Cani a catena. Una vergogna troppo diffusa

La detenzione di un cane alla catena in molte regioni italiane non è reato. Un recente rapporto della start up Green Impact, in collaborazione con l’associazione Save the Dogs and Other Animals analizza la situazione italiana e internazionale. Uno spaccato normativo e scientifico su una pratica inumana che andrebbe messa al bando

Una passeggiata in campagna e in una villetta intravedete, dalle grate di una recinzione, gli occhi tristi di un cane legato alla catena. Se sarà fortunato, avrà un riparo nelle vicinanze, una ciotola d’acqua, del cibo e qualcuno andrà a trovarlo quotidianamente. Altrimenti sarà condannato a deprivazioni fisiche e psicologiche: sferzato dal freddo, soffocato dal caldo, bruciato dal sole, privato della compagnia di umani e simili, la linfa vitale per un animale sociale. Eppure tutto questo non è reato in molte regioni italiane, come riportato nel Rapporto Verso il divieto di tenere i cani legati alla catena, realizzato da Green Impact, startup che promuove pratiche trasformative ecologiche ed economiche, in collaborazione con Save the Dogs and Other Animals, associazione italiana impegnata nel contrasto al randagismo e nella tutela degli animali.

Un quadro legislativo frammentario. Anche in Europa

Il rapporto passa in rassegna le normative regionali italiane e quelle di alcuni stati dell’Unione Europea ed extra-Ue, individuando carenze legislative e modelli positivi. Sara Turetta, fondatrice e presidente di Save the Dogs and Other Animals onlus, spiega: «L’idea è stata di Green Impact e noi l’abbiamo accolta con entusiasmo. Lo scopo era quello di colmare un grande vuoto: nessuno si è mai occupato della questione dei cani legati alla catena che sappiamo stare molto a cuore alle persone che amano questi animali. Una questione problematica, che abbiamo approfondito sia da un punto di vista scientifico, coinvolgendo etologi e veterinari, che hanno fornito pareri autorevoli che dessero legittimità alla nostra riflessione, sia da un punto di vista legislativo: volevamo mostrare come fosse frammentario il quadro italiano, per non parlare di quello europeo». Il documento, infatti, riporta i riferimenti normativi italiani, europei ed extra europei, con gli esempi virtuosi di Svezia, Austria e California, e una serie di capitoli dedicati all’etologia, biologia e fisiologia dei cani, a cura di esperti nazionali e internazionali, quali l’etologo Enrico Alleva, direttore del Reparto di Neuroscienze comportamentali dell’Istituto Superiore di Sanità, e Ádám Miklósi, professore presso il Dipartimento di Etologia della Eötvös Loránd University di Budapest.

Sara Turetta, fondatrice e presidente di Save the Dogs and Other Animals onlus

La situazione italiana

In Italia ci sono regioni in cui tenere un cane legato alla catena è vietato, come in Umbria e in Campania, dove però non è prevista sanzione. In Abruzzo, Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto e Puglia il divieto ha applicazione limitata e deroghe specifiche: ad esempio, in Puglia è possibile tenere un cane alla catena “per ragioni sanitarie certificate da un veterinario, con specificazione della diagnosi e della durata del trattamento, o per temporanee ragioni di sicurezza”. Divieti con deroghe generiche sono previsti in Valle d’Aosta e Friuli-Venezia Giulia, esistono termini vaghi in Toscana e nelle Marche, non c’è esplicito divieto in Sardegna, Calabria, Lazio, Molise, Piemonte e Trentino Alto Adige e, infine, sono totalmente prive di regolamentazione Liguria, Basilicata e Sicilia.

 

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Cosa prevede il Codice Penale

Come avevamo già raccontato in un precedente articolo, gli strumenti del diritto italiano per la tutela degli animali sono alquanto disorganici. L’avvocato Michele Pezone, responsabile nazionale dei diritti degli animali per la Lega Nazionale per la Difesa del Cane-Animal Protection, conferma: «Come emerge dal rapporto pubblicato da Green Impact, la legislazione nazionale è disorganica in quanto poche regioni hanno vietato in modo chiaro di tenere i cani alla catena, cosa che nella maggior parte dei casi è ammessa dalle normative regionali o non è adeguatamente regolata e sanzionata. Laddove ci sono norme chiare che vietano di tenere il cane alla catena, si può chiedere l’intervento delle guardie zoofile o delle forze dell’ordine, che possono sanzionare il proprietario e pretendere che il cane sia tenuto in modo adeguato. Altrimenti è quasi impossibile ottenere una tutela dei cani, nonostante si trovino in una condizione di maltrattamento etologico». Cosa succede se denunciamo la detenzione di un cane alla catena in una regione in cui non è previsto il reato? Pezone spiega: «Se la legge regionale non viene in soccorso, si potrebbe fare riferimento al secondo comma dell’articolo 727 del codice penale, che punisce chi detiene gli animali con modalità non compatibili con la loro natura. Ma questa compromissione delle esigenze del cane dovrebbe essere certificata da un veterinario e generalmente i veterinari pubblici sono poco inclini a individuare questo tipo di maltrattamento etologico».

 

Michele pedone
Michele Pezone, responsabile nazionale dei diritti degli animali per la Lega Nazionale per la Difesa del Cane-Animal Protection

Tra scienza e applicazione della legge

Documenti come quelli redatti da Green Impact contribuiscono a fare chiarezza sulla condizione dei cani legati alla catena anche attraverso la lente della scienza, in particolare l’etologia e la veterinaria, permettendo di far comprendere quanto questa pratica sia sbagliata. Abbiamo chiesto a Cristian Evangelista, istruttore cinofilo nazionale della Ficss (Federazione italiana Cinofilia Sport e Soccorso ), della Siua (Scuola di Interazione Uomo-Animale) e dog trainer per la Lndc-Animal Protection, di raccontarci la propria esperienza: «Raramente mi è capitato di avere a che fare con cani costretti alla catena, poiché ovviamente chi utilizza questi metodi non è disposto a lavorare per risolvere il problema. Alla Lega per la difesa del cane riceviamo tantissime segnalazioni in merito e la realtà è che, anche in regioni come l’Abruzzo, dove questa pratica è vietata ormai da anni, continuiamo a vedere cani alla catena». Cosa possiamo fare quando vediamo queste situazioni? «Poco. Purtroppo molto poco. Perché, spesso, far presente a una persona priva di scrupoli e di umanità, che vede il cane come un oggetto e che non è disposto a lavorare per risolvere le problematiche presenti, che la sua condotta è severamente vietata e passibile di multa ha un effetto tragico. Quel cane, con buona probabilità, verrà abbandonato o addirittura soppresso in maniera disumana». Queste parole aprono a un’ulteriore riflessione: non sono solo i riferimenti normativi a essere lacunosi, anche le modalità di applicazione della legge dovrebbero essere riformate.

 

Cristian evangelista
Cristian Evangelista, istruttore cinofilo nazionale della Ficss, della Siua e dog trainer per la Lndc-Animal Protection

I danni fisici e psicologici

I danni che un cane alla catena subisce sono fisici – se l’animale applica una trazione alla catena, subisce dei danni irreparabili a livello della trachea e delle vertebre cervicali e, alcuni di loro, diventano addirittura afoni per la pressione esercitata negli anni – e comportamentali, in tutta una serie di sfumature che dipendono dal tipo di cane e dal suo carattere. Evangelista specifica: «Abbiamo difficoltà comunicative con gli altri cani, poiché la catena limita le più importanti prossemiche comunicative e soprattutto tende a far assumere al soggetto una postura impettita e assertiva, anche se le sue intenzioni fossero totalmente diverse. Nella sfera emozionale, poiché la catena limita tutte quelle attività di apertura e fiducia nei confronti del mondo, costringendo il soggetto a una vita di conazioni, vessazioni e inibizioni, le quali trascinano il cane nel vortice dell’abulia e della depressione o, dall’altra parte, dell’iperreattività e dell’aggressività». Ci sono poi seri problemi motivazionali, «Poiché al cane è vietata l’espressione dei propri desideri e interessi (ad esempio cacciare, perlustrare, esplorare), con conseguenze di demotivazione o di frustrazione».

Cosa si prova a vivere legati a una catena

L’esperto continua ad elencare i danni, che comprendono difficoltà nel livello di eccitazione, in quanto il soggetto tenderà a vivere i rari momenti di libertà o di relazione con il proprietario con un’enfasi maggiore e, quindi, con maggiore stress. «Dal punto di vista cognitivo, la mancanza di momenti di esplorazione, soprattutto olfattiva, e perlustrazione, la mancanza di esperienze con cui doversi confrontare, porteranno il soggetto a una fissità cognitiva che tenderà a far gravitare il cane nella sua condizione, e quindi a peggiorare piuttosto che a migliorare i problemi che lo hanno portato a vivere alla catena». Per illustrare meglio la situazione, Cristian Evangelista usa come esempio il lockdown della prima parte della pandemia:

Per la prima volta abbiamo dovuto sperimentare la coercizione, abbiamo dovuto vivere come cani alla catena. Noi però sapevamo il motivo, sapevamo che presto o tardi sarebbe finito, sapevamo che ogni tanto potevamo sgarrare, per andare a fare la spesa o a lavorare, eppure abbiamo vissuto il lockdown in maniera assolutamente traumatica. Ecco il modo migliore per capire la vita del cane a catena.

La tutela nella nostra Costituzione

Con l’insediamento del governo Draghi, Animal Law, insieme ad altre associazioni tra cui Lav- Lega Anti Vivisezione, Lndc, Oipa-Organizzazione Internazionale Protezione Animali, Legambiente, e la Federazione Italiana Associazioni Diritti Animali e Ambiente, hanno proposto l’inserimento nella Costituzione italiana della tutela degli animali. Inoltre è stato chiesto ad alcuni membri della Commissione Giustizia del Senato, di proporre il divieto assoluto di messa alla catena dei cani in Italia proprio all’interno della revisione della legge sul maltrattamento. Ma l’attività parlamentare italiana è lenta, non solo in tempi di Covid-19, e le leggi hanno percorsi tortuosi. Sara Turetta spiega che, in attesa di una normativa a livello nazionale, si sta impegnando con Save The Dogs a livello regionale: «Ci sono alcune regioni che sono già a metà strada, hanno già percorso un tratto, devono soltanto completarlo, migliorarlo. Abbiamo individuato le prime regioni su cui quest’anno faremo delle azioni molto specifiche di lobbying, di pressione, con alcune petizioni ed eventi che organizzeremo per ottenere la messa al bando della catena». La strada per liberare i cani costretti alla catena in Italia è ancora lunga. C’è chi ha la pazienza, un passo per volta, di percorrerla per assicurare un futuro di libertà e privo di violenze ai nostri amici a quattro zampe.

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Alessia Colaianni
Alessia Colaianni
Laureata in Scienza e Tecnologie per la Diagnostica e Conservazione dei Beni Culturali, dottore di ricerca in Geomorfologia e Dinamica Ambientale, è infine approdata sulle rive della comunicazione. Giornalista pubblicista dal 2014, ha raccontato storie di scienza, natura e arte per testate locali e nazionali. Ha collaborato come curatrice dei contenuti del sito della rivista di divulgazione scientifica Sapere e ha fatto parte del team della comunicazione del Festival della Divulgazione di Potenza. Ama gli animali, il disegno naturalistico e le serie tv.

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