La primavera di Alex

Alexander Langer (Vipiteno 1946 – Firenze 1995) è stato fra i padri del pensiero ecopaficista europeo (Foto: Fondazione Alex Langer)

«Pacifista” è tornato ad essere sinonimo di fifone, piagnone o alto traditore e cospiratore del nemico, “nonviolento” un aggettivo buono per sognatori». Mentre il mondo guardava con ansia agli sviluppi della occupazione del Kwait da parte dell’Irak, nel 1993, Alexander Langer denunciava con queste parole, in occasione del 16° Congresso nazionale del Movimento Nonviolento a Torino, la grave crisi culturale dell’Occidente, ammaliato dalla “guerra giusta”.

Parole che a distanza di due decenni penetrano nell’attualità.

Perché la guerra in Ucraina ci ha colto tutti impreparati e la logica amico-nemico sta schiacciando ogni tentativo di far prevalere, non solo nell’opinione pubblica, le ragioni del dialogo, della diplomazia e quindi della pace. E proprio questa difficoltà a farsi portavoce di minoranze e pensieri scomodi il leader altoatesino, fra i padri del pensiero ambientalista europeo, l’aveva sperimentata sulla sua pelle osservando i conflitti di natura etnica, opponendosi all’indipendentismo sudtirolese, cercando soluzioni per far interrompere la guerra nei Balcani.

 

Guarda l’estratto dall’intervento di Alex Langer al convegno giovanile di Assisi, nel dicembre 1994

 

Sapeva bene, Langer, che la nonviolenza è una scelta di vita, un impegno quotidiano che implica un cambiamento del nostro modo di vivere. E sapeva anche che il senso d’impotenza e frustrazione, come la propensione a usare diversi pesi e misure a seconda di chi si vuole condannare e assolvere, sono sempre dietro l’angolo. È ciò che aveva sintetizzato il cardinale Carlo Maria Martini, a lungo arcivescovo di Milano, con l’espressione “pacifismo gridato”.

Alex Langer ci invitava perciò nei suoi discorsi di allora ad arginare queste tentazioni.

La guerra è sempre una sconfitta per l’umanità. È questa la visione che dovrebbe guidare il pacifismo, elemento portante della cultura ambientalista. Solo da qui, spiegava, possiamo trovare la forza per avviare il processo di disintossicazione dei cuori e dei cervelli. Una via che l’avrebbe portato a ipotizzare, in un documento del 1995, la nascita dei Corpi Civili di Pace, utili a costruire ponti di solidarietà e non muri. Un percorso difficile e necessario che non può concretizzarsi senza aver prima ristabilito un rapporto virtuoso con la natura e con l’ambiente.

 

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Era un cittadino del mondo, Langer. Nato a Vipiteno (Bz) subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, aveva coltivato un profondo impegno per la convivenza e l’integrazione fra i popoli, le culture e le etnie, quanto mai cruciale nell’Alto Adige di quegli anni, fondando un gruppo di studio sulle origini della propria terra che comprendeva giovani di lingua tedesca, italiana e ladina. E poi, nel 1967, una rivista dal titolo quanto mai significativo, “Die brücke”, vale a dire il ponte.

 

Alex Langer, al centro, insieme al celebre alpinista Reinhold Messner, con il quale aveva condiviso molte battaglie ecologiste (Foto: Fondazione Langer)
Alex Langer, al centro, insieme al celebre alpinista Reinhold Messner, con il quale aveva condiviso molte battaglie ecologiste (Foto: Fondazione Langer)

 

Politico di grandi visioni, militante prima di Lotta Continua e poi fondatore della “Neue Linke” e della Federazione dei Verdi, alla fine degli anni Ottanta aveva lanciato così la sua proposta di “riconversione ecologica”, coniugando le istanze pacifiste con quelle ecologiste, oltre la distinzione destra-sinistra. Così diceva in una conferenza del 1989:

«Si tratta di ripristinare e talvolta di conservare un equilibrio gravemente turbato a causa della civiltà industrialista, dominata dalla ricerca istituzionalizzata del profitto ed orientata alla massima espansione. Ciò oggi appare enormemente più importante che non assecondare “crescita”  o “sviluppo”».

E ancora: «Occorrono quindi una globale stabilizzazione e garanzia delle condizioni (non solo materiali) di vita e la loro equa redistribuzione, e l’apertura di opportunità reali di auto-sviluppo autonomo. Questo richiede il superamento di tantissime forme e strutture di ingiustizia, di dipendenza, di etero-determinazione, di sfruttamento, ed esige quindi processi di disarmo e smilitarizzazione ed un enorme sforzo teso alla riduzione della violenza, dell’eccessiva competizione, di miseria, di distruzione».

 

 

Considerazioni ancora una volta attuali, che non interessano soltanto le istituzioni, ma riguardano anche le nostre azioni individuali nonché il nostro modo di guardare il mondo:

«Lentius, profundius, suavius», vale a dire più lento, più profondo, più dolce era il suo motto, pronunciato in un celebre discorso ad Assisi nel 1994.

Una filosofia indirizzata a stabilire un rapporto autentico con gli esseri viventi, oltre quella che oggi consideriamo economia dello scarto: ancora troppo radicata nei paesi cosiddetti sviluppati. Un’economia che favorisce le guerre, spesso sorretta da egoismi, individualismi e indifferenza.

 

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Storture che Alex Langer aveva visto e vissuto fino al 3 luglio del 1995, quando a 49 anni, a Firenze, in località Pian dei Giullari, si tolse le scarpe e si impiccò ai rami di un albicocco. Prima aveva lasciato tre biglietti che recitavano: «I pesi mi sono divenuti davvero insostenibili, non ce la faccio più»; «Non rimane da parte mia alcuna amarezza nei confronti di coloro che hanno aggravato i miei problemi»; «Così me ne vado più disperato che mai. Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto».

 

 

Evidentemente Alex Langer non poteva più portare sulle sue spalle il peso del mondo, con le sue ingiustizie e suoi orrori: dall’India al Messico, passando per l’Amazzonia. Ma a segnarlo per sempre furono gli assedi di Sarajevo, di Vukovar, di Srebinica e il silenzio della comunità internazionale. E l’intervento armato per impedire che «la conquista etnica con la forza delle armi torni a essere legge in Europa». Un’ adesione disperata e fatale la sua.

Un macigno nel cuore con cui non si può convivere quando si ama troppo l’umanità.

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Michele D'Amico
Michele D'Amico
Sono nato nel 1982 in Molise. Cresciuto con un forte interesse per l’ambiente.Seguo con attenzione i movimenti sociali e la comunicazione politica. Credo che l’indifferenza faccia male almeno quanto la CO2. Giornalista. Ho collaborato con La Nuova Ecologia e blog ambientalisti. Attualmente sono anche un insegnante precario di Filosofia e Scienze umane. Leggo libri di ogni genere e soprattutto tante statistiche. Quando ero piccolo mi innamoravo davvero di tutto e continuo a farlo.

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