – Apogeo, Milano, 2006.

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Lilly Cacace
Lilly Cacace
Educatrice ambientale di esperienza venticinquennale, coordina il gruppo Scuola di Legambiente Ischia. Per l’Amp Regno di Nettuno, dal 2016, progetta e coordina “Nettuno va a scuola”, progetto educativo gestito in collaborazione con Legambiente Ischia e con le Scuole delle isole di Ischia e Procida. Autrice di "Alberi: Storie di amicizia tra persone e piante" (Albatros Edizioni Equosolidali, 2005). Ha scritto per Ischia News, Kaire, La Nuova Ecologia, .eco. Dirige l’Associazione "Gli alberi e noi - Isola Verde", per la quale gestisce progetti educativi e di volontariato, fra cui “Un mese per gli Alberi”. Laureata in Filosofia, le sue ricerche riguardano il rapporto fra educazione, cura dell’ambiente e felicità individuale.

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