Quel 14 marzo di dieci anni fa, quando Marina Abramovich sperimentò la potenza del contatto a distanza

Quel 14 marzo di dieci anni fa, quando Marina Abramovich sperimentò la potenza del contatto a distanza

Esattamente dieci anni fa Marina Abramovich mostrava al mondo la potenza del contatto a un metro e mezzo di distanza. La performance The Artist Is Present è un regalo immateriale a cui oggi possiamo attingere per riscoprire il valore di una forma di contatto che trascende la fisicità

Era il 14 marzo 2010, esattamente dieci anni fa, quando Marina Abramovich  avvolta in un lungo abito rosso entrò nel MoMA di New York per mostrare al mondo dell’arte contemporanea ciò che stiamo sperimentando oggi in Italia: la potenza del contatto a distanza.

Nello spazio vuoto al primo piano del museo fece disporre due sedie, si sedette su una di esse e rimase lì per due mesi e mezzo. Sei giorni su sette, sette ore al giorno. Silenziosa, immobile come la grande performer ha più volte dimostrato di saper fare. Sulla sedia di fronte a lei, a un metro e mezzo di distanza, si susseguivano gli ospiti del museo.

 

Marina Abramovic
L’artista Marina Abramovich

Presenza e fisicità

Ogni volta il gesto, come in un rituale, si ripeteva identico: lo sguardo dell’artista dopo pochi istanti si alzava per dedicare all’osservatore tutta la sua pregnante attenzione.

A differenza di altre performance della Abramovich in cui agli spettatori era richiesto di entrare in modo più o meno violento, in un rapporto fisico con il corpo dell’artista, in The Artist Is Present è preclusa ogni possibilità di contatto.

Il corpo della Abramovich era stato visto e vissuto completamente nudo insieme a quello del suo compagno Ulay nella performance Imponderabilia alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna, dove chiunque entrava per vedere la mostra era costretto a passare nello stretto passaggio tra i due corpi nudi posizionati lungo gli stipiti della porta.

 

Guarda la performance di Abramovich e Ulay in Imponderabilia

Il corpo come sfida artistica

Anni prima, nel 1974 nella performance Rythm 0, la Abramovich aveva sconvolto il mondo dell’arte contemporanea presentando al pubblico una serie di strumenti di piacere e di dolore che avrebbero potuto usare liberamente per sei ore sul suo corpo privo di volontà.

E poi ancora si era incisa con il taglierino una stella a cinque punte sul ventre, si era pettinata fino a scarnificarsi il cuoio capelluto, aveva lasciato che cinque pitoni affamati si muovessero sul suo corpo, aveva saltato nel fuoco e si era distesa su cubi di ghiaccio, strillato fino a perdere la voce, e ballato per ore fino a non reggersi più sulle gambe.

Insomma la Abramović ha usato il corpo in ogni modo, portandolo da un estremo all’altro, in una sfida continua. Ha saputo coinvolgere il pubblico come parte essenziale della performance stessa superando il tramite dell’opera d’arte materiale così come siamo abituati a pensarla. Arte è il rapporto stesso tra artista e pubblico. E dura il tempo che entrambi possono concederle. Il resto è memoria, e quindi storia. Bagaglio immateriale per l’umanità, al quale tutti ancora oggi possiamo attingere.

Arte è rapporto con il pubblico

Nel 2010 con la performance The Artist is Present Marina Abramovich sceglie di far sperimentare agli osservatori la potenza del contatto con l’artista ribaltando la promiscuità a cui aveva abituato il suo pubblico e offrendosi in una assenza tattile. L’opera d’arte è racchiusa in un metro e mezzo di vuoto carico dell’energia di due presenze. Come un campo magnetico creato tra due polarità non in contatto, lo spazio fisico sopra al tavolo che separa l’artista dall’osservatore si carica di una potenza invisibile e impalpabile, ma sicuramente percepibile.

La performance è raccontata in 260 scatti dal fotografo Marco Anelli . Nel progetto Protraits in the Presence of Marina Abramovich, Anelli raccoglie i volti dei visitatori della mostra seduti davanti all’artista. Nel susseguirsi delle immagini appare la potenza di un’umanità espressa attraverso lo sguardo. Nella varietà dei tratti somatici, nelle espressioni dei volti, ciò che ricorre più frequentemente sono le gote bagnate di lacrime. Il silenzio di quel contatto visivo apre dimensioni d’intimità che non erano state toccate in altre performances dell’artista.

 

Marco Anelli
Il fotografo Marco Anelli

La potenza del contatto a distanza

Michela Murgia ha definito la Abramovich una anoressica dell’empatia che lavora per sottrazione empatica, lasciandosi attraversare e diventando specchio di chi la guarda. In questo modo tra artista e pubblico si forma un legame che porta l’osservatore a riempire quell’assenza in un processo di osmosi empatica riversando sull’artista ciò che di sublime o mostruoso vive in lui. Attraverso la sottrazione del contatto, l’artista scatena la potenza di una nuova forma di contatto, più intimo, e sicuramente meno conosciuto.

Commentando l’esperienza, stupita della continua presenza di persone in fila davanti alla sedia, Marina Abramovich dirà: «È stata una vera sorpresa questo enorme bisogno degli esseri umani di avere un contatto reale».

 

Guarda il video dell’incontro al MoMa tra Marina Abramovich e Ulay

Saperenetwork è...

Dafne Crocella
Dafne Crocella
Dafne Crocella è antropologa e curatrice di mostre d’arte contemporanea. Dal 2010 è rappresentante italiana del Movimento Internazionale di Slow Art con cui ha guidato percorsi di mindfulness in musei e gallerie, carceri e scuole collaborando in diversi progetti. Insegnante di yoga kundalini ha incentrato il suo lavoro sulle relazioni tra creatività e fisicità, arte e yoga.
Da sempre attiva su tematiche ambientali e diritti umani, convinta che il rispetto del proprio essere e del Pianeta passi anche dalla conoscenza, ha sviluppato il progetto di Critica d’Arte Popolare, come stimolo e strumento per una riflessione attiva e consapevole tra essere umano, contemporaneità e territorio. È ideatrice e curatrice di ArtPlatform.it, piattaforma d’incontro tra creativi randagi.

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