semi ritrovati

Sulle tracce dei semi ritrovati

I giornalisti scientifici Marco Boscolo ed Elisabetta Tola raccontano in un libro il loro viaggio alla scoperta, in tutto il mondo, di agricoltori, ricercatori, panificatori e attivisti che da alcuni anni custodiscono antiche varietà vegetali

Si parla spesso di biodiversità ed è comune legare questo concetto a flora e fauna selvatiche. Dimentichiamo, però, che anche le piante coltivate possono rispecchiare la grande ricchezza della natura. Lo dimentichiamo perché è da decenni che ciò che arriva sulle nostre tavole – grano e derivati, legumi ma anche frutta e verdura – è il prodotto di monocolture oramai diffuse in tutto il mondo. Dove è finita la miriade di varietà antiche di piante coltivabili e perché è importante, soprattutto in questo momento storico, recuperarle? I giornalisti scientifici Marco Boscolo ed Elisabetta Tola hanno dato una risposta a queste domande viaggiando in tutto il mondo per intervistare agricoltori, ricercatori, panificatori e attivisti che da alcuni anni si prendono cura dei semi ritrovati, semi di antiche varietà vegetali che potrebbero essere il mezzo per combattere una delle più gravi minacce per la popolazione mondiale in continua crescita: la fame.

Seguendo le orme di Nikolaj Vavilov

La fame era il grande nemico da sconfiggere anche per Nikolaj Vavilov. Biologo e genetista russo, all’inizio del Novecento intuì che scoprire e studiare varietà vegetali selvatiche nei loro luoghi di origine lo avrebbe aiutato a trovare piante con caratteristiche adatte per la coltivazione nelle aree siberiane, dal clima particolarmente ostile. Come riportato nel testo, lo scopo era quello di

«Ampliare la base genetica, rimettere in circolo caratteristiche che possano dare alle piante la capacità di resistere a diverse temperature o carenza di acqua o malattie. Insomma, fare della genetica la principale arma per sconfiggere la fame vera».

Per fare questo Vavilov si imbarcò in ben 64 missioni che lo portarono nel Mediterraneo, nell’area della Mezzaluna fertile, fino in Africa, passando dal Messico e dal Sudamerica. Dai viaggi di Vavilov, grazie ai sacchi di semi e ai campioni di piante raccolti, nacque un sistema di conservazione composto da stazioni sperimentali e vere e proprie banche dei semi, luoghi di conservazione per un patrimonio genetico da usare nella lotta contro la carestia. Lo scienziato, però, finì presto in guai seri: se Lenin aveva premiato e sostenuto il suo lavoro, Stalin la vedeva diversamente. Nel 1940 fu arrestato dal Commissariato del popolo per gli affari interni: era sospettato di spionaggio proprio per le sue missioni all’estero. Dopo centinaia di ore di interrogatori, fu condannato a morte nel 1941. La sentenza non venne mai eseguita e nel 1943 morì in carcere. Di fame. Quella stessa fame che lui voleva combattere.

Nikolay_Vavilov agronomo, botanico e genetista russo.
Nikolay Ivanovič Vavoliv vinse per tre volte il premio Lenin, prestigioso riconoscimento sovietico, la prima volta nel 1926 per il suo lavoro sull’origine delle piante coltivate

 

E seguendo le orme di Nikolaj Vavilov che gli autori di Semi ritrovati hanno viaggiato attraverso Italia, Iran, Etiopia, Francia, Senegal, Indonesia, Stati Uniti e Sudafrica, incontrando comunità di ricercatori e agricoltori che hanno deciso di non seguire la strada dell’agricoltura convenzionale, quella della Rivoluzione verde, per cercare varietà di piante adatte a climi sempre più difficili da gestire a causa del riscaldamento globale. Le idee di Vavilov sono rinate alla luce delle nuove sfide che il nostro Pianeta sta affrontando.

Dalla Rivoluzione verde al miglioramento genetico partecipativo

Negli anni Sessanta, per combattere la sotto nutrizione in quelli che erano i Paesi emergenti, in particolar modo in Messico e in India, si sviluppò quella che venne chiamata la Rivoluzione verde. Consisteva nell’uso di nuove varietà ibride, create con tecniche di selezione artificiale, e ha consentito un aumento considerevole delle produzioni agricole delle principali specie di interesse alimentare. Furono incrociate varietà ad alto rendimento e si diffusero prodotti chimici, quali fertilizzanti, erbicidi e pesticidi per potenziare la produttività dei terreni. Il modello fu poi esportato in vaste aree del mondo. L’iniziale successo della Rivoluzione verde, però, ha presentato un conto piuttosto salato, dando origine a una serie di problemi ambientali e socio-economici.

Guarda l’intervento di Salvatore Ceccarelli, professore di Genetica Agraria, sul miglioramento genetico partecipativo ed evolutivo

 

 

«Oggi sappiamo quindi che il problema è duplice: non solo produrre cibo sufficiente per una popolazione in aumento, ma farlo anche attraverso strategie sostenibili per l’ambiente, poiché sono proprio le attività umane, agricoltura industriale compresa, le principali responsabili del cambiamento climatico».

I semi ritrovati, custoditi in banche e stazioni sperimentali, potrebbero essere la nostra àncora di salvezza. Come aveva intuito Vavilov, proprio come avevano fatto i contadini per millenni, dagli albori dell’agricoltura, si tratta di incrociare le varietà che già coltiviamo con quelle selvatiche per individuare, di generazione in generazione, quei tratti che permetterebbero di ottenere delle buone rese anche in condizioni climatiche difficili. Questo è alla base del miglioramento genetico partecipativo: la selezione delle varietà che saranno coltivate nei diversi territori deve nascere dalla collaborazione, in ogni fase del processo, tra agronomi, genetisti e contadini, e deve essere operata direttamente su campo.

Un viaggio di paesaggi e persone per ridisegnare il futuro dell’agricoltura

Il libro racconta il viaggio intrapreso da Marco Boscolo ed Elisabetta Tola per la realizzazione di due reportage incentrati sul mondo della ricerca delle varietà locali delle sementi, disponibili sui siti seedversity.org (http://seedversity.org/#inizio ) e seedcontrol.eu (http://seedcontrol.eu/seed-stories.php ). Insieme agli autori conosciamo la storia del grano Khorasan, originario dell’Iran e “riscoperto” dagli americani che lo hanno ribattezzato con il nome Kamut®, il mawo laka, un riso rosso che si sta cercando di recuperare nell’Isola di Flores, in Indonesia, o ancora alcune varietà di grano siciliano dai nomi suggestivi, legati al territorio e alla storia, quali Girgentana e Tripolino. Respiriamo l’aria frizzante dei campi di cereali inondati dal sole e veniamo rapiti dal profumo del pane appena sfornato, che sia quello piatto della tradizione iraniana preparato dalle donne di un’organizzazione locale, oppure l’injera etiope, le pagnotte di un carismatico panettiere francese o ancora le leccornie dell’italiano Forno Brisa. Tutti prodotti che utilizzano farine derivate da grani di varietà antiche, cresciuti in agricoltura biologica.

Guarda il trailer del reportage SEEDversity

 

Ci ritroviamo nell’intreccio tra passato e presente, tra l’impresa di Nikolaj Vavilov e la ricerca di quelle realtà che oggi stanno cercando di cambiare il paradigma dell’agri-business, fatto di monopoli, pochissime varietà vendute in grandi quantità e di input chimici che hanno contribuito a distruggere l’ambiente. Allontanare la produzione di semi dagli agricoltori non ha solo esercitato un impatto sul territorio. Come ben si comprende da tutte le voci raccolte:

«La conservazione della biodiversità non è solo una questione di genetica o di piante. Al contrario, per molti di loro, un’agricoltura che valorizzi la diversità è anche un’agricoltura che rispetta la multiculturalità, le storie dei luoghi e delle comunità che li abitano e che nel tempo hanno lavorato per selezionare, coltivare e scegliere i propri alimenti».

Semi ritrovati, con dati alla mano, ci racconta che è ora di cambiare e che questo cambiamento deve passare dalla consapevolezza della provenienza del cibo di cui ci nutriamo, dal pretendere che ci sia sicurezza alimentare, dal percorrere nuove vie che provengono dal passato ma ci potrebbero assicurare un futuro. Un futuro in cui rispettare gli equilibri del nostro Pianeta e non temere la fame.

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Alessia Colaianni
Alessia Colaianni
Laureata in Scienza e Tecnologie per la Diagnostica e Conservazione dei Beni Culturali, dottore di ricerca in Geomorfologia e Dinamica Ambientale, è infine approdata sulle rive della comunicazione. Giornalista pubblicista dal 2014, ha raccontato storie di scienza, natura e arte per testate locali e nazionali. Ha collaborato come curatrice dei contenuti del sito della rivista di divulgazione scientifica Sapere e ha fatto parte del team della comunicazione del Festival della Divulgazione di Potenza. Ama gli animali, il disegno naturalistico e le serie tv.

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