Innovazione e protesta, la musica di Luigi Tenco

Luigi Tenco con l'attrice Donatella Turri nel film "La cuccagna" (1962) di Luciano Salce

Innovazione e protesta, la musica di Luigi Tenco

Nel libro “Lontano, lontano” di Enrico de Angelis e Enrico Deregibus, appena pubblicato da Il Saggiatore, il ritratto inedito di un artista – anticonformista, vitale, alla ricerca di giustizia e di autenticità – che pose le basi della canzone d’autore italiana

«Succede che a un certo punto mi salta la gomma e dico… ecco, io il militare non lo so fare. Non voglio, non so andare a morire… E questo è uno sfogo spontaneo, una protesta sincera. Non è stata studiata al tavolino. Così le parole di quasi tutte le mie canzoni esprimono questo senso, come dire, di malessere. Si può protestare in mille modi, in mille forme. Questa è la maniera mia, e viene dal mio carattere». Era il 1966, e Luigi Tenco rispondeva con queste parole quasi urlate, durante il dibattito pubblico al Beat 72 di Roma, a chi lo accusava di non fare una vera musica di protesta. Un lembo di storia che si unisce al materiale in buona parte inedito – dai temi delle elementari alle lettere, dai diari agli abbozzi di racconti e sceneggiature, dalle interviste fino alle ultime dichiarazioni prima della morte – raccolto da Enrico de Angelis ed Enrico Deregibus, e pubblicato nel loro ultimo libro Luigi Tenco. Lontano, lontano. Lettere, racconti, interviste (Il Saggiatore, 2024).

Boom, biciclette e benpensanti

Dalle pagine viene fuori un nuovo ritratto del cantante che potrebbe sorprendere chi ha conosciuto Tenco soltanto per la tragica notte sanremese del 27 gennaio 1967 o per l’immagine distorta di artista malinconico e triste. Il volume ci aiuta a conoscerlo da una prospettiva più attuale. Perché Luigi Tenco, in anticipo sui tempi, nell’Italia travolta dal cosiddetto boom economico e che si stava preparando a una rivoluzione culturale, quella del 1968, con le sue parole e le sue canzoni aveva posto innanzitutto le basi per la nascita della canzone d’autore, quella che turbava i benpensanti. La sua voce potente riusciva ad arrivare a chi provava a cogliere i vantaggi dell’industrializzazione e a chi aveva colto la trasformazione antropologica di una nazione. Non era di certo un conformista il cantautore di Cassine (AL). Lo scopriamo nelle pagine del libro, dove l’amore di Tenco per la madre fa da contraltare alla sua avversione per un certo mondo borghese. Già da piccolo, da quando cioè aveva incominciato a scrivere i primi temi in classe, le sue idee erano chiare: avrebbe voluto sostituire le bombe con le biciclette.

Dal jazz al patrimonio musicale popolare

Poi nella sua vita entrerà la musica: il jazz, la “scuola genovese”, Umberto Bindi, Bruno Lauzi, Gino Paoli, Giorgio Calabrese, Fabrizio De Andrè. E anche Piero Ciampi, Sergio Endrigo (il suo crooner preferito), Giorgio Gaber. Tenco per Gaber aveva scritto “Quando”. Ma fu lui a farla conoscere al grande pubblico (impiegò più di sette mesi per inciderla!). A Genova però si sentiva disorientato. Nemmeno Roma, con il cinema e La Cuccagna di Luciano Salce, lo farà sentire a casa. La Città Eterna non era altro che la città del suo amore Valeria. E forse anche per questo nei testi delle sue canzoni rimarranno le tracce di chi è cresciuto nelle Langhe di Pavese e Fenoglio. Canzoni vicine quindi alla poesia ma anche alla musica popolare. “Popolare” che in ogni caso non doveva essere, dal punto di vista del cantautore, sinonimo di scarsa qualità.

 

 

C’era dunque una idea precisa di canzone nuova dietro i lavori di Luigi Tenco, distante dal provincialismo, che significava interesse soltanto per ciò che proveniva da oltreoceano e che non risparmiava radio, tv e stampa. Prima di Bob Dylan, dei Beatles, di Donovan, di Barry McGuire (ricordate Eve of Destruction ?), contro il perbenismo aveva capito l’importanza di far emergere anche la musica di protesta dalle ceneri del vastissimo patrimonio musicale italiano pieno di folklore. Contro la “Linea verde” della canzone di Mogol, intrisa di speranza e ottimismo, Tenco scrisse insieme a Dalla, Reverberi e Vivarelli perfino una lettera per sostenere la “Linea gialla” della protesta più dura. Si legge in un passo della lettera:

«Noi nella pace e nella libertà non vogliamo “sperare”, ma preferiamo lottare, per ora su una trincea fatta di splendide e significative note, per conservarle o conquistarle. Questo è bene che si sappia, come è bene che i giovani stiano in guardia contro i mistificatori della musica leggera».

Canzoni nuove

Parole che non possono non farci pensare allo stato di salute della musica contemporanea. Di Tenco però permane soprattutto la sua particolare sensibilità in un mondo ostile, che non si è manifestata solo con la fragilità e la malinconia. A chi lo accusava di non sorridere mai rispondeva che era soltanto un artista autentico, sincero. La sua anima si nutriva dopotutto di una disperata vitalità che trovava spazio nei racconti, nella politica (si definiva un socialista che a Gesù preferiva Marx e il suo modello economico e sociale) e nelle canzoni. Da “Vedrai, vedrai” a “Lontano, lontano”, da “Mi sono innamorato di te” a “Se stasera sono qui”, dalla canzone anti-militarista “La ballata dell’eroe”, scritta da De Andrè, alla satira sul consumismo della “Ballata sulla moda” (per due anni censurata), da “Cara maestra” a “Ciao Amore, Ciao”, si possono cogliere gli elementi di rottura con il vecchio mondo musicale e culturale. Tenco abbandona infatti gli schemi dell’amore romantico, cerca la giustizia sociale, riporta tutto a una dimensione terrena. C’è dentro la sua arte un esistenzialismo che lo avvicina a Leopardi, Nietzsche, Sartre, Camus, Heidegger. C’è la precarietà della vita, la necessità della rivolta contro la morale dominante, l’ineluttabilità della morte. La stessa morte che il timido Luigi scelse di sfidare dal palco di Sanremo. In quel mondo di luci si sentì nessuno. Salutò allora il pubblico e al suicidio del pensiero preferì quello fisico. E forse per questo Fabrizio De Andrè in “Preghiera in gennaio” aveva chiesto a Dio di lasciare fiorito il sentiero proprio per l’anima del giovane suicida, di baciargli la fronte, perché aveva preferito la morte all’ignoranza e all’odio.

 

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Michele D'Amico
Michele D'Amico
Sono nato nel 1982 in Molise. Cresciuto con un forte interesse per l’ambiente.Seguo con attenzione i movimenti sociali e la comunicazione politica. Credo che l’indifferenza faccia male almeno quanto la CO2. Giornalista. Ho collaborato con La Nuova Ecologia e blog ambientalisti. Attualmente sono anche un insegnante precario di Filosofia e Scienze umane. Leggo libri di ogni genere e soprattutto tante statistiche. Quando ero piccolo mi innamoravo davvero di tutto e continuo a farlo.

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