Un rotolo di carta prodotto in un laboratorio Körber Tissue

Körber Tissue è specializzata nella progettazione e produzione di macchinari per la trasformazione e il confezionamento della carta tissue

In Toscana, dove la carta è sempre più “green”

Residui di arance, mais e caffè diventano carta ad uso domestico, fanghi di cartiera per l’edilizia, bambù compostabile per mascherine biodegradabili. Tra Lucca e Pistoia, le industrie specializzate nella carta e nella cartotecnica puntano sul modello circolare

Resistere alla crisi economica causata dalla pandemia puntando su sostenibilità e tutela dell’ambiente si può e la Toscana ne è un esempio. Nell’area compresa tra Lucca e Pistoia, hanno sede 340 aziende specializzate nel settore della carta, della cartotecnica e nella produzione di macchinari per la carta. Ribattezzata “Tissue Valley”, si tratta di un’area che ha dovuto sfoderare capacità di resilienza durante la pandemia, rinnovando i propri prodotti per ritrovare un equilibrio di mercato all’insegna dell’economia circolare.

Carta da arance e caffè

Ne sono un esempio i progetti avviati da alcune aziende di rilievo quali Essity, azienda con radici in Svezia ma presente sul territorio italiano dai primi anni Ottanta e in Toscana da circa vent’anno. A Collodi, in provincia di Pistoia, è stato sviluppato un impianto all’avanguardia per la produzione di carta tissue (quindi destinata all’uso domestico, sanitario e igienico) di alta qualità a partire dai sottoprodotti delle lavorazioni agroindustriali.

Il progetto si chiama Crush e prevede l’utilizzo di residui di arance, mais o caffè per la produzione di cellulosa.

I sottoprodotti, 100% di origine italiana, vengono lavorati meccanicamente senza utilizzo di prodotti chimici (per questo i prodotti hanno ottenuto il marchio Ecolabel) e valorizzati come nuova materia per la produzione di carte ecologiche di alta qualità, abbattendo la percentuale di cellulosa “vergine” proveniente dagli alberi.

 

Mattoni da fanghi di cartiera

Crush non è l’unico progetto di economia circolare avviato da Essity: in un altro stabilimento produttivo, quello di Porcari, in provincia di Lucca, l’azienda italo-svedese è al centro di un innovativo processo che consente di reimpiegare i fanghi di cartiera in prodotti per l’edilizia. Grazie alla collaborazione con l’azienda italiana T2D Spa, che opera nel settore dei laterizi da mezzo secolo, i fanghi di cartiera, considerati eccellenti in quanto privi di sostanze chimiche o dannose, sono utilizzati come materia prima per la produzione di mattoni. Spiega Ivan Ferrini, Operations Director Italia di Essity:

 

Ivan Ferrini, Operations Director Italia di Essity
Ivan Ferrini, Operations Director Italia di Essity

«Ad oggi i nostri fanghi determinano il 99,5% del totale dei rifiuti conferiti in discarica che grazie a questo progetto riusciamo a salvare e a reimpiegare totalmente nella produzione di altri prodotti a favore di terzi fornitori. Stiamo inoltre lavorando ad un miglioramento del processo interno per nuove tecnologie industriali che ci consentiranno in futuro il reimpiego dei fanghi all’interno dei nostri stessi cicli produttivi».

Conversione alle mascherine biodegradabili

Un altro esempio di resilienza in chiave green arriva dalla vicina Lucca, dove Körber Tissue, gruppo tecnologico con oltre 10mila dipendenti nel mondo e una business area specializzata nelle soluzioni avanzate per l’industria del tissue, in piena pandemia ha sviluppato K. Protect Myfaceroll, tecnologia in grado di convertire le macchine per la produzione di mascherine. Questo brevetto può essere installato su tutte le macchine dell’azienda nuove o già in uso in tutto il mondo, per produrre fino a 10mila mascherine al minuto ed è adattabile ai principali “tessuto non tessuto”, tra cui un particolare materiale a base di bambù compostabile con i rifiuti organici.

 

 

Considerando che una mascherina impiega quattro secoli e mezzo a decomporsi nell’ambiente, quelle brevettate da Körber Tissue rappresentano una rivoluzione: nessun laccio o elastico, ma due semplici “fori” per le orecchie alle estremità. Così una volta esaurita la sua funzione la mascherina può essere gettata nel bidone dell’organico, senza il timore che finisca per inquinare i mari o il terreno. E la tecnica di produzione, garantiscono dall’azienda, non è troppo diversa da quella di un comune rotolone di carta da cucina.

 

Primo piano di una donna con indosso una mascherina chirurgica
Una normale mascherina, come quelle che ci siamo abituati a indossare con la pandemia, impiega circa quattro secoli e mezzo a decomporsi nell’ambiente

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Maurizio Bongioanni
Classe 1985, giornalista freelance. Ha collaborato e collabora con molte testate nazionali (L'Espresso, La Repubblica, Lifegate, Altreconomia e altre) su temi ambientali ma anche sociali. Laureato in Scienze della Comunicazione, lavora come project manager in A.I.C.A. (Associazione Internazionale per la Comunicazione Ambientale). Autore di documentari indipendenti e musicista per passione.

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