Street art di Tor Marancia

"Io sarò" di Guido Van Helten, Tor Marancia, Roma

Conversazioni con la città. La street art di Tor Marancia

Proseguono le Conversazioni con la Città alla scoperta di un’altra delle 12 borgate nate dagli sventramenti fascisti del Centro Storico:  Tor Marancia, la Shanghai romana. Tra street art e riqualificazione, riscopriamo un quartiere oggi definito il più colorato di Roma

Viaggiare è diventato più complicato e la Cina è in cima alla lista dei paesi meno raccomandati da visitare? Un giro a Shanghai però possiamo sempre farlo tra le strade della nostra Capitale addirittura senza uscire dal Grande Raccordo Anulare che circonda l’Urbe.

La Shanghai romana

Si sa che da quando le istituzioni hanno iniziato a dare nomi a strade e piazze, il popolo ha sempre avuto buona fantasia per ribattezzarli, e i romani non sono certo tra gli ultimi in quest’arte. Così, la borgata di Tor Marancia, tirata su in 50 giorni nel 1933, fu presto chiamata Shanghai per via del sovraffollamento e dei continui allagamenti dovuti l’infelice collocazione nel fosso di Tor Carbone. Considerato oggi il quartiere più colorato di Roma, Tor Marancia ha una storia nata insieme a quella di un altro quartiere della Capitale, Primavalle. Come abbiamo visto nel precedente articolo il quartiere è una delle dodici borgate nate dagli sventramenti fascisti del Centro Storico.

 

Opera street art Roma, viale 63 Tor Marancia
Opera street art  Benvenuti a Shanghai 35 di Caratoes, Tor Marancia, Roma

 

Così mentre via della Conciliazione e via dei Fori Imperiali si svuotavano dal brulicare della romanità per trasformarsi in ampi viali secondo un rassicurante gusto europeo, a Tor Marancia le case venivano costruite una sull’altra, con pavimenti in terra battuta, tramezzi fatiscenti, senza acqua né servizi, in un’area prevalentemente paludosa. Nel 1945 Alberto Moravia ci mostra la borgata attraverso le parole del protagonista di Il Pupo uno dei suoi Racconti Romani:

«Ebbene, io vivo a Tormarancio, con mia moglie e sei figli, in una stanza che è tutta una distesa di materassi, e quando piove, l’acqua ci va e viene come sulle banchine di Ripetta».

Bastò poco perché questo scenario prendesse il nome di Shanghai, rispondendo a un immaginario collettivo che molto probabilmente aveva ben poca dimestichezza con la popolosa città cinese, ma che evidentemente con questa riconosceva un gemellaggio.

Big City Life

I palazzi che vediamo oggi lungo viale di Tor Marancia sono una ricostruzione del quartiere che nel 1948 fu raso al suolo e costruito nuovamente. Le baracche che stavano “allo sprofondo”, come veniva chiamata la zona del fosso di Tor Carbone, scomparvero, ma rimase il nome Shanghai con cui ancora oggi si ricorda il passato difficile della borgata. Nel 2015 il quartiere ha subito un’ulteriore trasformazione. Grazie al progetto Big City Life realizzato su proposta dell’associazione culturale 999contemporary, il comprensorio di viale di Tor Marancia 63 si è trasformato in una galleria d’arte a cielo aperto, oggi indicizzato come Museo Condominiale di Tor Marancia. Le facciate delle 11 palazzine sono diventate 22 gigantesche tele, alte ben 14 metri, per altrettanti artisti nazionali e internazionali che si sono sbizzarriti ascoltando le storie del quartiere e reinterpretandole.

 

Insieme agli artisti hanno collaborato al progetto scuole, associazioni e, un po’ per volta tutte le famiglie del Lotto. Se la Shanghai degli Anni Trenta fu costruita dal regime fascista in soli 50 giorni, in altrettanti l’internazionalismo della street art contemporanea è riuscito a trasformare il quartiere. Dall’8 gennaio al 27 febbraio 2015 il Lotto 1 si è trasformato in un atelier permanente che ha visto un coinvolgimento attivo della cittadinanza nel progetto creativo.

Lo sguardo oltre

Sorvolando sulla rivalità tra le due città asiatiche il benvenuto a Shanghai è firmato da un’artista hongkonghese: Caratoes. Nata in Belgio da genitori di Hong Kong, la street artist è una felice testimonianza di come il termine integrazione possa essere superato da una capacità di lettura e interpretazione della realtà tanto più ricca e stimolante quanto più apolide e internazionalista sia lo sguardo dell’osservatore. L’artista dagli evidenti tratti asiatici, cresciuta tra le espressioni creative del Nord Europa e battezzata alla street art nella multietnica Amsterdam, ha saputo cogliere la storia del quartiere con incisiva immediatezza. Il volto di una donna dai tratti asiatici invita a varcare la soglia del civico 26 di viale di Tor Marancia per inoltrarsi nel museo condominiale della Shanghai de Noantri. Sul palmo della mano tiene una Lupa in origami, simbolo del legame tra le due culture, italiana e asiatica. Sopra la Lupa campeggia la scritta Welcome to Shanghai.

 

Il volto della donna ha ben due paia di occhi, un evidente richiamo alla ricchezza contenuta nella molteplicità di letture alla quale è invitato l’osservatore. Proprio sopra all’opera di Caratoes, torna l’immagine dell’occhio, questa volta uno solo, nel murale di Vhils, lo street artist portoghese noto per la sua innovativa tecnica di lavoro in sottrazione. Qui l’occhio osservatore emerge dalla superficie della facciata letteralmente bucando il muro, scalpellando la superficie  e invitandoci a spingere la nostra capacità di osservazione oltre. Oltre i muri di anonimi condomini, oltre la routine di anonimi cittadini, verso la lettura a matrioska di una storia che è sempre più ricca e sfaccettata di quanto si possa immaginare.

Una matrioska di storie

In ascolto degli abitanti del Lotto le storie del quartiere, in diversi casi, sono diventate soggetti dei lavori murali. Il ricordo del piccolo Luca, un bambino morto mentre giocava con gli amici, è affidato ai colori e alla sensibilità del noto street artist parigino Julian Seth che lo ritrae di spalle, intento a guardare il cielo azzurro oltre il muro del palazzo, arrampicato su un’immaginaria scala di colori. È ancora una bambina, la modella del murale Io Sarò, esattamente al lato opposto del piccolo Luca. Si tratta di un ritratto ispirato a una foto d’epoca che ritrae una bambina nata nelle case di Borgo dove oggi scorre il traffico di via della Conciliazione. Il duo Lek and Sowat, Veni Vidi Vinci, dedica il suo murale ad Andrea Vinci il ragazzo rimasto semiparalizzato in seguito a un tuffo e che vive al secondo piano della palazzina senza ascensore.

 

Troviamo addirittura la mano della signora Elisabetta, un’inquilina del palazzo, con le costellazioni che caratterizzano il lavoro del parigino Philippe Baudelocque, e poi il più scherzoso richiamo alla Cascata di Parole tra comari alle finestre a cui ha assistito il venezuelano SatOne. Opere in stile Art Nouveau, come quella del romano Diamond, o ispirate alle icone russe, come il lavoro di MrKlevra, o al nostro Rinascimento, come l’opera del filippino Jerico di chiara ispirazione michelangiolesca.

Il rischio della gentrificazione

Certamente il processo di trasformazione dello street artist da vandalo ad artista oggi è in corso anche in Italia, tra denunce ed applausi. Così le periferie si vanno trasformando in gallerie d’arte a cielo aperto, riqualificando quartieri malfamati e portando una nuova forma di turismo a spingersi oltre i consueti percorsi del Centro Storico. Sappiamo bene che il termine riqualificazione va a braccetto con il fenomeno della gentrificazione.

 

Il sociologo Franco Ferrarotti
Il sociologo Franco Ferrarotti

 

Artisti, sociologi, urbanisti, sono tante le figure che si interrogano sulle modalità con cui i residenti delle periferie potranno beneficiare di una riqualificazione del quartiere. Ci ricorda il sociologo Franco Ferrarotti nel suo Roma Caput Mundi che

«solo ideologi sprovveduti possono ritenere che Roma sia la capitale del capitale. Roma è la capitale della rendita. Per esempio le iniziative filantropiche a favore dei baraccati si risolvono in uno strumento potente di valorizzazione dei terreni in mano alla speculazione privata».

Nel caso del Museo Condominiale di Tor Marancia l’associazione 999contemporary, consapevole del rischio di una gentrificazione, ha saputo creare un sano terreno di collaborazione tra artisti e abitanti del quartiere che oggi gestiscono il condominio con orgoglio e senso di appartenenza.

Saperenetwork è...

Dafne Crocella
Dafne Crocella
Dafne Crocella è antropologa e curatrice di mostre d’arte contemporanea. Dal 2010 è rappresentante italiana del Movimento Internazionale di Slow Art con cui ha guidato percorsi di mindfulness in musei e gallerie, carceri e scuole collaborando in diversi progetti. Insegnante di yoga kundalini ha incentrato il suo lavoro sulle relazioni tra creatività e fisicità, arte e yoga.
Da sempre attiva su tematiche ambientali e diritti umani, convinta che il rispetto del proprio essere e del Pianeta passi anche dalla conoscenza, ha sviluppato il progetto di Critica d’Arte Popolare, come stimolo e strumento per una riflessione attiva e consapevole tra essere umano, contemporaneità e territorio. È ideatrice e curatrice di ArtPlatform.it, piattaforma d’incontro tra creativi randagi.

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