Un'immagina dal film Il Grande Carro di Philippe Garrel

Un'immagina dal film Il Grande Carro di Philippe Garrel

Il cinema degli ultimi anni ci ha talmente abituato a famiglie disfunzionali e genitori tossici che già la storia di per sé fa de Il Grande Carro (Le Grand Chariot) di Philippe Garrel un piccolo inconsueto gioiello: i fratelli Louis, Martha e Lena formano con il padre e la nonna una compagnia di burattinai (dal cui nome è preso il titolo del film). La morte prima del padre, che la dirigeva, e poi della nonna, che realizzava i costumi delle marionette, costringerà fratello e sorelle a scegliere cosa fare della propria vita. Non c’è velo di malinconia in questa storia di famiglia alle prese con lutti e mondi prossimi all’estinzione: ne Il Grande Carro, che gli è valso l’Orso d’argento per la migliore regia alla Berlinale di quest’anno, Garrel porta sul grande schermo i suoi tre figli – Louis, Esther e Lena – e rievoca memorie personali con una messinscena ricca di un fascino quasi anacronistico (non c’è quasi traccia di cellulari in questo universo fuori dal mondo) nel seguire gli ultimi giorni felici insieme e i tentativi di proseguire una tradizione di generazione in generazione.

 

Philippe Garrel al Festival di Berlino 2023
Philippe Garrel al Festival di Berlino 2023 (Foto: Wikipedia)

Burattinai disfunzionali

«Volevo fare un film con i miei tre figli che in questi ultimi anni, uno dopo l’altro, sono diventati attori, diretti da altri registi. Mi rendo conto che raffigurare la propria famiglia è un piacere solitamente riservato ai pittori. Dato che i miei figli hanno 22, 30 e 38 anni, ho dovuto trovare un motivo per portarli insieme in scena alle loro rispettive età», ha spiegato Philippe Garrel. Ed è nel ricordo dei nonni burattinai che il regista ha trovato il motivo sotteso al film, lasciando a Louis Garrel (il più famoso dei tre, al settimo film con suo padre e con una solida carriera internazionale da attore oltre che da regista e sceneggiatore) il compito di vestire un personaggio in cui si può scorgere il proprio nonno Maurice Garrel, nato burattinaio e finito a fare l’attore di oltre 100 film. Esther Garrel (che dopo aver debuttato a 10 anni in Innocenza selvaggia, del padre, in cui recitava col nonno Maurice, è diventata celebre interpretando Marzia in Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino) è Martha, mentre la più giovane è Lena Garrel, diretta per la prima volta da Philippe (è già apparsa al fianco del fratello Louis in Les Amandiers, diretto da Valeria Bruni Tedeschi), attivista femminista nella vita e sullo schermo.

 

Tutti i Garrel in un film

I tre sono depositari dell’arte del padre e delle battaglie politiche della nonna comunista; educati ai valori non conoscono conflitto. A far loro da contrappunto c’è però Pieter, pittore e scenografo della compagnia, egotico ed egoista, che soccombe a sé stesso e alla sua arte. I temi cari alla poetica di Philippe Garrel ci sono tutti: l’amore e la morte, l’amicizia e l’artista maledetto, come gli elementi puramente autobiografici inseriti in un percorso narrativo di finzione, ma rappresentati con un insolito colore, a firma del sempre bravissimo Renato Berta (direttore della fotografia spesso al fianco di Mario Martone). Abbandonato il consueto nitore del suo bianco e nero, regala un’immagine altrettanto folgorante e dà prova ancora una volta di impeccabile perizia registica.

 

Un'altra scena de Il Grande Carro, nel quale sono protagonisti i figli del regista Garrel
Un’altra scena de Il Grande Carro

 

Il Grande Carro, allegoria della famiglia

Ecco che gli spettacoli dei burattini non sono quasi mai catturati da uno sguardo frontale, ma ripresi alle spalle, con inquadrature strettissime, lasciando che siano le espressioni di bambine e bambini in platea a raccontarne la meraviglia; ecco che una voce fuori campo introduce gli eventi con piglio leggero; ecco che il montaggio non lesina in tagli e salti cronologici e che i dialoghi procedono intimi ed essenziali. Scelte ponderate a ché del film rimanga soprattutto la tenerezza dei legami famigliari. «Volevo fare un film che, sebbene nato dalla mia immaginazione, somigliasse anche a un documentario su questo mestiere. Jean-Luc Godard ha detto che un buon film di finzione deve anche essere un documentario su qualcosa. Nella disgregazione di una compagnia di artisti-burattinai, vedo la metafora di un mondo dove le tradizioni stanno morendo», sottolinea il regista che ancora una volta parlando di sé parla anche e soprattutto di altro.

Di come spesso l’unico modo per preservare intatta un’eredità sia tradirla.

Il Grande Carro è un regalo da farsi in sala: è nei cinema italiani, distribuito da Minerva Pictures dal 14 settembre.

 

 

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Francesca Romana Buffetti
Antropologa sedotta dal giornalismo, dirige dal 2015 la rivista “Scenografia&Costume”. Giornalista freelance, scrive di cinema, teatro, arte, moda, ambiente. Ha svolto lavoro redazionale in società di comunicazione per diversi anni, occupandosi soprattutto di spettacolo e cultura, dopo aver studiato a lungo, anche recandosi sui set, storia e tecniche del cinema.

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