sperimentazione vaccino

Esistono farmaci anti Covid-19? Sì, ma sono in fase di sperimentazione

Al di là del vaccino, di cui sappiamo ancora troppo poco, esistono una serie di medicinali che vengono impiegati dalle strutture mediche per fermare il nuovo coronavirus. Utilizzati in via sperimentale, alcuni sono farmaci già utilizzati nelle due precedenti ondate di contagio

Nell’attuale emergenza da coronavirus i numeri dominano la scena. Ogni giorno arriva impietoso il bollettino “di guerra” che enumera contagiati, deceduti e guariti. Comunicativamente, quest’ultimi, come è facile immaginare, occupano un posto minore rispetto alle prime due categorie.

Di guarigione si parla meno e quasi sempre ricollegandosi alle speranze deposte in un vaccino che in futuro potrebbe metterci al sicuro da nuovi contagi di coronavirus. Eppure, prima che un vaccino possa essere impiegato, ci sono tutta una serie di requisiti che devono essere soddisfatti, dai test di sicurezza alla sperimentazione su animali, all’evidenza pre-clinica che previene l’infezione: in altre parole, occorrono mesi, parecchi mesi, probabilmente anni.

 

Sempre che si trovi un vaccino: sì, perché ci sono anche non poche probabilità, per quanto ne sappiamo ora, che il vaccino non si trovi. E nel frattempo? Esistono medicinali anti-Covid19? La risposta è: sì, esistono, ma sono in fase di sperimentazione. Quel che è certo è che se ne parla poco.

Dopo la Sars è cambiato qualcosa?

Il coronavirus all’origine dell’epidemia di Sars nel 2003 era pericolosissimo, ma per fortuna poco contagioso: come ci invita a riflettere il Frankfurter Allgemeine Zeitung, le misure di contenimento risolsero il problema in pochi mesi però nessuno si impegnò affinché non si ripetesse una situazione di quel tipo. Né i privati né i governi stanziarono fondi per la ricerca farmacologica. E la crisi economica causata dalla Sars fu presto dimenticata.

Guarda il video sul numero di contagi Covid-19 e Sars 2003

Nel 2012 arrivò un altro coronavirus, il Mers-CoV, che ancora non è stato debellato. Il perché è presto detto: sarà cinico quanto volete, però quella epidemia provocò troppi pochi morti per mobilitare l’interesse globale. Vaccini non ne sono pervenuti.

Così arriviamo alla terza epidemia da coronavirus, quella di Covid-19, nelle stesse identiche condizioni in cui eravamo usciti da quelle precedenti: quando è cominciata l’epidemia non avevamo di nuovo nulla da offrire per proteggere l’economia e la salute pubblica. 


Tranne qualche sperimentazione. Sia chiaro: per il momento non c’è una cura specifica appositamente formulata per trattare i pazienti con Covid-19. Ma ci sono farmaci anti-virali, già approvati e usati per altre patologie, che per il momento sono in fase di sperimentazione.

Sperimentazioni ma poche certezze

Partiamo dalla clorochina. Farmaco antimalarico (accolto forse con troppo entusiasmo dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump), già efficace contro il coronavirus responsabile della Sars. «Il 15 febbraio si è tenuta una riunione che ha riunito tutti gli esperti coinvolti nella sperimentazione, le istituzioni e il governo cinese – scrivono Enrico Bucci ed Ernesto Carafoli su Scienzainrete.it  – Il consenso pressoché unanime è stato dato dal fatto che i pazienti trattati con clorochina mostravano netti sintomi di miglioramento, su molti parametri diversi, inclusa la permanenza in ospedale». Attualmente la clorochina è entrata nei trial comparativi con altri antivirali, il che significa che la sua efficacia è stata dimostrata tanto da richiedere il suo impiego, come per esempio in Cina.

 

In Francia, 26 pazienti sono stati trattati per 10 giorni con questo farmaco. Se è vero che questi hanno dimostrato una minor quantità di virus nei tamponi nasali rispetto ad altri non trattati, è altrettanto sensato dire che il campione è ancora troppo piccolo per costituire una prova inconfutabile della sua validità.

C’è un altro composto che si chiama remdesivir: nei trial comparativi negli Usa pare essere il farmaco più promettente. In Italia verrà sperimentato a Milano, Pavia, Padova, Parma e allo Spallanzani di Roma. Il farmaco, prodotto dall’azienda statunitense Gilead, era stato originariamente pensato contro un altro virus: l’ebola. Per il momento, come dice Elisabetta Intini su Focus.it, le prove della sua efficacia sono solo “aneddotiche”, riguardano cioè solo singoli pazienti che l’hanno ricevuto come cura compassionevole (cioè senza che fosse completata la sua fase di sperimentazione clinica) quando le loro condizioni si sono aggravate, e che in seguito sono guariti.

 

In Italia arriva l’ok per l’Avigan

Esiste poi anche una combinazione di farmaci contro l’Hiv che sembra avere effetti positivi, combinazione che sembrava avesse avuto effetti positivi anche contro Sars e Mers. I medici di Wuhan l’hanno testata su 199 pazienti con sintomi gravi da Covid-19 ma i risultati non stati quelli sperati: dopo aver confrontato la progressione della malattia in questi e in pazienti trattati soltanto con cure standard, i medici sono arrivati alla conclusione che il trattamento non ha fatto la differenza.

Infine c’è l’Avigan, nome commerciale del Favipiravir, farmaco sperimentato in Giappone e per il quale l’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, ha dato il via libera pochi giorni fa in Italia – complice il pressing delle regioni – non senza polemiche e nonostante la stessa Aifa abbia sottolineato la scarsità di evidenze scientifiche.

 

Franco Locatelli, presidente del Consiglio Superiore di Sanità, durante una conferenza stampa della protezione civile raccomanda “cautela e prudenza per non ingenerare speranze che potrebbero restare deluse e frustrate”. E dopo il tam tam creatosi in rete, anche la Toyama Kagaku, che ha sviluppato il farmaco, ha diramato una nota chiarendo che attualmente il farmaco viene somministrato a pazienti di Covid-19 in Giappone per uno studio solo “osservazionale”.

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Maurizio Bongioanni
Maurizio Bongioanni
Classe 1985, giornalista freelance. Ha collaborato e collabora con molte testate nazionali (L'Espresso, La Repubblica, Lifegate, Altreconomia e altre) su temi ambientali ma anche sociali. Laureato in Scienze della Comunicazione, lavora come project manager in A.I.C.A. (Associazione Internazionale per la Comunicazione Ambientale). Autore di documentari indipendenti e musicista per passione.

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