Sista Bramini, teatro ambientale

Sista Bramini ha fondato nel '92 la compagnia O Thiasos Teatro e natura. Qui al festival Fuoriposto di Roma, nel 2018

Oltre il presente, cercando i segni nella natura. Sista Bramini racconta il suo teatro

Un’esperienza nata nel ’92 grazie all’impegno di un collettivo tutto femminile. L’incontro con Grotowsky, la lezione di Eugenio Barba. E una ricerca aperta, ancora oggi, fra mito, contemplazione dei luoghi, ricerca espressiva. La storia, tutta da scrivere, di “O Thiasos Teatro Natura”

L’ultima volta, nel gennaio scorso, l’abbiamo ammirata in una sala vera e propria, con tanto di fari, quinte e amplificazione, sotto le volte del Teatro Basilica di Roma. Ma è un’eccezione, legata nello specifico alla ripresa del suo pregevole “Viaggio di Psiche” ispirato alla favola di Apuleio. Perché Sista Bramini, come una specie silvestre, si avvista più spesso nelle radure boschive o in prossimità degli stagni, al massimo in un parco urbano, lontano però dalla dimensione antropica del verde attrezzato e dagli accessi stradali. È lei del resto in qualità di regista, formatrice e interprete, l’artefice di “O Thiasos TeatroNatura”: formazione nata a Roma nel ‘92 grazie all’impegno di un collettivo femminile (oggi composto da Camilla Dell’Agnola, Veronica Pavani, Carla Taglietti e Valentina Turrini) che ha trovato con largo anticipo ispirazione nel paesaggio e nell’incontro ravvicinato con la biodiversità.

 

O Thiasos Teatro Natura di Sista Bramini, teatro ambientale
La poetica di O Thiasos TeatroNatura si basa sull’interpretazione del paesaggio, sulla relazione ravvicinata con la biodiversità

 

Un racconto di grande spessore artistico che prosegue tuttora nel segno di una ricerca esistenziale legata a filo doppio con gli spazi in cui si celebra: «Il teatro è un luogo nel quale si può andare oltre un presente schiacciato sull’attualità e riflettere sui nostri processi di vita con uno sguardo più ampio – racconta la Bramini – Questo può accadere dentro un edificio in muratura, attrezzato con tutte le tecnologie utili a ricreare delle percezioni. Oppure in un bosco, dove si possa raccontare una storia antica davanti a un albero mentre si sente il verso di un uccello, il vento soffia tra i rami, le luci e le ombre trascolorano grazie al crepuscolo». E aggiunge:

«Io trent’anni fa ho scelto questa seconda via, quella ciò di portare l’umano nel naturale, d’immergermi negli ecosistemi e vivere qui, insieme al pubblico, delle visioni utili a “risvegliarci” dall’incubo della storia, come direbbe Joyce, a cercare il racconto nella natura e stare al suo interno con tutti i nostri sensi».

 

 

Partiamo da qui allora, da quella scelta originaria di uscire dal teatro e cercare uno spazio nuovo per la tua narrazione. Formazioni come il Living Theatre avevano già avviato un processo di “deteatralizzazione” del teatro, seppure in ambito prevalentemente urbano e con istanze di protesta. Ci sono esperienze di questo genere, fatte le dovute differenze, alla radice del percorso che hai avviato con TeatroNatura?
Ognuno di noi in qualche maniera viene segnato artisticamente da giovane, personalmente conoscevo il lavoro del Living che avevo anche incontrato. Ma la mia ispirazione principale è stata la ricerca di Jerzy Grotowski, il maestro polacco del teatro povero, del quale ho seguito i corsi all’università La Sapienza di Roma, verso l’inizio degli anni Ottanta, quando venne in Italia a causa del colpo di Stato nel suo paese. Era il periodo del suo  “teatro delle sorgenti”, un progetto di ricerca teatrale che aveva realizzato insieme ad attori non professionisti con provenienze geografiche e culturali diverse. Li portava in viaggio ad assistere ad azioni rituali con danza,  canto e racconto di altre culture, immergendoli nella foresta polacca per capire come avrebbero sviluppato delle azioni personalmente significative, umanamente profonde ma senza una tecnica interpretativa particolarmente evoluta e culturalmente determinata perché era alla ricerca di elementi transculturali elementari “oggettivi”.

Rimasi folgorata da quella figura straordinaria durante i tre mesi d’incontri che tenne al Teatro Ateneo.

Poi insieme a Franco Lorenzoni, il maestro di scuola primaria che oggi molti conoscono per la sua ricerca educativa, lo portammo nella Casa-laboratorio di Cenci, in Umbria, che fondammo insieme in quegli anni. E lì Grotowski volle realizzare una serie di proposte concrete per entrare in un rapporto reale con gli studenti, per farci sperimentare i concetti di cui parlava.

 

Guarda la scheda di Giuseppe Torchia su Jerxy Grotowski

Quelle “azioni” ci hanno marchiato in maniera indelebile, eravamo assolutamente innamorati e turbati, angosciati e felici per aver incontrato qualcosa di fortemente rigoroso, nello stesso tempo molto ardito artisticamente e così diverso dal mondo teatrale di allora.

Conteneva anche un aspetto spirituale che ci appariva integro, quasi rivoluzionario, che forse apparteneva molto alla sua cultura polacca a noi pressoché sconosciuta ma che coinvolgeva la nostra motivazione nel fare teatro rendendolo una missione profonda. Un teatro, il suo, che ha lasciato un segno nella storia.

 

 

 

Nel tuo cammino c’è stato anche l’Odin Teatret di Eugenio Barba…
Certo, ho preso molto da lui dal punto di vista pre-espressivo e dell’allenamento fisico nel lavoro performativo in natura. Per di più a differenza di Grotowski, che in quegli anni portava avanti la sua ricerca ma non realizzava più spettacoli, Barba era in piena attività e dunque per noi giovani era molto attraente. Ma le due poetiche anche se “amiche” erano diverse. Barba studiava tramite la sua “International School of Theatre Anthropology” gli elementi transculturali nelle diverse forme teatrali del mondo e questo mi interessava molto, perché ero alla ricerca di principi vitali relativi alla presenza scenica che potevo incarnare in uno spazio così difficile come quello naturale che spesso “mangia” l’energia dell’attore e l’attenzione del pubblico.

 

Eugenio Barba, regista e fondatore dell'Odin Teatret di Oslo, in Norvegia
Eugenio Barba, regista e fondatore dell’Odin Teatret di Oslo, in Norvegia

 

Barba però lavorava un teatro centrato su partiture teatrali molto precise, da incarnare quasi come partiture musicali, che a me interessavano meno perché dentro la natura le condizioni morfologiche e acustiche mutano in continuazione. Io al contrario devo formare attori e attrici che siano molto duttili e pronti a ricreare le proprie partiture in contesti sempre diversi, seppure con alcune equivalenze, come in una sorta di scenografie archetipiche offerte dai luoghi naturali stessi. Inoltre nell’insegnamento di Eugenio Barba, pur nella militanza etica, mancava quella tensione mistica che in Grotowski, senza capire bene perché, mi emozionava molto.  Ma quando qualche anno fa Julia Varley, fra le registe dell’Odin Teatret, ci ha invitato nel loro centro a Holstebro per proporre nelle dune del meraviglioso paesaggio danese il nostro “Danzò Danzò”, abbiamo vissuto con loro un’esperienza straordinaria.

 

Guarda un estratto da Danzò Danzò (video del 2012)

Anche Eugenio Barba vide lo spettacolo e ci fece molti complimenti, fu quasi la certificazione, da parte di una figura tanto importante, del nostro percorso in un mondo del teatro che ci aveva sempre relegato in una nicchia.

La grandezza di Eugenio Barba per me è sempre stata anche la sua capacità di sostenere il mondo della ricerca teatrale, di valorizzare la dignità degli attori creando un circuito parallelo al teatro ufficiale, un mondo articolato, un clan di fratelli e sorelle d’arte alternativo. Farne parte anche solo per poco tempo ci ha dato coraggio e energia. Sento per questo ancora profonda gratitudine per lui e per Julia.

 

Sista Bramini, teatro ambientale
L’approccio di Sista Bramini e di “O Thiasos Teatro natura” sta nel riscoprire, attraverso l’azione teatrale, la propria relazione con gli ecosistemi (Foto: Lorenzo Porrazzini)

 

C’è una componente di attivismo ambientalista nella tua pratica teatrale? In fondo la vostra compagnia è nata nell’anno dell’Earth Summit di Rio de Janeiro, è solamente un caso?
Certo che no. Quel momento storico fu, per riprendere la terminologia di Grotowski. una “sorgente”.  Spesso nella fase iniziale di un movimento di trasformazione culturale la visione è molto palpabile e contiene indicazioni preziose per la sua realizzazione concreta. Questa vitalità visionaria poi, nell’urto con una certa pesantezza della realtà, si perde e l’azione ne esce immiserita. Si trattava di cogliere la trasformazione dell’umano al cospetto della crisi che attraversa il pianeta.

Il nostro teatro nasceva in questo contesto ambientalista che oltre alla ricerca scientifica, ancora includeva il pensiero filosofico profondo come quello di Gregory Bateson, una ricerca artistica che indagasse e intrecciasse un nuovo rapporto con i sistemi naturali.

L’aspetto complesso, prismatico, di quell’ambientalismo si poteva incontrare ad esempio a Città di Castello, in Umbria, nella “Fiera delle utopie concrete” di Alex Langer, un progetto di conversione ecologica italo-tedesco che raccoglieva esperimenti innovativi di riconversione ecologica di cui ancora si sapeva poco con le formidabili e rivoluzionarie conferenze di Ivan Iliic su come intendere la scuola e la salute, i laboratori di ricerca educativa di Franco Lorenzoni con un teatro emergente come il nostro che portava il pubblico nei boschi. Per dieci anni un pubblico europeo culturalmente variegato partecipò alla Fiera come alla costruzione di una nuova cultura. Devo molto a quel contesto in cui si diede regolarmente spazio ogni pomeriggio di quel lungo weekend alla mia ricerca teatrale e dove i partecipanti potevano scegliere di abbandonare per alcune ore i dibattiti intellettuali per immergersi nel silenzio, nel paesaggio di Pietralunga, sempre in Umbria, dove realizzavamo i nostri primi lavori. Ritornando in contatto con il proprio corpo percettivo, si addentravano nel bosco, si bagnavano nel fiume insieme agli attori, riconciliandosi in certo senso con quell’ecosistema.

 

 

L’arte però non si fa con i programmi o le ideologie, a spingermi verso il teatro nella natura era un impulso e una visione che mi diceva come fosse quella la cosa da fare, ma che ancora non saprei razionalizzare, forse era solo una preveggenza di orientamento rispetto a molti temi che poi sono divenuti di dominio pubblico. Più che una militanza ambientalista sin dall’inizio è stata una visione poetica collegata ad una trasformazione del nostro modo di vivere, che non è stato facile mantenere durante tutti questi anni. Mi dispiace dirlo ma il pensiero e la vitalità ambientalista si è molto annacquata da allora anche se adesso, grazie paradossalmente al virus, possiamo forse avere una possibilità di trasformare almeno la nostra economia… Ma che da sola non basta.

 

 

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#TeatroNatura_spettacoli Tre appuntamenti di O Thiasos al Festival Gran Paradiso dal Vivo, terza edizione. Organizzata da #cdviaggio, direzione artistica Riccardi Gili 4 luglio ore 21.00 – Comune di Alpette – MITI DI STELLE 11 luglio ore 16.30 – Valprato Soana – Campiglia PICCOLI PARADISI, brevi atti di geografia teatrale 12 luglio ore 4.30 – Rocca di Sparone – TEMPESTE. Spettacolo itinerante all’alba LA PRENOTAZIONE AGLI SPETTACOLI È OBBLIGATORIA #sistabramini #francescaferri #camilladellagnola #valentinaturrini #parcogranparadiso #turismotorino #fondazionecrt #teatro #narrazione #mito #canto #cantopolifonico #fiabe #valleorco #vallesoana #unionemontanagranparadiso

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Una caratteristica che vi accompagna tuttora sta nell’attenzione verso il patrimonio letterario classico. È il contesto naturale che richiama questo repertorio? O il contrario?
In realtà al’inizio mi basavo su autori contemporanei come Beckett, Arrabal o Wilcock, poi il contatto con le fronde, il suono del ruscello, vedere le stelle che cominciano ad apparire durante lo spettacolo, tutto questo ci ha portato verso un repertorio in cui era possibile sentire la natura risuonare più profondamente. D’altro canto il mito antico ha origine dentro questi paesaggi. Per me è una letteratura certo non moralistica ma a suo modo sapienziale, forse proprio grazie alla complessità che emerge dalla visione politeistica della realtà, dove si può ancora sentire una domanda sull’evoluzione umana verso la saggezza. Il mito antico, quando credi di averlo compreso, si rivolta nel suo contrario e per me è una sorta di allenamento per la mente utile a comprendere qualcosa in modo completamente diverso rispetto a quello che ti aspettavi.

 

Guarda lo slideshow con le immagini di O Thiasos Teatro Natura dal ’92 al 2012

 

In particolare è il corpus ovidiano ad affascinarti. Perché?
Certamente mi appassionano molto le “Metamorfosi” di Ovidio, proprio per la relazione fluida, il continuo passaggio tra l’umano, l’animale, la divinità, l’albero… che puoi anche ritrovare nella scienza ad esempio quantistica, una visione più dinamica fatta di relazioni e trasformazioni vitali. Il racconto di Ovidio conferma un’idea sulla quale ho riflettuto molto anche durante la quarantena: la prossima epoca deve essere quella dell’alleanza fra i viventi, è questa la nuova la cultura da coltivare, tutto ciò che crea continuità fra l’uomo, l’animale, la sfera vegetale, in un’ottica biosistemica.

È una dimensione nella quale anche la tecnologia continuerà ad affinarsi e potrà svolgere il suo ruolo ma abbiamo provato, durante il periodo d’isolamento, come sia importante abbracciare le persone, poterci incontrare fra noi e con gli altri viventi e come siamo realmente, carnalmente direi, tutti collegati.

È il momento di andare decisamente oltre l’idea che la legge della natura sia la sopraffazione. Questo pensiero appartiene a una visione patriarcale che ha avvalorato una cultura ormai superata e decisamente distruttiva, folle. Anzi, le testimonianze che emergono dalle epoche neolitiche, attraverso i reperti archeologici o le rappresentazioni grafiche, ci mostrano che l’umanità non è sempre stata guerrafondaia né che i processi sociali si basino necessariamente sulla competizione o la gerarchia, come ci insegnano a scuola e come siamo assuefatti a credere. C’è tutta un’azione efficace che deriva dalla collaborazione, dell’interconnessione fra gli esseri viventi che oggi può diventare il nuovo paradigma culturale. Non siamo più nella cultura solidale rurale, ma dobbiamo pensare al bene comune e in modo sistemico.

 

 

Pensi che ci sia anche una ricaduta educativa del tuo lavoro?
Forse sì, ma non nel senso di voler insegnare qualcosa al nostro pubblico, noi cerchiamo semmai di creare una dimensione che porti le persone ad aprire la propria percezione, in questo senso i lavori che proponiamo possono anche avere un’utilità educativa. Il nostro è sempre stato un teatro “à tout public”, senza un target ben preciso e lo dico con orgoglio, tramite il quale tutti possono scoprire qualcosa, i bambini e i professori universitari, gli appassionati e chi di solito non va a teatro. Riuscire a comunicare in modo trasversale ma senza abbassare la qualità e i contenuti della comunicazione di questi tempi è decisivo. Si può sostare insieme accanto a uno stagno, in silenzio entrare in contatto con delle forme vive, fisiche e sonore, che non sono quelle di tutti i giorni e vivere quei momenti sbalorditivi in cui si squarcia una nuvola e i colori cambiano oppure spunta l’arcobaleno mentre il protagonista si sta confidando e gli elementi naturali, insieme a lui, diventano drammaturgia. Sono attimi di contemplazione, durante i quali possiamo sospendere l’incredulità per accedere alla poesia e riconoscere quei segni che la natura trasmette sempre ma che possiamo percepire solo riattivando il nostro cervello arcaico, che poi coincide in parte con la nostra mente estetica.

 

 

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A casa non s’arriva mai ma quando delle vie amiche si incontrano, il mondo per un momento sembra casa nostra” H.Hesse Mi è venuta in mente questa frase nel ripensare a questi 8 giorni al Teatro Basilica a Roma con il mio Viaggio di Psiche da “Amore e Psiche” di Apuleio, immerso nella stupefacente musica di Giovanna Natalini, e a cui si è aggiunto , con entusiasmo e affetto, un pubblico sempre più numeroso! Voglio ringraziare la lungimiranza di Claudia Della Seta per avermi presentato Daniela Giovannetti e Alessandro di Murro che ammiro per la loro impresa teatrale e per i quali ho sentito subito una vera simpatia. Ringrazio Matteo Zigli per la gentilezza e le sue luci eleganti e attente, come piace a me, al dialogo tra la narrazione e il magico spazio circostante. Ringrazio moltissimo anche Pino Le Pera- direttore di sala e di scena- per avermi accudito con squisita professionalità e calda umanità, l’amichevole Maya Amenduni per l’efficace ufficio stampa, Cristiano Demurtas per la grafica bella e originale, e tutto lo staff Basilica. Ringrazio Francesco Galli e Cristina Lucchi Vuolo per il loro speciale sguardo fotografico. E ringrazio chi ha voluto recensire lo spettacolo, cosa non così frequente per i miei spettacoli, facendomi vedere aspetti nuovi del mio lavoro e le cui parole ho già condiviso su facebook con gratitudine. E infine ringrazio le tante spettatrici e spettatori che ancora mi cercano per raccontarmi come il viaggio di Psiche stia continuando dentro di loro. Evviva il teatro. Sista Bramini

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Eppure nell’ultimo spettacolo che hai rappresentato prima del lockdown ti abbiamo vista al chiuso, fra le pareti in muratura, per quanto suggestive come quelle del Teatro Basilica, nel complesso monumentale della Scala Santa a Roma. Si tratta ancora una volta di un brano dalle “Metamorfosi” ma stavolta quelle di Apuleio e la tua interpretazione di “Amore e Psiche”, accompagnata dal flusso sonoro di Giovanna Natalini, è stata intensissima, emozionante, per certi aspetti commovente. È stato come se in quella sala ci restituissi tutta l’energia che hai acquisito esplorando gli ecosistemi. Ma non c’è il rischio che nel teatro ambientale, almeno nella maniera in cui lo vivi tu, il talento dell’attore si mimetizzi nel contesto della natura, risultandone quasi penalizzato?
Quando si lavora in natura lo spettatore all’inizio fatica a concentrarsi, la sua attenzione è diffusa, quindi bisogna conquistarsela e per me questa dimensione ha rappresentato davvero una palestra molto importante. Il mio approccio però è sempre stato quello di collaborare, non di competere, con l’ambiente per maturare un corpo duttile, sentire la musicalità del contesto che varia in maniera imprevedibile e inglobarlo così che anche lo spettatore possa sentirsi parte, olisticamente coinvolto.

 

Guarda il trailer di Viaggio di Psiche

Questo mi ha certamente aiutato nel maturare una capacità d’improvvisazione e un tipo di recitazione diverso da quello di altre tipologie di teatro e che evidentemente, come per tutti, si è affinato nel tempo.

Ritrovarmi sotto gli archi alti del Teatro Basilica, una sala con spazi ampi ma anche con una struttura essenziale, quasi come fossi in un tempio o una cappella antichi, mi ha certamente ispirato, ho potuto mettere in moto un tipo di narrazione organica radicata nel corpo che danza e allo stesso tempo che racconta dentro la musica, che forse, al di là della forma stilistica, non era così lontana dall’intenzione di Grotowski. La natura nel mio lavoro è ormai sempre presente, è vero: in quella circostanza è come se avessi convocato tutti gli ecosistemi e i paesaggi di cui sono stata parte e che negli anni di lavoro si sono sedimentati nel mio inconscio. E adesso che con i nostri spettacoli torniamo nei contesti naturali, dopo la lunga sospensione, quel dialogo può riprendere ancora una volta, in luoghi nuovi o in quelli dove siamo già state.

È il nostro viaggio di Psiche, in fondo, un viaggio che ci trasforma e che può anche aiutarci a tutelare gli ambienti in cui agiamo se cominciamo a viverli e osservarli con occhi nuovi.

 

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Marco Fratoddi
Marco Fratoddi
Marco Fratoddi, giornalista professionista e formatore, è direttore responsabile di Sapereambiente, insegna Scrittura giornalistica al Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Cassino con un corso sulla semiotica della notizia ambientale e le applicazioni giornalistiche dei nuovi media dal quale è nato il magazine studentesco Cassinogreen. E' caporedattore di Agricolturabio.info, il magazine dedicato all'agricoltura che innova nella direzione del biologico e biodinamico. Ha contribuito a fondare la “Federazione italiana media ambientali” di cui è divenuto segretario generale nel 2014. Partecipa come direttore artistico all'organizzazione del Festival della virtù civica di Casale Monferrato (Al). Ha diretto dal 2005 al 2016 “La Nuova Ecologia”, il mensile di Legambiente, dove si è occupato a lungo di educazione ambientale e associazionismo di bambini, è stato Direttore editoriale dell’Istituto per l’ambiente e l’educazione Scholé futuro-Weec network di Torino. Fa parte di “Stati generali dell’innovazione” dove segue in particolare le tematiche ambientali. Fra le sue pubblicazioni: Salto di medium. Dinamiche della comunicazione urbana nella tarda modernità (in “L’arte dello spettatore”, Franco Angeli, 2008), Bolletta zero (Editori riuniti, 2012), A-Ambiente (in Alfabeto Grillo, Mimesis, 2014).

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