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Nel 1920, in un editoriale pubblicato su L’Ordine Nuovo, Antonio Gramsci, riprendendo un motto di Romain Rolland, invitava ad affrontare le situazioni difficili con serietà stoica. Uno slancio morale capace di superare il pessimismo e l’ottimismo. Con un’operazione di superamento dialettico, l’uomo avrebbe dovuto seguire il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà.

A distanza di un secolo quelle parole sono ancora una guida valida. Gianni Silvestrini e Giovanni Battista Zorzoli nel saggio Le trappole del clima. E come evitarle, edito da Edizioni Ambiente, le citano per ricordarci che sono tante le sfide da affrontare. E anche in fretta. Nell’epoca dell’Antropocene, la nostra specie deve fare i conti con la crisi climatica, con le sue ripercussioni sulla salute, sulle organizzazioni sociali e sulla stessa economia:i danni climatici nel 2019 sono stati stimati dalla società di riassicurazione Swiss RE in 140 miliardi di dollari.

Gianni Silvestrini è presidente della società Exalto Energy&Innovation e direttore scientifico del Kyoto Club.

Le tappe dell’emergenza climatica

Attraverso una ricostruzione storica delle principali tappe che hanno portato all’emergenza climatica, gli autori del libro definiscono la strategia per affrontare le crisi del nostro presente. Strategia che si traduce in un chiaro cambio di paradigma: lo sviluppo economico non può fare a meno di una rivoluzione culturale progressista e ambientalista, che però è ostacolata su più fronti. In primis dal ritorno dei nazionalismi. E poi dalla difficoltà ad abbandonare un modello di sviluppo che ha portato miliardi di individui a raggiungere un certo benessere, e  altri miliardi a desiderarlo.

 

giovanni battista zorzoli
Giovanni Battista Zorzoli è stato Docente al Politecnico di Milano dal 1960 al 1987, prima in Fisica del reattore nucleare poi in Complementi di Impianti Nucleari.

Come possiamo cambiare definitivamente rotta nonostante gli ostacoli? Innanzitutto i cosiddetti paesi sviluppati non possono  soltanto annunciare politiche di riduzione delle emissioni a livello globale, senza poi  procedere in un’unica direzione a livello globale. In altre parole, bisogna evitare di lanciare messaggi ambigui e prendere decisioni con la massima tempestività. «Sono messaggi – si legge nel saggio – che possono trovare largo ascolto presso quella fascia, probabilmente maggioritaria, di cittadini convinti che il cambiamento climatico rappresenti un rischio reale, ma che nei comportamenti quotidiani danno ragione alla tesi secondo cui il nostro cervello non è abbastanza evoluto per affrontare una crisi di vaste dimensioni sia temporali, sia spaziali». Così, anche se gli Usa hanno deciso di uscire dall’Accordo di Parigi, e la Cop 25 si è chiusa con un fallimento, non si può arrestare la corsa verso la green economy.

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Una rivoluzione possibile

Una rivoluzione ambientalista è possibile. Le disuguaglianze sociali e energetiche possono essere superate. Ma, secondo gli autori, questi obiettivi si possono raggiungere soltanto se prendiamo seriamente in considerazione gli investimenti sulle fonti rinnovabili e la riduzione dei consumi. Coinvolgendo i Paesi in via di sviluppo, sostenendo la loro crescita in direzione dell’economia circolare. Abbandonando il modello di sviluppo di tipo lineare. Ad esempio, nelle aree dell’Africa subsahariana in cui la povertà energetica contribuisce ad allargare la forbice della disuguaglianza, la disponibilità di nuove tecnologie per la produzione di elettricità, consentirebbe  la nascita di piani di sviluppo locale equilibrati.

Governi e enti locali, continuano gli autori, devono investire nella realizzazione delle smart cities, vale a dire quelle città in cui «gli investimenti in capitale umano e sociale e nelle infrastrutture tradizionali (mobilità e trasporti) e moderne (ICT) alimentano uno sviluppo economico sostenibile e un’elevata qualità di vita, con una gestione saggia delle risorse naturali, attraverso un metodo di governo partecipativo».

Il cambio di paradigma si traduce da una parte nel ribaltamento del pensiero dominante fondato sulla crescita infinita. Dall’altra nella difesa della democrazia dalle possibili derive autoritarie. Perché la previsione di Francis Fukuyama, presentata nel suo saggio La fine della storia e l’ultimo uomo (Rizzoli, 1992) , in cui avanza la tesi secondo cui il capitalismo si può applicare soltanto nelle forme di governo democratiche liberali, è stata smentita dalla storia.

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Segnali contrastanti

Nel frattempo però, in Europa, e più in generale nei paesi occidentali, si sta diffondendo una convinzione nell’opinione pubblica: la questione ambientale è lontana dalle reali esigenze della popolazione. Per molti cittadini è un tema che interessa soltanto un’ élite. E così il disagio dettato dalle politiche di austerità si scontra spesso con i tentativi di trasformare le politiche energetiche. Lo vediamo in Francia, dove i gilet gialli accusano i gruppi di potere con uno slogan chiaro:«voi vi preoccupate della fine del mondo, noi di come arrivare a fine mese».

Ma la questione climatica non è un capriccio o un divertissement. Riguarda davvero tutti. E richiede una partecipazione che soltanto la democrazia può garantire. A chi governa spetta il compito di adottare politiche regolatorie basate  sul senso del limite ambientale, sociale e produttivo, favorendo nuovi stili di vita, e la realizzazione di una società sobria. Elemento indispensabile per una rivoluzione culturale green. Sembra essere proprio questo il New Green Deal.

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Michele D'Amico
Michele D'Amico
Sono nato nel 1982 in Molise. Cresciuto con un forte interesse per l’ambiente.Seguo con attenzione i movimenti sociali e la comunicazione politica. Credo che l’indifferenza faccia male almeno quanto la C02. Giornalista. Ho collaborato con La Nuova Ecologia e blog ambientalisti. Attualmente sono anche un insegnante precario di Filosofia e Scienze umane. Leggo libri di ogni genere e soprattutto tante statistiche. Quando ero piccolo mi innamoravo davvero di tutto e continuo a farlo.

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