La prima trasposizione cinematografica, diretta dall'inglese James Whale, risale al 1931

La prima trasposizione cinematografica, diretta dall'inglese James Whale, risale al 1931

Novant’anni di Frankeinstein, la maschera contronatura

I volti di scena e una sapiente reinvenzione drammaturgica della creatura inventata da Mary Shelley che nel 1931 fu portata al cinema diventando un’icona senza tempo. L’utopia della vita come meccanismo, che va da Prometeo a Blade Runner

Nominare il mostruoso, l’informe. Saperne guardare l’abisso. Intuirne la natura, scolpita in cima alle vette dell’etica, dove il bene è troppo distante dal respiro quotidiano degli uomini perché essi possano davvero cercare di raggiungerlo senza approdare ad assurde, smodate, cupe caricature. Trasformare il rimosso in azzardo fatalmente esposto ad eterogenesi dei fini. Sono solo alcuni precetti d’un’ipotetica morale per amorali volgarizzata dalla letteratura, dal cinema, dall’arte attraverso la maschera efficace e popolare del proibito per antonomasia, l’anonima creatura nata dalla fantasia della scrittrice Mary Shelley e spesso  associata al cognome del suo squinternato realizzatore: Victor Frankenstein.

 

Mary Shelley e Frankenstein
La scrittrice e saggista inglese Mary Shelley accanto all’illustrazione nel frontespizio della prima edizione di Frankenstein, del 1831 (Foto: Wikipedia)

 

Il romanzo del 1818 conobbe ogni forma di rivisitazione. Il primo tentativo di adattamento  per il grande schermo compie novant’anni. A dirigere  la fortunata pellicola del 1931 fu James Whale e il volto dello spaventoso gigante provvisto d’elettrodi sporgenti dal collo e d’un’orrida cicatrice sulla fronte fu incarnato dal britannico Boris Karloff.  Nel corso dei decenni anche la scena teatrale si è misurata con la suggestione  abbagliante di un’esistenza a rischio zero,  contenuta nella fosca utopia shelleyana della vita riproducibile, sezionabile, reinventabile in laboratorio depurata dalle sue odiose storture.

 

 

La penna esperta dello scrittore Francesco Niccolini, ad esempio, ha disegnato la traiettoria drammaturgica di differenti lavori. In uno degli ultimi, dal titolo Doctor Frankeinstein, in scena prima della chiusura generalizzata di cinema e teatri, Francesco Aiello e Fabrizio Pugliese indugiano  nel grottesco e nel surreale e riaffacciano su un imponente e meticoloso impianto scenografico di cupezza ottocentesca e post-atomica desolazione il crudo campionario d’elettriche violenze tra il mostro e il suo sventurato inventore. L’insaziabile brama di perfezione dello scienziato lo induce a moltiplicare gli esperimenti per rimuovere ogni limite al proprio arbitrio, alimentando l’illusione di una perfezione manipolabile finché non abbia raggiunto il suo vertice estremo ed estinto ogni residuo di morte. Egli, tuttavia, crea esseri sempre più imperfetti e le sue convinzioni claudicano incerte, balbettando la voglia d’eliminare gli esiti fallimentari di un’occupazione folle e incoraggiando al contempo, tra sentimenti di contrariante vitalità, un oscuro e ingiustificabile amore per le sue deformi creature.

 

 

 

L’ultimo dei malnati rimessi in vita dal potere della tecnica perché sottratti artificialmente a quello della natura è sofisticatissimo eppure troppo distante dai desideri di suo padre.  La scena è claustrofobica. La riempie un’atmosfera sulfurea figlia d’un  meccanismo innaturale attivato da una telecamera indicante un tempo immobile scisso in ripetuti e identici frammenti di pellicola che descrivono un rapporto malato.

 

Guarda il trailer di Frankenstein, del 1931

 

Il vecchio uomo di scienza, in sedia a rotelle, con le caviglie spezzate dalla furia della sua ultima ingenerata foggia di mala prole confezionata per errore e la bestia informe dalla voce disperata e blasfema, venuta al mondo per esserne rifiutata. Entrambi sono colpa e origine l’uno dell’altro. La catena di negazioni e divieti che hanno tentato di infrangere li stringe in una speculare prigionia. Le volontà si urtano aspramente nella maledizione dell’inumano divenuto umano e nell’asfissia provocata da bizzarri ingranaggi e strumenti insufficienti a consacrare le scoperte dell’insano dottore e troppo algidi per le incontrollabili passioni del suo indegno erede. Quest’ultimo chiede ricordi e l’affetto di una donna, per emanciparsi da un’ incompiutezza turpe e priva di vita reale.

Ha una fisicità spinta da spasmi e tic, ottimamente incarnata da Fabrizio Pugliese  e un ghigno tenero e diabolico sotto il buio inquietante di uno sguardo vuoto.

Il quotidiano di cui è parte gli riserva una concatenazione d’atti programmati, di voluttà apprese, di intenzioni ammaestrate. Lui stesso è un’ipotesi scientifica da verificare in un perenne riesame dei progressi ottenuti. Vive, o meglio si guarda vivere, in una dimensione goffamente sperimentale. Rappresenta l’involontario innescarsi di un congegno gabellato per vicenda viva. Avrebbe voluto percepire una sensazione vera, una memoria di sé non barattabile con pavloviani premi o punizioni. Sorprenderà, in un respiro soffocato, una certezza autentica come il vigore delle sue mani, capitata per caso nell’insistenza di ciechi automatismi e sottolineata provvidenzialmente dalle parole finali di Blade Runner:

 

Roy Batty è il replicante nel celebre Blade Runner di Ridley Scott (1982)
Roy Batty è il replicante nel celebre Blade Runner di Ridley Scott (1982)

“Tutti i miei momenti andranno perduti come lacrime nella pioggia. È tempo di morire”.

La durezza dello spettacolo è quella di una virtualità dilagante dove paiono sbiadire le separazioni e l’ineluttabile compiersi delle azioni racconta una sorta di comune stupidità dell’uomo e della macchina. Oggetti che brandiscono altri oggetti e ne abusano, in una reciproca ignoranza della fine.

 

Saperenetwork è...

Fabrizio Baleani
Fabrizio Baleani
Fabrizio Baleani si laurea in Filosofia all´Università di Macerata e si diploma al Master per l’Informazione Culturale promosso dall'Università di Urbino e dal Centro europeo per l'Editoria. Ha collaborato con alcuni dei principali studi editoriali italiani in qualità di editor. Ha diretto l’Accademia dell’Editoria, e i corsi per redattori editoriali per la società di formazione e ricerca Studio Graffa, di Falconara Marittima, i corsi di redazione editoriale “Officina” per l’Istituto Campana di Osimo ed è stato titolare del progetto formativo provinciale Comunica-azione!, presso la cooperativa Csc di Recanati. E’ stato consulente editoriale per agenzie letterarie e case editrici, editor e direttore di collana per l’Orecchio di Van Gogh, curatore per Gwynplane Edizioni. Dal 2011è stato direttore del marchio editoriale Le Ossa Editrice dedicato alla saggistica universitaria. Nello stesso contesto ha dato vita al progetto di servizi editoriali e tipografici Prose. Giornalista pubblicista, suoi articoli di cultura e spettacolo sono apparsi in blog e numerose testate cartacee e telematiche tra cui Aprileonline, Il Fondo Magazine, La Meridiana, Paneacqua.eu, Tysm.org, Segnavia, Gli altri, Glialtrionline, Marchemagazine, Il Giornale Off, Quaderni del Teatro di Roma. Ha collaborato inoltre con la rivista, già edita da Giunti, Diogene Magazine. Ha collaborato alla drammaturgia di Filottexit, adattamento del Filottete di Sofocle rappresentato all’Istituto di Cultura Italiana a Bruxelles dalla Compagnia Nessunteatro. Per la stessa compagnia ha scritto lo spettacolo Malaprole, finalista al premio Scenario 2011 ed è condirettore artistico della rassegna di drammaturgia e critica No man's Island. Solitudini da osservare. Con questo marchio ha ideato, dal 2010 al 2013, le seguenti rassegne di teatro e arti contemporanee: Uomini e schermi; Sottosuolo. Drammaturgie alla ricerca dell’uomo, La parola io. Teatro, letteratura, filosofia; La parola io. Parole immagini e corpi che danzano su se stessi, Scena e Tempo. Appunti su memorie possibili; Assoli. Teatri in controvoce e Isole. Approdi e miraggi dell’uomo contemporaneo, Atti unici su verità e menzogna.
Ha curato, assieme alla Compagnia Nessunteatro la performance Fuoco Muto. Diario di vita elettrica, realizzata alla Biblioteca Mozzi Borgetti di Macerata. Inoltre è stato curatore delle rassegne Buio di luce propria a Filottrano(Ancona) e dell’appuntamento Ascolta il silenzio. Breve retrospettiva sui teatri alchemici a Macerata. Ha ideato e diretto il premio-rassegna Vertigine Letterature, parte del progetto regionale Radikart. Ha collaborato all’organizzazione del Seminario di Formazione DARE FORMA Sei incontri per le arti contemporanee tenuto al Museo Statale Omero di Ancona. Ha firmato la prefazione del testo che raccoglie due drammi teatrali Desideranza-Fufùll (ed. Orecchio di Van Gogh 2009) scritto dagli attori e drammaturghi Luigi di Gangi e Ugo Giacomazzi e il saggio introduttivo al testo Contro il lavoro (ed. Gwynplane 2012) del filosofo anticrociano Giuseppe Rensi. Dal 2015 al 2017 ha lavorato per l’agenzia Segni e Suoni occupandosi dell’area di  progettazione e sviluppo di periodici e prodotti editoriali da editor di riviste e come collaboratore a numerosi uffici stampa per enti pubblici e categorie professionali. Si occupato di consulenze editoriali e di comunicazione. Da settembre 2019 ha realizzato alcuni servizi per il Gr di Radio Nuova In Blu per la quale è stato autore del programma di informazione editoriale Radio Gutenberg, ha scritto il monologo radiofonico La Pelle. Biografia corsara su Pier Paolo Pasolini pubblicato dalla rivista culturale online Pangea. Dal 31 ottobre del 2020 conduce la trasmissione di approfondimento politico Terzo Stato. Intervista con l’elite.

Parliamone ;-)