La signora delle zanzare

È tra le 10 personalità scientifiche più importanti del 2020, secondo la prestigiosa rivista Nature. Adi Utarini è la scienziata indonesiana che, insieme al suo team, sta ottenendo risultati prodigiosi nella lotta alla febbre dengue. Anche grazie al coinvolgimento della popolazione locale e a un batterio molto particolare…

Quando lo scorso dicembre Nature ha indicato le dieci personalità importanti per la scienza nel 2020, non è stata una grande sorpresa trovarvi nomi strettamente legati con la pandemia di SARS-CoV-2. Fra loro c’è però anche un’esperta di sanità pubblica che ha saputo tenere insieme le esigenze della scienza e delle popolazioni in un abile gioco diplomatico; Adi Utarini è la scienziata capofila di un progetto iniziato nel 2011 in Indonesia per debellare la febbre dengue. Unitasi al gruppo di lavoro nel 2013, grazie alla sua esperienza e competenza, Utarini è stata fondamentale anche nella comunicazione e nel coinvolgimento delle comunità.

La dengue, virus delle zanzare

La febbre dengue è una malattia che colpisce annualmente circa 400 milioni di persone; endemica in molti paesi del sudest asiatico e in zone tropicali e subtropicali di Africa e Americhe, è sostenuta da quattro varianti dello stesso virus, non è trasmessa da uomo a uomo, che è però serbatoio del virus, ma è diffusa attraverso le zanzare della specie Aedes aegypti che fungono da vettori. Dove le zanzare trovano le condizioni per proliferare, sono capaci di infettarsi da soggetti malati, di trasportare il virus, e trasmetterlo ad altri uomini attraverso le loro punture. 

L’Europa e i cambiamenti climatici

Con i cambiamenti climatici in atto, la vita delle zanzare portatrici è resa possibile anche in zone prima sfavorevoli, e la loro presenza si va riscontrando anche nel bacino del Mediterraneo. Inoltre, anche la specie Aedes albopictus, che si è diffusa negli scorsi decenni in Europa, può trasmettere il virus.

La febbre dengue potrebbe quindi costituire un problema sanitario anche per altri Paesi non ancora interessati dall’epidemia.

I limiti del vaccino

La malattia è caratterizzata da febbre elevata, dolore articolare, vomito, spossatezza e guarisce spontaneamente in circa due settimane, anche se debolezza e affaticamento possono perdurare dopo la guarigione. In alcuni casi però si manifesta in modo pernicioso con la sua forma emorragica che può portare alla morte. Le morti stimate annualmente sono intorno alle 20.000. I sintomi più gravi si hanno spesso nei bambini sotto i 15 anni, e la febbre emorragica si caratterizza fra le prima cause di morte infantile nel Centro America. Nella prima metà dello scorso decennio è stato approvato un vaccino contro il virus Dengue, il rischio però di una pandemia resta concreto, e richiede perciò anche approcci nuovi per limitarne la diffusione. 

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Un nuovo approccio necessario

Uno di questi è quello che ha visto coinvolto il team guidato da Adi Utarini e impegnato nel World Mosquito Program nella zona indonesiana di Yogyakarta, città di 400.000 abitanti sull’isola di Giava. Il programma non è orientato solo a proteggere dal Dengue ma anche da altri virus che hanno come vettori le zanzare come Zika, chikungunya e la febbre gialla e parte dall’osservazione che alcuni batteri del genere Wolbachia sono capaci di limitare la replicazione di questi virus nell’organismo delle zanzare. 

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Wolbachia, il batterio anti-dengue

I batteri Wolbachia sono presenti naturalmente in molte specie di insetti e non sono causa di patologie umane. La loro presenza ambientale è normalmente diffusa, vivendo in simbiosi con i loro ospiti. Quando questi batteri si trovano nelle zanzare Aedes aegypti, riducono la capacità dei virus di proliferare nell’ospite e diminuiscono quindi la possibilità da parte della zanzara di fare da vettore della malattia.

Inoltre, i batteri si trasmettono con le uova alle generazioni successive, perciò da zanzare portatrici del batterio nasceranno zanzare che ospitano Wolbachia e quindi meno capaci di trasmettere il Dengue.

L’intuizione dei ricercatori

Tuttavia, benché il batterio viva abitualmente in molte specie di zanzare, normalmente non si trova nell’Aedes aegypti. L’intuizione dei ricercatori australiani che per primi hanno pensato a Wolbachia per limitare il virus Dengue è stata proprio quella di allevare le zanzare della specie Aedes aegypti che ospitano il batterio e poi liberarle in natura e lasciare che la popolazione che porta il batterio si sostituisca a quella senza, diminuendo così la diffusione della malattia. Il “metodo Wolbachia” è stato quindi perfezionato e applicato dal World Mosquito Program a livello internazionale e mira a ottenere risultati stabili sui virus trasmessi da zanzare entro il 2023.

 

 

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Adi Utarini e il coinvolgimento della comunità

Ma immettere la specie portatrice di Wolbachia poteva porre dei dubbi sulla sicurezza per l’ambiente e per le persone. Ed è qui che è entrata in campo l’esperienza di Adi Utarini, perché per compiere un’operazione del genere non si poteva chiedere alla popolazione di lasciar fare alla scienza, ma è stato necessario coinvolgere i cittadini, informarli e renderli parte del processo non solo perché accettassero di fare da popolazione campione, ma perché ne vedessero subito i riscontri positivi.

La scienziata dei due mondi

Proprio a Yogyakarta, nel 1965, è nata Adi Utarini. Dopo la Laurea in Medicina all’Universitas Gadjah Mada nel 1989, ha continuato i suoi studi a Londra e in Svezia, dove ha ottenuto anche il dottorato con lo studio dei programmi di controllo sulla malaria, specializzandosi in gestione e politiche della salute pubblica. In questo campo insegna nei corsi di politica e gestione della qualità e metodi di ricerca alla Universitas Gadjah Mada. Utarini è fra i più prestigiosi nomi del servizio sanitario indonesiano: ha fatto parte Consiglio del Ministero indonesiano della ricerca e della tecnologia, è membro delle istituzioni per il controllo delle malattie e la qualità del sistema sanitario, ed è attiva nella ricerca. 

Il TEDx di Adi Utarini sul dengue

Il calo del dengue

Grazie alla sua grande esperienza in sanità pubblica è stato possibile raggiungere il risultato celebrato da Nature: nei quartieri di Yogyakarta in cui sono state introdotte le zanzare portatrici del batterio è stato raggiunto un calo del 77% dei casi di febbre dengue. Lo studio così condotto ha dimostrato di poter dare risultati efficaci e riproducibili dopo gli studi preliminari e incoraggianti che erano stati condotti in aree più ristrette, sia in Vietnam che in Australia.

Sperimentazione e accettazione pubblica

Sono stati però necessari due anni di contatti con il governo e con le autorità locali prima di iniziare la sperimentazione.

In questo periodo il coinvolgimento delle autorità e della comunità ha portato a una accettazione pubblica dell’88%. Il coinvolgimento della popolazione è diventato quindi esso stesso un modello riproducibile anche su altri territori.

La comunicazione ha previsto campagne attraverso nuovi media e media tradizionali, ricerche sull’apprezzamento degli interventi e delle informazioni ottenute.

Laboratori, canzoni e mascotte

La stessa “Prof Uut, come viene chiamata dai suoi collaboratori, ha avuto modo di descrivere l’esperienza indonesiana. Per prima cosa è stato necessario costruire un rapporto di fiducia, poi diffondere capillarmente le informazioni e farle diventare parte della quotidianità degli abitanti di Yogyakarta, attraverso i laboratori per i bambini e persino con una canzone e un ballo a favore di social sulla Wolbachia e sul suo contributo, e con Wolly, la mascotte del World Mosquito Program di Yogyakarta.

Utarini ha incontrato faccia a faccia i rappresentanti delle comunità, per rispondere alle domande, fugare i dubbi e le false informazioni.

 

 

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Accogliere, spiegare, coinvolgere

I laboratori sono stati aperti per accogliere i visitatori, mostrare loro tutte le fasi del processo, rassicurarli sul fatto che il metodo non richiedesse alcuna manipolazione genetica, né l’uso di insetticidi, non fosse dannoso per l’ambiente e si autosostenesse, poiché infatti, una volta che le zanzare sono rilasciate nell’ambiente, non sono necessari ulteriori interventi.

 

Il ruolo delle donne nella società indonesiana

Le persone sono state così coinvolte in ogni passaggio del progetto dalla liberazione delle uova con Wolbachia, al monitoraggio dei casi di malattia. L’esperienza di Utarini ha portato allo sviluppo di protocolli per affrontare le preoccupazioni e i dubbi. Quello realizzatosi a Yogyakarta è un successo femminile, non solo per la sua presenza.

La maggior parte dei capi comunità della città sono infatti donne, e ugualmente diffusa è la presenza femminile in ruoli sanitari strategici e nella guida di campagne per la salute pubblica e la difesa ambientale.

Unire scienza e comunità, l’esempio di Utarini

Un esempio brillante quello del team di Adi Utarini, che lo scorso anno ha dovuto affrontare la scomparsa del marito a causa della Covid. Il suo approccio medico e organizzativo può diventare uno standard per interventi di sanità pubblica su larga scala che possono risolvere efficacemente situazioni complesse, avvicinando scienza e comunità, risolvendo i conflitti con la reciproca conoscenza.

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Maria Luisa Vitale
Maria Luisa Vitale
Calabrese di nascita ma, ormai da dieci anni, umbra di adozione ho deciso di integrare la mia laurea in Farmacia con il “Master in giornalismo e comunicazione istituzionale della scienza” dell’Università di Ferrara. Arrivata alla comunicazione attraverso il terzo settore, ho iniziato a scrivere di scienza e a sperimentare attraverso i social network nuove forme di divulgazione. Appassionata lettrice di saggistica scientifica, amo passeggiare per i boschi e curare il mio piccolo orto di piante aromatiche.

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