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I sogni ecologisti di Akira Kurosawa

Uno degli ultimi film del cineasta giapponese, prodotto da Coppola, è una raccolta di racconti morali sull’avventura dell’uomo nella natura, dalla morale profondamente orientale. Si va dall’animismo giapponese al pacifismo, dai campi di grano di Van Gogh agli incidenti nucleari che presagiscono la catastrofe prossima ventura

Otto racconti morali sull’uomo e la natura che lo circonda. Otto storie brevissime che attraversano le diverse età dell’uomo, dall’infanzia alla saggezza. A quasi ottant’anni di età, e dopo aver regalato al mondo capolavori eterni del cinema, nel 1990 Akira Kurosawa scrive e realizza Sogni ( Yume) che riesce ad essere sommesso, gridato, poetico e scientifico ad un tempo. Quasi otto parabole per un testamento laico nonostante la presenza di miti e leggende.

Si comincia con Sole attraverso la pioggia: una madre avverte il figlio di cinque anni di non recarsi nei boschi perché nei giorni in cui piove ma il sole splende lo stesso si celebra il matrimonio delle volpi e si tratta di un evento tabù per gli esseri umani. Il piccolo, che interpreta la curiosità irrefrenabile dell’uomo, invece si intrufola nei boschi di cedro e, di nascosto, assiste ad una meravigliosa parata in costumi sgargianti: è lo spettacolo della natura che si perpetua lontano dagli uomini. Tornato a casa la madre, adirata, lo informa che le volpi lo hanno scoperto e ne hanno chiesto la vita lasciando un pugnale rituale. A questo punto lo invia a chiedere scusa alle volpi e di convincerle a lasciarlo vivere. «Mamma, dov’è la casa delle volpi? Io proprio non lo so». «È facile. Perché in giornate come queste c’è sempre l’arcobaleno. E la casa delle volpi è ai piedi dell’arcobaleno». L’episodio si chiude davanti ad una natura rigogliosa e il cielo illuminato dall’arcobaleno sotto al quale il piccolo si avvia a pacificarsi con le volpi.

Per comprendere appieno il senso dell’episodio, occorre sapere che l’espressione giapponese con la quale si indica la pioggia a ciel sereno è “kitsune no yomeiri”, ovvero “il matrimonio della volpe”, rifacendosi al mito secondo il quale è in giornate così che questi animali, che la tradizione descrive demoni della natura, preferiscono sposarsi. Si tratta di un evento considerato di buon auspicio ma al quale, sempre secondo il mito, l’uomo non deve assistere altrimenti sarà perseguitato a vita.

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Nella scena di apertura del film Sogni, regista Akira Kurosawa, anno 1990, vediamo Io, ancora bambino e vestito negli abiti tradizionali (Toshihiko Nakano), che ammira la pioggia.

Sempre un bambino è protagonista del secondo episodio, Il pescheto. In Giappone il terzo giorno del terzo mese dell’anno (per noi occidentali il 3 marzo) si celebra “hina matsuri”, la festa delle bambole, una tradizione molto sentita nelle famiglie, e che il regista riporta al suo significato originario di festa della primavera. Inseguendo una sua misteriosa coetanea, il piccolo protagonista si trova in un campo deserto ai piedi di una enorme gradinata popolata dagli spiriti degli alberi dei peschi, arrabbiati perché i peschi, invece, sono stati tutti abbattuti. Disperato, il bambino riesce a dimostrare la sua innocenza: «Le pesche io le trovo al negozio, ma però dove lo trovo un pescheto quando è tutto in fiore?».

Clementi, gli spiriti gli consentono di assistere ancora una volta al miracolo di un pescheto in fiore. Al loro posto appaiono gli stupendi alberi, il campo è un’infiorescenza maestosa. Ma tutto è destinato a svanire e a lasciare ancora una volta il bambino da solo in questo campo dove sopravvivono solo tronchi monchi e spogli, salvo un ultimo pesco ancora in fiore.

Il terzo episodio, La tormenta, si svolge nel cuore di una tempesta di neve, dove quattro alpinisti perduti cadono uno ad uno spossati. All’ultimo appare, gelida e bellissima, una donna che cerca con i suoi veli di farli addormentare definitivamente. Si tratta di una yuki-onna, letteralmente “donna delle nevi”, tradizionale figura animistica del folclore giapponese che, come le sirene della tradizione classica, seduce gli incauti viandanti della montagna fino a farli smarrire per sempre fra il gelo delle nevi. Nel racconto di Kurosawa, l’uomo riesce a reagire alla yuki-onna, scacciandola e poi andando a risvegliare i suoi compagni. Lo spirito fugge via e velocemente la tempesta lascia filtrare nuovamente il sole, grazie al quale i nostri riescono finalmente a raggiungere il campo base.

Il quarto episodio, Il tunnel, è una vera e propria galleria di morte che ci conduce nella seconda e più drammatica parte del film. Sono rappresentati gli orrori della guerra e i sensi di colpa del capitano di un plotone i cui fantasmi al completo gli si parano davanti, in attesa di un ultimo ordine che li seppellisca per sempre nel ventre della terra. Nonostante questa specie di zombie accettino di tornare nell’oscurità del tunnel, lasceranno dietro di sé un cane ringhioso. Cerbero, forse, a guardia dei morti, ma anche demone della colpa che inseguirà per sempre il capitano, come accadeva al vecchio marinaio di Coleridge condannato ad essere accompagnato dall’albatros, simbolo delle sue colpe contro la natura.

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Una scena tratta dall’episodio Corvi,  film Sogni, regista Akira Kuorosawa, anno 1990.

Natura che viene imbrigliata attraverso l’arte e la visionarietà di Vincent Van Gogh. Il protagonista di Corvi, quinto episodio del film,  come una moderna Dorothy anziché nel mondo di Oz si ritrova a viaggiare all’interno delle opere del pittore olandese dal celebre Pont Langlois (ispirato a sua volta ad un quadro del giapponese Hokusai) fino al Campo di grano con corvi, uno degli ultimi e più inquietanti quadri che Van Gogh dipinse prima di suicidarsi: «Qui il mio pennello scorre fra le mie dita come se fosse un archetto di violino… I colpi di pennello vanno come una macchina, vengono e si succedono concatenati».

«Van Gogh – ricorda lo storico dell’arte Ernest H. Gombrich – amava dipingere oggetti e scene capaci di offrire ampia possibilità ai nuovi mezzi, motivi dei quali potesse disegnare oltre che colorare con il pennello, e stendere il colore a strati spessi come uno scrittore sottolinea le parole. Per questo fu il primo a scoprire la bellezza delle stoppie, delle siepi e dei campi di grano, dei rami nodosi degli ulivi e delle sagome scure e guizzante dei cipressi».

Kurosawa omaggia tutto questo arrivando a riprendere il dettaglio delle pennellate del pittore. Facendo perdere il suo viaggiatore fra i campi di grano, attaccato dai corvi, finché l’immagine e il suono di una locomotiva a vapore non lo salvano riconducendolo fra le sicure pareti del museo dove sono ospitate le tele di Van Gogh. Ma si tratta di una falsa sicurezza, perché l’ingresso della macchina è solo il preludio alla catastrofe tecnologica.

Sotto la luce rossa di fiamme ed esplosioni che superano in altezza lo stesso monte Fuji (quasi quattromila metri e da cui il titolo dell’episodio Fujiama in rosso), una folla sterminata fugge terrorizzata. Non sono più i demoni dispettosi, i quadri animati o i fantasmi del passato a fare paura, ma la minaccia concreta e presente di una centrale nucleare che sta saltando in aria.

Ritiratisi in riva al mare un uomo, una donna con due e figli e un funzionario della centrale stessa sono davanti all’inutile bivio se gettarsi in mare o attendere l’arrivo delle radiazioni, sapendo che in ogni caso  sarà morte certa.

In pochi muniti il regista mette in scena qualcosa di molto simile a quanto avevamo già visto in L’ultima spiaggia (di Stanley Kramer, 1959). Ma se in quel caso la catastrofe era dovuta ad una guerra nucleare, in questo frangente le ragioni sono più banali e più tragiche perché ciò che ci troviamo di fronte è “solo” un incidente ad una centrale. Si tratta dell’episodio più esplicito dell’intero film.

Kurosawa dice, per bocca della donna che tenta inutilmente di difendere i propri figli: «Avevano detto che le centrali erano sicure. Che il rischio era solo nell’errore umano. Non ci sono pericoli nella centrale in sé. Se non si sbaglia non c’è il problema. Io non perdono chi ci ha detto queste cose. Non li perdono. Io prima di morire vorrei vederli impiccati. Tutti impiccati, maledetti!».

Kurosawa, che tratterà la tragedia di Hiroshima nel film successivo, Rapsodia d’Agosto, coglie la trasformazione della paura di un conflitto atomico dovuto al confronto fra superpotenze che fino al decennio precedente aveva caratterizzato tanto cinema di genere e non (si pensi solo a The Day After di Robert Wise, appena di sette anni prima) in un paura verso il cortile proprio dietro casa.

Non è la bomba sovietica o americana che può distruggere il nostro mondo, ma la centrale elettro nucleare che ci consente di tenere accesi televisione, frigorifero e luci tutti i giorni. Il grido di questa madre non è solo diretto ai tecnocrati, ma anche alla sua stessa credulità, verso la fede che da oriente a occidente gli uomini hanno riposto nelle loro invenzioni e verso la loro capacità di poterne controllare tutte le conseguenze.

L’episodio successivo, Il demone che piange, ci conduce nuovamente nel territorio del fantastico. È l’incontro fra un viandante e un demone. Ma non si tratta né di una volpe umanizzata, né dello spirito delle nevi, che servivano da monito verso l’umanità ma che erano risolti nella loro soggettività di espressioni della natura. Il demone che incontriamo è un mutante – se ne vedranno numerosi altri nell’episodio, organizzati in caste per accedere al cibo, come fanno i polli quando si dispongono in ordine di beccata. Potrebbe anche trattarsi dello stesso tecnocrate dell’episodio precedente.

Un Virgilio corrotto dalla sua stessa condanna che ci conduce per questi Campi Flegrei della radioattività, dove la natura cresce distorta e malata di gigantismo, informandoci che ovunque nel mondo “uccelli, animali e pesci si sono estinti: tutto il mondo è contaminato”.

Non solo sono espliciti i richiami al cinema degli insetti giganti degli anni Cinquanta e Sessanta ( ad esempio Assalto alla Terra, di Gordon Douglas, del 1954) o al cinema catastrofista tout court, ma anche al fumetto e al cinema d’animazione giapponese (Akira, 1988 e Nausicaä della valle del vento, 1984), drammatizzando per gli adulti quello che poteva sembrare un immaginario per ragazzi e, allo stesso tempo, omaggiando autori appunto come Otomo e Miyazaki.

Assalto alla Terra, scena filma
Una scena tratta dal film Them!-Assalto alla Terra, regista Gordon Douglas, anno 1954

L’inquietante carrellata sui demoni piangenti chiude, di fatto il film. Rimane l’ottavo episodio, Villaggio dei mulini, epilogo moraleggiante nella maniera in cui chiudevano le storie di Esopo: la favola insegna che…

Immerso in un ambiente bucolico, c’è un villaggio fatto di mulini ad acqua che servono ad irrigare i campi. Il viaggiatore che abbiamo già visto in altri episodi del film, incontra un anziano che nella sua saggezza centenaria spiega come quel luogo non abbia bisogno di luce elettrica, di tecnologie sofisticate, di una scienza che non compenetra il vero senso della natura. Laddove potrebbe apparire ideologico in realtà il dialogo fra i due si svolge nella più incredibile ovvietà. «Non vi disturba il buio di notte?» chiede il viaggiatore. «Ma deve esserci il buio di notte – risponde il vecchio –. Se la notte fosse lucente come il Sole, bell’affare una notte tanto chiara da nasconderci le stelle! La vorresti?».

Non è un rifiuto della tecnologia (i mulini, sebbene artigianali, cosa sono del resto?), o della conoscenza, ma dell’eccesso di queste:

«Non occorrono gli scienziati per capire che le cose necessarie alla nostra vita sono l’aria e l’acqua pulite che producono per noi gli alberi e il verde. Però la gente continua ad avvelenare tutto e a prendere tutto allegramente. L’aria e l’acqua inquinate stanno uccidendo ogni cosa che rende la nostra vita degna di essere vissuta».

L’episodio si chiude con il funerale di una donna di 99 anni. La vita sana e tranquilla, ci viene spiegato, consente di vivere a lungo nel villaggio dei mulini e quando si muore non si può che essere felici di aver vissuto bene. Così, la morte che lungo il film aveva assunto sempre colori lugubri e infernali, diventa un momento di festa, perché gli abitanti del villaggio interpretano il funerale come una cerimonia di congratulazioni verso il defunto per la qualità della vita che ha condotto.

Sogni, corteo funebre
Scena del corteo funebre tratta dal film Sogni, regista Akira Kurosaw, anno 1990

In questo corteo che attraversa il bosco, e che rimanda alle immagini del matrimonio del demone-volpe, non c’è però più nulla di magico, religioso o esoterico, come sul piano squisitamente tecnico il regista cessa di fare uso di effetti speciali, c’è invece l’accettazione della vita che, come la natura, è un fiume che scorre e che la felicità può giungere dal lasciarsene guidare anziché risalirlo controcorrente.

L’ultima immagine di Sogni, sulla quale scorrono tutti i titoli di coda, è proprio quella di un torrente. La favola insegna che panta rei, tutto scorre, purché nella direzione giusta.

Saperenetwork è...

Marco Gisotti
Marco Gisotti
Giornalista professionista e divulgatore, cura e conduce le puntate dedicate ai temi ambientali per la trasmissione Wikiradio, in onda Rai Radio 3. Dirige il premio “Green Drop Award” realizzato insieme a Green Cross international presso la Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Scrive per la rivista “Materia Rinnovabile”, occupandosi d’innovazione. Come autore televisivo ha scritto la serie d'animazione “Due amici per la Terra”, in onda su Rai3 e il documentario “Cinema & Ambiente” per Dixit scienza, su Rai Storia. È tra i curatori del rapporto annuale GreenItaly di Unioncamere. È direttore scientifico del centro studi Green Factor, cura la rubrica web quotidiana “Un giorno alla volta”, fa parte dell'ufficio di presidenza della FIMA, Federazione Italiana Media Ambientali.

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