Ritratto di Vincent van Gogh

Nella home page di Vincent

Nell’opera di van Gogh “La Camera di Vincent ad Arles” è racchiuso il potere della home come luogo di riorganizzazione mentale, spazio virtuale in cui coltivare la noia per permetterle di fiorire in libera espressione creativa. Un invito a prestare attenzione all’apparente stasi domestica di questi giorni

Abbiamo tutti una home page, un punto di partenza dal quale cominciare. È un luogo virtuale in cui è racchiuso e organizzato il nostro essere, suddiviso in interessi, competenze, immagini, progetti e magari con un facile link a una bio che contenga la nostra storia.

Organizzare una home page non è certo un lavoro facile e chi si occupa di siti web lo sa, come lo sanno i molti che posseggono, per lavoro o per hobby, un sito personale.  Cosa racconto? Cosa voglio fare arrivare a chi viene a visitarmi? Come suddivido la vastità degli argomenti che mi caratterizzano?

La cura della home e la motivazione a navigare

Si chiama home page e, in un ossimoro concettuale, contiene una barra per la navigazione: niente di più statico di una home, niente di più aperto verso l’ignoto dell’idea del navigare. Questa pagina racchiude Penelope e Ulisse in un solo luogo che è stasi e invito al movimento al tempo stesso.

Ma se non conosciamo il menù della navigazione restiamo fermi. Se non dedichiamo tempo a organizzare, a scoprire cosa abbiamo da comunicare, a suddividere, insomma a curare la home, allora la navigazione difficilmente rispecchierà il nostro intento di viaggio.  Dedicare tempo alla home significa entrare in contatto con la motivazione del viaggio.

homepage di google
La home page più famosa, quella di Google

 

Eppure generalmente le home page dei siti sono le pagine meno visitate, sicuramente quelle su cui ci si sofferma meno. Proprio come le nostre case. Luoghi in cui arriviamo a fine giornata e da cui ripartiamo, spesso senza neanche usare la cucina. Luoghi ai quali affidiamo i momenti di stanchezza in cui siamo meno consapevoli.

Il valore della noia

Diceva Walter Benjamin che la noia è l’uccello incantato che cova l’uovo dell’esperienza. Ma quanto spazio abbiamo lasciato alla noia nelle nostre vite? Forse le abbiamo lasciato proprio quello spazio domestico in cui torniamo di corsa per doccia, letto e lavatrice, quello spazio dal quale non facciamo altro che fuggire.

Ecco ora siamo costretti a fermarci all’interno della nostra home page, covando l’uovo dell’esperienza e osservando la barra della nostra navigazione.

Senza poterci muovere fisicamente, immaginiamo, riorganizziamo il nostro spazio mentale, osserviamo le nostre priorità e ascoltiamo i nostri desideri più inespressi. Un po’ come fece van Gogh in quel rigidissimo inverno del 1888 quando si era appena trasferito in Provenza, pronto per dipingere la natura dorata di quella terra, ma costretto a restare per mesi chiuso in casa a causa della rigidità del clima.

 

 Guarda Vincent van Gogh in Provenza


Fu in questa clausura forzata che l’artista preparò mentalmente la sua home page, e nel maggio successivo fu pronto a trasformarla in una casa materiale. Prese in affitto l’ala destra della Casa Gialla, trasformandola in una delle abitazioni più famose della storia dell’arte. Qui desiderava fondare l’Atelier du Midi, una comunità di artisti che avrebbero condiviso visioni pittoriche e scelte esistenziali, legate a una vita interamente dedicata all’arte. Primo fra tutti era atteso con trepidazione l’amico Paul Gaugin.

Aspettando Gaugin

Immaginando l’arrivo dell’amico van Gogh ridipinse la stanza e la arredò ascoltando i colori, dal pavimento rosso chiaro alle lenzuola verdi del letto, dai quadri sul muro al piccolo specchio. Ogni segno aveva un particolare significato, ogni colore era pensato per poter risuonare con gli altri ed “esprimere il riposo assoluto” come scriverà il pittore in una lettera all’amico. Quando la camera è pronta van Gogh non può fare a meno di riprodurla su tela. La prima versione di La Camera di Vincent ad Arles è dunque piena di trepidante attesa, raccoglie i sogni di Vincent e la sua convinzione di aver trovato il luogo in cui la sua creatività si sarebbe espressa al meglio. Ma non fu così. Pochi giorni dopo arrivò Gaugin e definì il paradiso di van Gogh “il luogo più sporco del mondo”. Il sogno era già finito. La home page di Vincent aveva mostrato all’amico qualcosa di troppo distante dalle sue aspettative.

Guarda la camera di Vincent ad Arles

Forse poteva bastare questo per capire che i due amici non si muovevano sugli stessi cromatismi. Invece forzarono la mano per cercare ad ogni costo di dare forma a un’idea immaginata diversamente. A uscirne più danneggiato sarà Vincent, con un lobo d’orecchio in meno e molti disturbi psichiatrici in più. Paul avrà la spinta per raggiungere la sua Martinica e fermarsi là a dipingere le Vahine dell’isola.

Una stanza tutta per noi

Eppure evidentemente van Gogh non l’aveva creata per Gaugin quella stanza. Ma, come ogni bravo artista deve sapere e come Virginia Wolf quarant’anni dopo consiglierà a qualsiasi creativo, l’aveva creata tutta per sé. E a se stesso servì come ancora di salvezza.

Fu nel ricovero presso il manicomio di Saint-Rémy-de-Provence che van Gogh dipinse le due versioni successive di La camera di Vincent a Arles. Aggrappandosi con la memoria a quel luogo delegò alla stanza il potere di evocare in lui la sensazione di trepidante chiarezza mentale che lo aveva accompagnato mentre aspettava l’arrivo dell’amico. Nel ripercorrere le assi del pavimento, nel seguire le traballanti linee delle pareti, nel disporvi i quadri, Vincent tornava ogni volta in quella stanza tutta per sé e da là ripartiva.

In questi giorni, inevitabilmente ci troviamo intorno quello spazio fisico, la nostra “home”, che abbiamo distrattamente creato mentre eravamo intenti a navigare nel quotidiano. Possiamo osservarlo e ripensarlo chiedendoci se davvero ci corrisponde, se potrà essere un’isola felice che ci sosterrà durante i possibili manicomi che incontreremo nella vita o se l’abbiamo creato soltanto per compiacere l’amico Gaugin.

 

Autoritratto di Paul Gugin
Autoritratto di Paul Gugin 1891

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Dafne Crocella
Dafne Crocella
Dafne Crocella è antropologa e curatrice di mostre d’arte contemporanea. Dal 2010 è rappresentante italiana del Movimento Internazionale di Slow Art con cui ha guidato percorsi di mindfulness in musei e gallerie, carceri e scuole collaborando in diversi progetti. Insegnante di yoga kundalini ha incentrato il suo lavoro sulle relazioni tra creatività e fisicità, arte e yoga.
Da sempre attiva su tematiche ambientali e diritti umani, convinta che il rispetto del proprio essere e del Pianeta passi anche dalla conoscenza, ha sviluppato il progetto di Critica d’Arte Popolare, come stimolo e strumento per una riflessione attiva e consapevole tra essere umano, contemporaneità e territorio. È ideatrice e curatrice di ArtPlatform.it, piattaforma d’incontro tra creativi randagi.

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