La vera storia di Balto


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Sono passati circa 100 anni, ma è come se fossero cinque volte tanto. Ma anche allora un virus fu protagonista della storia dell’Alaska, un momento che consegnò poi all’immaginario collettivo il nome di Balto.

Nome, Mare di Bering, due gradi sotto il Circolo Polare Artico

Nei primi del ‘900 i territori dell’Alaska e del Canada occidentale furono investiti da un flusso inarrestabile di cercatori d’oro. Fu in quell’occasione che venne fondato il centro abitato di Nome, che al tempo arrivò ad ospitare oltre 20.000 avventurieri. Quando i setacci iniziarono a riemergere vuoti e le pepite a scarseggiare, furono in pochi a decidere di rimanere in quel posto inospitale. Fra questi, un giovane norvegese di nome Leonhard Seppala.

1925. Intorno alla metà di gennaio il Dottor Welch, medico responsabile della cittadina, diagnostica il primo caso di difterite, una malattia molto contagiosa che colpisce le vie aeree e può portare alla morte per soffocamento. Per la malattia, al tempo non era ancora disponibile un vaccino (che verrà reso obbligatorio in Italia a partire dal 1939) ma era già stata scoperta l’antitossina, che, iniettata ai primi sintomi, permetteva la completa guarigione.

Sfortunatamente la riserva di antitossina di Nome era scaduta. La città era in pericolo, e con essa non solo i suoi abitanti (circa un migliaio), ma soprattutto alcune centinaia di nativi (stimati in 500) che vivevano a contatto con loro e che – come aveva dimostrato la spagnola alcuni anni prima – erano totalmente inermi a questo tipo di malattie.

Cronostoria dell’epidemia

22 gennaio. Si delinea la scena di una catastrofe, ma bisogna osservare che, per quel tempo, il piano d’emergenza venne messo in atto in maniera tempestiva e organizzata. A Nome fu immediatamente istituita la quarantena e nel frattempo vennero allertate tutte le città vicine che potessero procurare l’antitossina.

Nome seppala

Purtroppo però, la posizione della città e le condizioni atmosferiche anomale (con venti a 40km/h, neve fino a 3 metri e punte di -70°C) la tagliavano fuori dal resto del mondo, e impedivano l’arrivo della medicina sia via nave che via aereo. Questa situazione portò l’assemblea cittadina a decidere di far arrivare l’antitossina sui mezzi postali: le slitte trainate dai cani. Scelto per le sue capacità da fuoriclasse, fu Leonhard Seppala il musher (conducente) protagonista di questo viaggio.

La prima scorta di antitossina disponibile venne individuata ad Anchorage, e viaggiò in treno fino alla stazione di Nenana (27 gennaio), a circa un migliaio di chilometri di tundra da Nome. Il tragitto venne coperto da 20 musher e circa 150 cani, ma per un ritardo organizzativo fu Seppala a percorrere la maggior parte del tragitto, viaggiando per 270 km all’andata e 150 al ritorno (!) trasportando il siero, in un totale di quattro giorni e mezzo.

statua togo nyc
La statua di Togo, a New York

Il suo cane di punta era Togo, un Siberian husky più piccolo della media ma con eccellenti doti di orientamento e coraggio. Proprio grazie alle sue straordinarie virtù la spedizione si salvò in diverse occasioni estreme, come i due passaggi sulla baia ghiacciata del Norton Sound, che permisero alla muta di risparmiare ben due giorni di viaggio.

Gli eroi di Nome

Insieme a Seppala, furono molti i musher che dedicarono le loro forze all’impresa. Il più conosciuto è sicuramente Gunnar Kaasen, che percorse il tratto finale della spedizione guidato da Balto. La loro muta arrivò a Nome con l’antitossina il 2 febbraio. Kaasen godette di grande fama negli anni successivi e Balto, il cane più in vista nel momento cruciale dell’arrivo, fu visto come il campione e il salvatore della cittadina.

Fin dallo stesso anno, Balto divenne un simbolo e ricevette numerosi riconoscimenti pubblici, oltre che partecipare da protagonista del breve film “Balto’s Race To Nome” (giugno 1925), ormai andato perduto. A lui fu dedicata anche una statua a Central Park (1927), e in tempi più recenti (1995) l’omonimo film di animazione (Prodotto dalla Amblimation, 1995) che romanzando la storia, lo rese famoso in tutto il mondo.

L’eccezionale Togo, invece, fu riscoperto dall’industria cinematografica solo in tempi recenti e celebrato con i due film Togo – Una grande amicizia (Togo, Disney, 2019) e Balto e Togo – La leggenda (The Great Alaskan Race, Notorious Pictures, 2020). A livello genetico invece, la stirpe di Togo ha restituito al padre la fama che gli spettava.

Dopo la corsa, infatti, Seppala decise di mandare in pensione il cane già anziano e lo dedicò all’attività di riproduttore, che gli fruttò la creazione della Seppala Siberian Sleddog, una razza di cani da slitta che tutt’oggi si distingue per le sue doti di affidabilità e buona attitudine nei confronti dell’uomo.

La celebrazione dell’impresa

Ogni musher che partecipò alla spedizione ricevette una lettera di encomio da parte del presidente Calvin Coolidge. Fra questi, quasi la metà erano nativi dell’Alaska o meticci. Malgrado questa lusinga è interessante notare che, nonostante la spedizione avesse avuto un’eco incredibile sui giornali degli Stati e alla radio – che la seguì giorno per giorno con uno spazio dedicato – la partecipazione della minoranza autoctona non venne affatto enfatizzata, per non dire che venne completamente omessa.

Ci troviamo in un periodo delicato, in cui la politica culturale USA non era ancora così definita nei confronti dell’Alaska, mentre quella economica già si incentrava sullo sfruttamento delle risorse del territorio. Probabilmente proprio per questo motivo si voleva evitare di dare risalto una minoranza ancora nascosta all’opinione pubblica continentale. Possiamo pensare che questa forma di “razzismo silenzioso” fosse voluta da Washington e in una certa misura fosse funzionale ai suoi obiettivi.

Dichiarare che grazie ai “valorosi musher americani” si era evitata la tragedia era un tentativo di legittimazione dell’Alaska come territorio USA, territorio in cui nuovamente, secondo schemi già visti durante lo spostamento della Frontiera, l’uomo bianco anglofono portava la civiltà in terreni impervi. Nominare le popolazioni autoctone sarebbe stato solo controproducente. Poco importa se poi i “valorosi musher americani” fossero tutt’altro che yankee, ma anzi provenissero dal Nord Europa, proprio come Seppala e la moglie.

La scoperta dell’Alaska

A questo proposito è importante ricordare che l’Alaska rimase un territorio fino al 1959, anno in cui venne ufficialmente ammessa come Stato USA. Fino ad allora, la Costituzione americana non si applicava su quell’area né sui suoi abitanti, creando un cortocircuito politico per cui questi avevano nei confronti dei Lower 48 doveri ma non diritti.

Questo tipo di atteggiamento venne confermato anche dalle modalità con cui il territorio pose rimedio all’emergenza difterica in atto. Collaborando fra loro, città e uomini trovarono in pochi giorni una soluzione, senza aiuti da parte del governo centrale, che tuttavia alla fine li riconobbe come “i nostri eroi”. Nonostante questi non avessero neanche diritto alla cittadinanza statunitense.

Per le condizioni atmosferiche accennate sopra e la natura del territorio, è comprensibile che, con i mezzi del tempo, Nome fosse quasi totalmente isolata per gran parte dell’anno. In effetti, la situazione ad oggi non è cambiata molto.

Fatto salvo per l’uso su larga scala dell’aereo, che gioca un ruolo fondamentale nella movimentazione di merci e persone e per il consueto contributo del porto, la rete stradale è stata ampliata solo in minima parte, e attualmente Nome non è raggiungibile via terra dalle città principali dell’Alaska.

La leggenda della Serum Run

Ci avviciniamo ormai a marzo, un mese molto importante per i musher dell’Alaska. Ospita, infatti, l’Iditarod Trail Sled Dog Race, un percorso di circa 1600 chilometri che parte da Anchorage e finisce a Nome e ricalca in parte il percorso della corsa del siero del 1925.

dog race nome alaska

Un tempo, le slitte trainate dai cani erano il principale mezzo di trasporto nelle società subartiche, ma negli ultimi decenni il loro uso ha rischiato di perdersi, venendo soppiantato dalle motoslitte. Per preservare l’allevamento e l’uso di cani da slitta venne fondata negli anni ’70 questa competizione, che oggi è la corsa di slitte più importante a livello internazionale.

Corinna Ramognino

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