grande barriera corallina

La Great Barrier Reef è la più grande barriera corallina del mondo con un'estensione di 2300 km

La grande barriera corallina è in pericolo. L’allarme dell’Unesco, prima che sia troppo tardi

Che la Grande Barriera Corallina d’Australia sia minacciata dal riscaldamento globale non è cosa nuova. Presto potrebbe essere ufficialmente riconosciuta come “in pericolo”. La priorità è proteggere l’ecosistema, intervenire in ritardo potrebbe essere fatale. Il governo australiano però continua a tentennare…

L’ultima valutazione dell’Onu è stata chiara: la Grande Barriera Corallina australiana dovrà essere inserita nella lista dei siti Unesco ritenuti in pericolo. Infatti, nonostante i tristemente noti effetti del cambiamento climatico su questo prezioso ecosistema, la più estesa formazione corallina al mondo non è ancora stata “declassata” in questo senso. Considerarla a rischio, è bene precisarlo, non significa affatto sminuirla, piuttosto indica che lo sforzo per tutelarla dovrà essere ancora più intenso. Ma non la pensa così il governo australiano, da sempre contrario ad un declassamento del sito per questioni di immagine. «Questa decisione – ha dichiarato la ministra dell’Ambiente Sussan Ley – è stata presa senza le dovute verifiche. È stata presa sulla base di una revisione a tavolino, non hanno nemmeno usato i dati più recenti».

 

 

Le politiche climatiche australiane e il loro impatto

La Grande Barriera, non a caso, vale per lo Stato oceanico ben quattro miliardi di dollari l’anno in entrate turistiche. Una somma cospicua evidentemente non reinvestita a sufficienza nella conservazione del sito. A rincarare la dose ci sono infatti le dichiarazioni rilasciate da diverse organizzazioni ambientaliste locali e internazionali. Da tempo, queste chiedono al governo australiano di impegnarsi maggiormente nel ridurre le emissioni climalteranti del Paese. Ogni richiesta, tuttavia, è rimasta di fatto inascoltata. Gli obiettivi australiani per le emissioni di gas serra sono immutati dal 2015 e il primo ministro Scott Morrison ha perfino resistito alle pressioni internazionali che chiedevano l’adozione dell’obiettivo “zero netto” entro il 2050. «Le politiche climatiche australiane – ha commentato Imogen Zethoven, consulente della Australian Marine Conservation Society – sono coerenti con un aumento della temperatura media globale di 2,5-3,0°C: un riscaldamento che distruggerebbe ogni barriera corallina del mondo». Quindi, nonostante i presunti progressi decantati dal governo, la decisione dell’Unesco conferma che c’è ancora molto da fare. Infatti, la Grande Barriera Corallina, prima di tutto, è una composizione biologica dal valore ecologico inestimabile e, solo successivamente, un’attrazione turistica. Preservarla con ogni mezzo a disposizione dovrebbe essere un imperativo, specie se si è determinati a mantenerne inalterato il prestigioso ruolo ricreativo e culturale.

 

“The Great Barrier Reef has had three very severe and widespread coral bleaching events that have been driven by marine…

Pubblicato da Australian Marine Conservation Society su Domenica 4 luglio 2021

 

Lo sbiancamento dei coralli

Nel 2009 a Opal Reef, uno dei punti più suggestivi della Grande Barriera, i coralli erano rigogliosi e splendenti delle più vive cromature. Nel 2016, quando le temperature raggiunsero nuovi picchi, gli esploratori David Doubilet e Jennifer Hayes, si trovarono di fronte «una grigia distesa più morta che viva – hanno raccontato in un recente numero di National Geographic – un ammasso scheletrico». Questa è solo una delle testimonianze di quanto il riscaldamento globale impatti su questi organismi. Il cosiddetto sbiancamento dei coralli, superata una certa soglia di calore, è un processo spesso irreversibile. Ma perché avviene? I coralli sono solo una delle classi costituenti il più ampio phylum degli Cnidari. Questi ultimi possono essenzialmente presentarsi sotto forma di due varianti morfologiche: i polipi – che non hanno nulla a che vedere con i polpi che, invece, sono dei molluschi – e le meduse. I coralli, per la precisione, sono dei polipi coloniali sessili – cioè raggruppati in colonie ed ancorati al fondale – che vivono in simbiosi con alghe fotosintetiche, le zooxantelle. Le microscopiche inquiline, colonizzando i tessuti scheletrici dei coralli, forniscono a questi elementi nutritivi essenziali, nonché le loro peculiari colorazioni. Tuttavia – e qui arriviamo al fenomeno dello sbiancamento – le alte temperature e altri disturbi possono causare la morte o l’espulsione delle alghe. Il risultato? Lo scheletro carbonatico del corallo – di per sé bianco – viene messo in mostra e l’animale sessile, qualora non riuscisse a ripristinare la simbiosi in tempi utili, deperisce fino al decesso.

 

 

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Salvaguardare l’ecosistema, anche per salvare l’economia

Riscaldamento globale, acidificazione dei mari, specie aliene e inquinamento sono solo i principali fattori scatenanti questo processo che, già nel 1998, aveva interessato circa il 16% dei coralli mondiali. Oggi si stima, soprattutto a causa di due estesi sbiancamenti successivi – uno nel già citato 2016 e uno nel 2017 – che più della metà della Grande Barriera corallina sia andata persa per sempre. Ciononostante, le proporzioni della struttura biologica rimangono imponenti: 2.300 chilometri costituiti da oltre 3.000 singoli reef visibili persino dallo spazio. Per comprenderne ancora una volta l’importanza, basti pensare che, pur occupando appena lo 0.1% del fondo oceanico, le barriere coralline del Pianeta supportano almeno il 25% di tutte le specie marine note. Per questo, e indubbiamente per salvare il turismo, gli sforzi per salvaguardarle non saranno mai abbastanza. Ad oggi sono due le strategie più promettenti che aumentano le probabilità di recupero delle barriere su larga scala: la clonazione e la riproduzione assistita. Nel primo caso, da un singolo frammento di corallo è possibile dare origine a nuove colonie senza però garantire un’indispensabile variabilità genetica. La riproduzione artificiale, invece, sebbene più impegnativa e costosa, assicura il successo riproduttivo della colonia generando, al contempo, individui geneticamente nuovi e potenzialmente più resistenti. Insomma, le possibilità offerte dalla scienza non mancano. Ma, come al solito, sarà la volontà politica a fare la differenza. Affrontare seriamente la crisi climatica, ad esempio, potrebbe prevenire lo sbiancamento dei coralli riducendo drasticamente i costi derivanti da successivi interventi di ripopolamento e dalle perdite economiche inevitabili che il settore turistico accuserebbe.

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Clonazione e riproduzione assistita attualmente sono le due opzioni principali per poter salvaguardare e recuperare le barriere coralline del Pianeta su larga scala

 

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Simone Valeri
Simone Valeri
Laureato presso l'Università degli studi di Roma "La Sapienza" in Scienze Ambientali prima, e in Ecobiologia poi. Divulgare, informare e sensibilizzare per creare consapevolezza ecologica: fermamente convinto che sia il modo migliore per intraprendere la via della sostenibilità. Per questo, e soprattutto per passione, inizia a collaborare con diverse testate giornalistiche del settore, senza rinunciare mai ai viaggi con lo zaino in spalla e alle escursioni tra mare e montagna.

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