Chi ci insegna a essere genitori

L'esperienza di educare, di allevare non appartiene solo ai genitori. Si può mettere al mondo anche un'idea (Foto di Monsterkoi da Pixabay)

Se è vero, come recita il proverbio africano, che per crescere un bambino ci vuole un villaggio, genitori non si nasce, si diventa. A poco a poco. A prezzo di una fatica interiore e fisica che non ha uguali. Ne abbiamo fatto esperienza durante il lockdown che, insieme a mille contraddizioni, ha esasperato il fregolismo della genitorialità da XXI secolo, con le mamme e i papà (soprassediamo per brevità sulle percentuali di genere del coinvolgimento parentale) costretti a vestire i panni degli insegnanti, del maestro di musica e di nuoto, del professore di ripetizioni, del gruppo scout e dei nonni, della babysitter e degli amichetti. E non è finita qui…

 

Un papà che sostiene una bambina mentre cammina sul muretto
Essere genitori è una ricerca, un cammino permanente (Foto di pasja1000 da Pixabay)

 

Sentiero senza fine

Il brutto e il bello del diventare genitori è che con quel primo gesto ci si avvia lungo un sentiero che non ha altra meta che il sentiero stesso: non si arriva mai… E non si credano esentati coloro che di figli, adottivi o biologico, non ne hanno.

La genitorialità è uno stadio della crescita e della funzione umana che prescinde dalla messa al mondo reale di un bambino. È un “prendersi cura di”, un desiderio generante connaturato all’essere umano. Uno spazio mentale, relazionale, rappresentativo, creativo, culturale che risiede in ognuno di noi.

Ha a che fare con i nostri legami affettivi passati, con la coincidenza biografica con il proprio destino e gli infiniti fili che tessono il nostro essere individui e dunque si manifesta in tutto ciò a cui “diamo vita”: un ideale, un progetto, un rapporto, un’associazione… Certamente, e in primis, anche un figlio, una figlia. L’importante è sapere che il nostro atteggiamento di fondo sarà identico. Saremo sempre noi, protettivi, concilianti, inaffidabili, normativi, insicuri e via dicendo, in qualunque atto generativo, riflessi in ogni esperienza come dentro un caleidoscopio.

 

Una famiglia osserva un panorama di montagna
Attraverso la genitorialità si proietta la nostra “coincidenza biografica” quando si dà vita a qualcosa, non soltanto a una figlia o a un figlio

 

Gocare sul serio

Genitorialità è il gioco serio e perennemente dinamico attraverso cui impariamo a prenderci cura dei bisogni dei nostri figli nelle varie tappe della loro crescita. E se Schiller diceva che «L’uomo è pienamente tale solo quando gioca» è perché lì siamo capaci di libertà e concentrazione, di regole, fantasia, apprendimento. Quante volte è veramente così? Diventiamo genitori in una trasformazione continua di relazioni intessute di tempo, domande e reciprocità che fanno crescere il figlio mentre cresce il genitore. Un processo in cui l’aratura, la semina e le radici avranno ripercussioni sul tronco e sulla chioma, ma anche sulla terra.

 

 

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Per questo ci vuole – ci vorrebbe – un villaggio dove in co-presenza il bambino da crescere trova l’entusiasmo ansioso del neo-papà e il pragmatismo rassicurante dell’educatore anziano, la “zia” paziente che canta le ninne nanne e il coetaneo con cui correre e saltare. E oggi, invece, i genitori sono sempre più soli. Ci siamo appena passati, lo abbiamo sperimentato sulla pelle nostra e dei nostri figli: in Italia il cordone ombelicale tra grembo materno e grembo sociale è tagliato da decenni e il virus ha evidenziato anche questa emergenza.

 

Il grembo materno, primo contesti di crescita per i bambini
I genitori oggi sono sempre più isolati, intorno al grembo materno non c’è più quello sociale

 

Fuori dal grembo

Isolate e poco permeabili, tiranneggiate dal consumismo più famelico, le famiglie italiane rampollano nell’occhio del ciclone di una società dai ritmi frenetici e disumanizzati e fanno quello che possono. Famiglie sempre meno numerose, una su dieci monoparentale, una su tre con un solo figlio, spesso desiderato a lungo.

Ma se genitori si diventa, come si impara? Chi ci insegna? Dove sono i maestri, le scuole?

Che fare quando siamo smarriti e persi, quando nel nostro amatissimo bambino non c’è traccia alcuna delle minuziose descrizioni dei manuali di pedagogia? Quando niente funziona e lo sconforto sale da dentro, togliendo forze, autostima, coraggio? Quando l’apprezzata professionista non vede altro nello specchio che le occhiaie della madre incapace? Si educa sempre, nella parola e nel silenzio. Non esistono comportamenti educativi neutri o privi di conseguenze e questo è tanto più vero oggi in cui l’aspetto educativo è andato perduto, l’autorità è entrata in crisi e i genitori, stressati dalle troppe responsabilità, finiscono per sottrarsi a quella basilare dell’esempio, della guida.

 

Il bambino è un'acqua di sorgente
Il bambino è un’acqua di sorgente. Chi mette degli argini per farlo crescere? (Foto di Arek Socha da Pixabay)

Il potere degli argini

Il bambino è una sorgente, un torrentello: ha bisogno di argini per diventare fiume. Ogni volta che esonda è perché abbiamo demandato a lui il ruolo genitoriale di sostegno e contenimento che ci era troppo faticoso. Il bambino piccolo a cui chiediamo cosa vuole mangiare e indossare o quale cartone vuole vedere, viene contemporaneamente detronizzato e incoronato. Tirato giù dal trono di chi, perché bambino, impara per imitazione e dunque ci conta, sul rispetto dei ruoli e sulla presenza di un modello a cui guardare con lo sguardo traboccante di fiducia. E incoronato sull’altare del “piccolo messia” da assecondare in tutti i modi.

I bambini di oggi sono autonomi, intelligenti, precocemente coltissimi, capaci di prestazioni relazionali quasi adulte. Non per questo non necessitano di figure genitoriali autorevoli e contenitive.

Trattandoli “alla pari” rischiamo di allevare una futura generazione di adolescenti-Narciso terribilmente fragili e intolleranti alla minima frustrazione perché «alle prese con una struttura mentale che chiede moltissimo, di bisogni di rappresentazioni ideali del sé e dei propri compiti a cui si sentono in dovere di essere all’altezza, un insieme di aspettative coniugate col ricordo dei memorabili successi ottenuti da bambini» (Gustavo Pietropolli Charmet, “Fragile e spavaldo. Ritratto dell’adolescente di oggi”, Laterza, 2010).

 

Guarda l’intervista a Gustavo Pietropolli Charmet al Festival della mente

Educare e autoeducare

Educare è un’arte per tutti, non certo esclusi i genitori. Educare mette in crisi, sempre. È il primo passo del cammino. È così che si comincia. Accettando l’idea che il maestro è quell’esserino urlante e bisognoso, profondamente a disagio in un corpo maldestro che non conosce e non obbedisce, così dolorosamente piccolo rispetto alla grandezza cosmica del suo spirito. Colmandoci di gratitudine proprio perché metterà il sale dove le ferite bruciano, dove dobbiamo lavorare per stemperare o fortificare. «Chi sei tu?» dovrebbe essere la domanda che vive nei genitori, una sorta di meraviglia di fondo, gravida di rispetto e di stupore.

Meraviglia anche per noi stessi, i genitori, imperfetti per definizione, disposti a sovvertire il presente dato in nome di un futuro incerto.

Aperti al primo necessario ingrediente di ogni ricetta educativa: non c’è educazione senza autoeducazione.

Solo così ogni passo sarà importante, ogni inciampo, ogni caduta, ogni stella tra le nubi lungo la via.

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Stefania Chinzari
Stefania Chinzari
Stefania Chinzari è pedagogista clinica a indirizzo antroposofico, counselor dell’età evolutiva e tutor dell’apprendimento. Si occupa di pedagogia dal 2000, dopo che la nascita dei suoi due figli ha messo in crisi molte certezze professionali e educative. Lavora a Roma con l’associazione Semi di Futuro per creare luoghi in cui ogni individuo, bambino, adolescente o adulto, possa trovare l’ambiente adatto a far “fiorire” i propri talenti.
Svolge attività di formazione in tutta Italia sui temi delle difficoltà evolutive e di apprendimento, della genitorialità consapevole, dell’eco-pedagogia e dell’autoeducazione. E’ stata maestra di classe nella scuola steineriana “Il giardino dei cedri” per 13 anni e docente all’Università di Cassino. E’ membro del Gruppo di studio e ricerca sui DSA-BES, della SIAF e di Airipa Italia. E’ vice-presidente di Direttamente onlus con cui sostiene la scuola Hands of Love di Kariobangi a Nairobi per bambini provenienti da gravi situazioni di disagio sociale ed economico.
Giornalista professionista e scrittrice, ha lavorato nella redazione cultura e spettacoli dell’Unità per 12 anni e collaborato con numerose testate. Ha lavorato con l’Università di Roma “La Sapienza” all’archivio di Gerardo Guerrieri e pubblicato diversi libri tra cui Nuova scena italiana. Il teatro di fine millennio e Dove sta la frontiera. Dalle ambulanze di guerra agli scambi interculturali. Il suo ultimo libro è Le mani in movimento (2019) sulla necessità di risvegliarci alle nostre mani, elemento cardine della nostra evoluzione e strumento educativo incredibilmente efficace.

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