Il classico bacio sulla guancia della zia

Il classico bacio sulla guancia della zia

Un bacetto a zia

I decreti ministeriali per l’emergenza #coronavirus ci obbligano, giustamente, a rivedere i nostri comportamenti legati alla base dei modelli educativi. E la pandemia senza distinguere fra gruppi etnici, scelte religiose o abitudini culturali sta imponendo un nuovo concetto globale di igiene

“Perché non dai un bacetto a zia?”, “Coraggio vieni ad abbracciare nonno!”. E poi il ganascino  Quel terribile gesto che qualsiasi sconosciuto poteva compiere sulle tue guanciotte paffutelle quando eri bambino: due dita scarne, come tenaglie a tirare e stringere sul tuo viso. Siamo il popolo dei baci e abbracci insegnati fin dalla più tenera età. Pietre miliari della nostra educazione. Si è bravi, educati e normali se si accetta il contatto fisico.

Contatto e identità

Un metro di distanza imposto dai vari decreti ministeriali che si stanno susseguendo in questi giorni è una sfida importante, che in Italia, più che altrove, va a toccare le corde più intime e identitarie del nostro relazionarci. Il linguaggio del corpo viene frenato, come se improvvisamente togliessero una “e”, una “c” e una “s” dal nostro vocabolario perché pericolose… (ops priolo!). Anzi più che toglierle ci lasciano davanti a una scelta: ora sei bravo, educato, normale se rifiuti il contatto fisico, se non rispetti più quei canoni comportamentali che fino al giorno prima definivano il tuo essere culturalmente allineato.

Nell'epoca del coronavirus il rifiuto del contatto fisico diventa un fattore di accettazione sociale
Nell’epoca del coronavirus il rifiuto del contatto fisico diventa un fattore di accettazione sociale


Ciò che è igienicamente lecito fare e ciò che non lo è dipende da un senso morale collettivo che si traduce in ordine sociale attraverso un sistema di comportamenti culturalmente accettati.

Un tempo questo sistema era considerato un’emanazione della volontà divina. Per questo le sciagure che si abbattevano sugli esseri umani, abbondantemente ricorrenti nelle mitologie di tutto il mondo, dai fulmini ai diluvi universali, dalle tempeste alle invasioni di cavallette, dagli anni di siccità alle epidemie, erano flagelli voluti dagli dei arrabbiati per l’infrazione di qualche tabù.

Tabù e bene comune

Principalmente questi tabù altro non erano che regole base per un vivere civile nel rispetto del proprio habitat. Non sfruttare troppo la terra, cacciare lo stretto indispensabile per la sopravvivenza, costruire abitazioni e templi in determinati modi… E potevano essere infrante solo all’interno di precisi rituali. Ovviamente ogni popolo aveva le sue leggi legate ai diversi habitat e alle diverse forme culturali che si erano sviluppate.  Effettivamente le “punizioni divine” avevano un rapporto diretto con le effrazioni, stabilivano una relazione causa-effetto che ritroviamo nel nostro empirismo scientifico, ma al tempo stesso rimanevano strettamente legate al contesto culturale che le aveva prodotte, quindi norme di valore relativo.

 

Un cielo carico di nuvole minacciose
I fenomeni meteorologi estremi erano interpretati un tempo come punizioni divine conseguenti all’infrazione di qualche tabu

Epidemia e lente culturale

Ancora oggi, al di là dalle diverse dimostrazioni scientifiche, ciò che è considerato pulito, e quindi non pericoloso, e ciò che è ritenuto sporco e contaminante continua a essere culturalmente relativo. Se in Italia sono girate affermazioni di ogni genere sulle abitudini alimentari dei cinesi, chissà quante se ne staranno dicendo ora sul nostro modo di salutarci. I cinesi mangiano topi molto probabilmente addirittura vivi? Gli italiani si salutano sfregando le labbra e probabilmente addirittura le lingue sulle guance.

Entrambi i comportamenti, guardati attraverso la lente culturale dell’altro, sono amplificati dal desiderio di allontanarci dal pericolo mettendo addosso al contaminato comportamenti  aberranti che giustifichino la conseguente punizione del diffondersi dell’epidemia

Ma il relativismo riguardo alla percezione di ciò che è igienicamente corretto e ciò che è invece pericoloso travalica i confini culturali, come sottolinea ironicamente l’antropologa Mary Douglas nell’introduzione al suo Purezza e Pericolo (Il Mulino, 2013): «…fonte di ispirazione l’ho trovata in mio marito. In fatto di pulizia la sua soglia di tolleranza è tanto più bassa della mia che nessuno più di lui mi ha costretto a prendere posizione sulla relatività dello sporco».

 

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La responsabilità collettiva oltre l’emergenza

Ora se lo sporco e il pulito hanno un livello di relatività così alto, ci troviamo davanti a un’emergenza sanitaria che ci vede costretti ad abbandonare abitudini culturali e comportamenti individuali per seguire tutti le stesse norme igieniche di base, dalla Cina all’Italia.

 

Lavarsi bene le mani per difendersi dal coronavirus
Ci stiamo orientando verso norme igieniche condivise, a tutela della casa comune, che vanno oltre le differenze culturali


E se questo ci scuote alla radice dei nostri comportamenti e nel nostro senso identitario, sicuramente sta creando una nuova forma di partecipazione attiva, un senso di responsabilità collettivo che supera le divergenze ideologiche. Siamo esseri umani appartenenti allo stesso Pianeta, le regole base che ci governano sono le stesse. Usciti da questa emergenza saremo in grado di affrontare con la stessa unanimità la cura e la salvaguardia del nostro comune habitat?

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Dafne Crocella
Dafne Crocella
Dafne Crocella è antropologa e curatrice di mostre d’arte contemporanea. Dal 2010 è rappresentante italiana del Movimento Internazionale di Slow Art con cui ha guidato percorsi di mindfulness in musei e gallerie, carceri e scuole collaborando in diversi progetti. Insegnante di yoga kundalini ha incentrato il suo lavoro sulle relazioni tra creatività e fisicità, arte e yoga.
Da sempre attiva su tematiche ambientali e diritti umani, convinta che il rispetto del proprio essere e del Pianeta passi anche dalla conoscenza, ha sviluppato il progetto di Critica d’Arte Popolare, come stimolo e strumento per una riflessione attiva e consapevole tra essere umano, contemporaneità e territorio. È ideatrice e curatrice di ArtPlatform.it, piattaforma d’incontro tra creativi randagi.

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