Un papà bisbiglia all'orecchio del suo bambino

La vista e l'udito sono i due sensi fondamentali e polari che possono dirci molto dell’indole dei nostri bambini

Occhio e orecchio, le due vie dell’essere

I due sensi polari raccontano molto dell’indole di ciascuno. Quali caratteristiche mostra un bambino centrato sulla sfera acustica? E quali invece quelle di un bambino che propende verso la dimensione visiva?  I compiti per le vacanze del nostro alfabeto dell’ecopedagogia che intanto giunge alla lettera O

Le altre lettere:  A – BCD – EF – G – H – IL  –  MN

“Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta…”

Gabriele D’Annunzio

“…Paura dei tuoi occhi,
di quel vertice puro
entro cui batte il pensiero,
paura del tuo sguardo
nascosto velluto d’algebra
col quale mi percorri… “

Alda Merini

 

Eccoli qui, magistralmente colti dalla poesia, l’orecchio e l’occhio. Sentite come Gabriele D’Annunzio rivela dell’udito la possibilità di recepire l’essenza viva delle cose, la voce delle gocce di pioggia e delle foglie bagnate, le lingue di ogni arbusto e pianta della pineta. Unica pre-condizione quel “Taci” che ci intima silenzio. Per udire l’altro, per sentirlo come diciamo nella nostra lingua, è necessario zittire noi stessi. Quanto più è profondo il nostro silenzio, interiore ed esteriore, quanto più l’altro, la pianta, il bambino, la natura, l’amato, potrà risuonare.

 

 

E come invece Alda Merini colga un aspetto forse meno evidente, eppure intrinseco dello sguardo: non solo specchio dell’anima e della nostra sensibilità, ma anche arto volitivo che il mondo afferra emettendo “tentacoli” – l’immagine è di Platone e poi Pitagora, ripresa da Rudolf Steiner nella sua “Antropologia” – che indagano e artigliano l’altro per ricondurlo a sé. Un vedere che è anche un misurare, completare e, inevitabilmente, soppesare: di questo trema la sensibilità scorticata della Merini.

Partiamo perciò verso un piccolo viaggio alla ri-scoperta di questi due organi di senso così fondamentali e polari che parlano molto anche dell’indole dei nostri bambini.

 

L'occhio di un bambino
L’occhio è un’appendice del cervello che si estroflette, l’unico punto in cui la pelle umana si apre verso un organo interno (Foto di Free-Photos da Pixabay)

 

Ecco l’occhio: una sfera, un globo posto all’interno di una cavità nell’unico punto in cui la nostra pelle si lacera. Un organo complessissimo e in sé completo, come isolato rispetto al resto del corpo: da un lato il riflesso vibratile della nostra interiorità, dall’altro una sorta di appendice del cervello che si estroflette, un utensile per pensare. In fondo è quando gli occhi si aprono che il mondo fluisce in noi e si dispiega in tutta la sua ricchezza: un risvegliarsi della coscienza che si ripete ogni mattina, perché gli occhi sono figli del sole e della luce, come diceva Goethe, che proprio da questa intuizione partì per la sua teoria dei colori.

Come la luce sono mobili, perennemente in movimento: la palpebra, il bulbo, la messa a fuoco, i muscoli e i vasi sanguigni, anche durante il sonno; indubbiamente il nostro organo più attivo e, oggi, assolutamente predominante, signore dello spazio. In italiano, il viso tutto prende il nome da “visus”, sguardo, aspetto, vedere.

L’occhio, anzi, gli occhi perché è proprio la frontalità e poi l’incrocio dei due nervi ottici a darci unità nella visione e nell’esperienza della coscienza, sono collettori di tutti gli altri sensi e in particolare del movimento, ma la vista è così prevalente – le forme, i colori, il muoversi e le sensazioni che ne scaturiscono – da offuscarli tutti, come quando al mattino, scrive il pediatra austriaco Karl König nel suo bellissimo “A Living Physiology”, il sole rende invisibili tutte le altre stelle. Ed è l’occhio che insieme alla mano ha conformato il nostro cervello, ma la vista può essere imbrogliata più di ogni altro senso, come ben dimostrano le centinaia di “illusioni ottiche” che tutti conosciamo.

 

Karl König
Il pediatra austriaco Karl König (1902 -1966)

 

E poi ci sono le orecchie. Ai lati del volto. Due piccoli culle ovali, circonvoluzioni quasi concentriche che s’inabissano nel buio del capo fino alla chiocciola della coclea e ai tre canali semicircolari che sono la sede del nostro equilibrio, nelle tre direzioni dello spazio che guidano il nostro orientamento. Diversamente dall’occhio, l’orecchio è sempre aperto, non può discernere cosa ascoltare o meno e però è fermo, fermissimo. I nostri ossicini auricolari si lasciano vibrare da ciò che entra: rumori, suoni, ritmi, toni, in una scala ascendente che dal piano più materiale e fisico si eleva fino alla celestialità della musica.

 

L'anatomia dell'orecchio
L’anatomia dell’orecchio con la chiocciola della coclea e gli ossicini attraverso i quali percepiamo i suoni

 

Orecchio, signore del tempo. Un’incredibile marea di suoni inonda le nostre orecchie, tutti indistintamente penetrano lungo il canale uditivo ma qui il tintinnare di ogni oggetto, la modulazione di ogni voce diventa una, unica e vera:

«Nell’udito risuona la voce delle cose, se ne manifesta l’interiorità più profonda. È il mistero dell’interiorizzazione» scrive il medico olandese Albert Soesman nel suo “I dodici sensi. Porte dell’anima” (2012).

 

L'orecchio di un neonato
L’orecchio è una cavità che si inabissa nel capo, un organo sempre aperto che contiene tutto il corpo (Foto: Foto di tung256 da Pixabay)

 

Come l’occhio è un piccolo mondo a sé, così l’orecchio contiene tutto il corpo, pelle, ossa, cartilagini, tessuti connettivi: l’uomo tutto è un orecchio, perché all’inizio era un suono, il Verbo. Che caratteristiche avrà un bambino-occhio? Che tipo di movimento (o di quiete) gli farà bene? Che memoria presenterà e come possiamo facilitare i suoi apprendimenti se questa è la sua via privilegiata? E come possiamo nutrire anche le sue trascurate necessità di interiorizzazione? Invece, come si manifesta il bambino-orecchio? In quale modalità è più sano avvicinarlo e portargli incontro elementi di conoscenza? Come sostenere la sua innata profondità senza ostacolare la relazione con la pluralità delle esperienze che il mondo offre?

Compiti per le vacanze: esercizi di osservazione oggettiva del bambino, possibilmente tacendo ogni nostra convinzione e (pre)giudizio, sperabilmente cogliendone il messaggio e la musica interiore.

Saperenetwork è...

Stefania Chinzari
Stefania Chinzari
Stefania Chinzari è pedagogista clinica a indirizzo antroposofico, counselor dell’età evolutiva e tutor dell’apprendimento. Si occupa di pedagogia dal 2000, dopo che la nascita dei suoi due figli ha messo in crisi molte certezze professionali e educative. Lavora a Roma con l’associazione Semi di Futuro per creare luoghi in cui ogni individuo, bambino, adolescente o adulto, possa trovare l’ambiente adatto a far “fiorire” i propri talenti.
Svolge attività di formazione in tutta Italia sui temi delle difficoltà evolutive e di apprendimento, della genitorialità consapevole, dell’eco-pedagogia e dell’autoeducazione. E’ stata maestra di classe nella scuola steineriana “Il giardino dei cedri” per 13 anni e docente all’Università di Cassino. E’ membro del Gruppo di studio e ricerca sui DSA-BES, della SIAF e di Airipa Italia. E’ vice-presidente di Direttamente onlus con cui sostiene la scuola Hands of Love di Kariobangi a Nairobi per bambini provenienti da gravi situazioni di disagio sociale ed economico.
Giornalista professionista e scrittrice, ha lavorato nella redazione cultura e spettacoli dell’Unità per 12 anni e collaborato con numerose testate. Ha lavorato con l’Università di Roma “La Sapienza” all’archivio di Gerardo Guerrieri e pubblicato diversi libri tra cui Nuova scena italiana. Il teatro di fine millennio e Dove sta la frontiera. Dalle ambulanze di guerra agli scambi interculturali. Il suo ultimo libro è Le mani in movimento (2019) sulla necessità di risvegliarci alle nostre mani, elemento cardine della nostra evoluzione e strumento educativo incredibilmente efficace.

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