SelvArt, sculture per la rinascita del bosco

La scultura "Faggi" di Marco Martalar, un lungo braccio e una mano che protegge una gemma

Nel bosco Kantregar, la natura si è fusa con l’arte in un abbraccio così forte da coinvolgere emotivamente gli escursionisti che si incamminano lungo i sentieri. Sull’Altopiano di Asiago, oggi si “respira” la rinascita della natura duramente provata dalla tempesta Vaia. Marco Martello in arte Martalar, lo scultore di Mezzaselva, ha saputo trasformare la foresta di conifere e faggi, situata sopra il suo paese, in una affascinante galleria d’arte a cielo aperto che ha chiamato Selvart. Nel progetto, iniziato nel 2016 e tutt’oggi in evoluzione, ha coinvolto vari scultori di fama internazionale.

C’è un profondo concetto filosofico che lega gli artisti provenienti dai vari continenti e Martalar: accettare la caducità cioè la provvisorietà, la transitorietà, l’inizio e la fine anche nell’opera d’arte.

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Le sculture sono realizzate con materiale offerto dalla natura e spesso sono create in loco. Diventano un tutt’uno con l’ambiente naturale circostante, si modificano con il tempo e le stagioni fino a dissolversi. Quattro anni fa questi boschi furono duramente colpiti dall’uragano Vaia e molte opere furono distrutte. Nonostante le difficoltà dovute alla pandemia di Covid-19, il museo all’aperto è stato in gran parte risistemato e ogni anno si arricchisce di nuove sculture. I lavori di ripulitura e recupero sono continui e colpisce l’esuberanza della natura che, nonostante tutto, rinasce. Ed è questo concetto di rinascita che le installazioni artistiche trasmettono al visitatore.

L’itinerario

Il sentiero si sviluppa ad anello, la passeggiata non ha dislivelli importanti, dura un’ora circa ed è consigliata anche a famiglie con bambini. Si può accedere anche con gli amici a quattro zampe al guinzaglio. L’accesso è gratuito e inizia nei pressi dell’ex-Istituto Elioterapico, posto lungo la strada che raggiunge gli impianti di risalita del monte Verena e i forti della Prima Guerra Mondiale. All’inizio del percorso una mappa segnala alcuni luoghi naturali di particolare interesse:

la grotta Carachighele, anfiteatro naturale dove vengono proposti eventi teatrali, il sentiero del benessere, luogo ideale per ascoltare il bosco attraverso i cinque sensi e la profonda voragine carsica del Taghelok, luogo che ha ispirato fin dal passato alcune leggende cimbre.

“Perdersi per ritrovarsi” scultura di Alessandro Pretto all’inizio del sentiero che attraversa il museo a cielo aperto SelvArt

 

Lungo il sentiero vi è anche un’area attrezzata: l’aula nel bosco, dove si svolgono attività e i laboratori dell’associazione Naturalarte. Alcuni motociclisti tedeschi si avvicinano per visionare la mappa. «Siamo appassionati di arte contemporanea, amiamo la montagna. Abbiamo visto le sculture di Marco Martalar. Il Drago di Vaia a Lavarone ci ha colpiti, siamo venuti qui a Selvart per vedere altre sue opere, penso sarà un sentiero ricco di emozioni».

 

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È emozionante incamminarsi nel bosco fitto e venire accolti da un grande volto scolpito ricavato da un tronco di legno. Sulla testa, in parte squarciata, sono posti uno sopra l’altro alcuni sassi. L’autore Alessandro Pretto l’ha intitolata “Perdersi per ritrovarsi”. L’opera racchiude un significato profondo: il volto sembra raccontarci come è facile perdersi nel sentiero della vita per poi ritrovarsi più avanti. La stessa tempesta Vaia, nel 2018, ha lasciato dietro di sé la sensazione di perdersi in un bosco completamente distrutto, trasformato, ha fatto smarrire le sicurezze.

 

 

Colpisce l’opera “Faggi”: un tronco sradicato dalla tempesta e trasformato, dalla creatività artistica e dalle abili mani di Marco Martalar, in un lungo e grande braccio. La mano si eleva verso l’alto come a voler chiedere al cielo, velato dalle chiome dei faggi, l’energia vitale per far crescere il piccolo albero conservato nel palmo, come gemma preziosa. «Eravamo incuriosite da questo sentiero dove l’arte è immersa nella natura – raccontano due turiste accompagnate da un cane. Alcune sculture sono realizzate con la tecnica tradizionale, in cui il legno è tolto per dare la forma, per creare un soggetto. Altre sono anche dipinte e molte sono realizzate assemblando pezzi degli alberi schiantati dalla Tempesta Vaia. Un’idea geniale realizzare un simile percorso».

Istallazioni e alberi con nuove identità

Qualche passo più avanti l’installazione “Neew Seed”: una capanna di rami realizzata nel 2019 da Kirill Kroholev e Marija Markovic, artiste provenienti da Bielorussia e Serbia. Dai resti di un tronco e dalle radici lo scultore Giorgio Molon ha realizzato l’opera: “Shangai Strani grovigli”. Sembra urlare, invece, il “Minotauro” di Jessica Yelpo realizzato nel 2018.

 

“Minotauro”, scultura di Jessica Yelpo

Un cartello lungo il sentiero ci invita a riflettere sull’importanza della natura e ci ricorda che l’antropocentrismo è fallito e che bisogna dare spazio ad un nuovo rapporto uomo-natura.

Curiose sdraio, realizzate da tronchi d’albero, invitano a stendersi, a rilassare i sensi nel silenzio e a perdersi con lo sguardo. «È vivere l’esperienza di un bagno di foresta, a cui si aggiunge una interessante visita ad un museo di arte contemporanea all’aperto», affermano Roberto e Giovanna che sono in vacanza nell’Altopiano. Il percorso continua nel bosco ancora ferito dalla tempesta Vaia ma, ad un tratto, due alti soffioni “Baofes” attirano lo sguardo. L’artista, Marta Zucchinali ha utilizzato faggio, acciaio e iuta. L’opera avvolta da felci e vegetazione lussureggiante sembra competere per altezza con le piante circostanti. Nascosta dalle grandi felci nel sottobosco scorgiamo la scultura: “Tagli” del giapponese Naruo Nischimura del 2017 e nella vicina radura “La Piccola tigre rossa” della canadese Clarie Alexie Turcot.

 

“Vuoto” di Ana Paula Luna

 

L’opera “Vuoto” di Ana Paula Luna, dal Messico, ricorda invece un totem. Si tratta di un tronco modellato in modo tale da assumere sembianze umane. È raffigurato un grande volto verde con una enorme bocca spalancata che sembra urlare parole mute. Più naturale “Biohazzard” di Hélène Foata, artista francese, che per Selvart ha realizzato nel 2018 una installazione di rami e pigne. Il percorso prosegue verso la grotta anfiteatro Carachighele; a metà sentiero sembra guardarci il “Vecchio orso blu”, scolpito e dipinto dalla canadese Clarie Alexie Turcot. La tecnica di scultura e pittura la ritroviamo anche nella bellissima opera dell’artista messicana Diana Villasenor dal titolo “Community”. L’installazione è costituita da un gruppo di variopinti uccelli scolpiti direttamente su tronchi d’albero. Colpisce la cura dei particolari di questi graziosi volatili con i piumaggi realizzati utilizzando la tecnica bassorilievo e la successiva coloritura con rossa e blu.

 

 

Nella faggeta, che in autunno assume colori dalle sfumature dorate, si erge l’opera “Foglia di vita” del 2017, realizzata dallo scultore argentino Francisco Mateos. In mezzo al rigoglioso sottobosco di felci e lamponi, il grande cervo di Vaia, custode del bosco, opera di Marco Martalar, invece si staglia con il volto verso il cielo. Nei pressi rivediamo l’altra sua opera: “Faggi” che insieme a “Germogli” di Aldo Pallaro, ci ricordano la rinascita del bosco e della natura dopo Vaia.

Il sentiero Selvart si conclude e lascia il visitatore arricchito nello spirito da tanta bellezza e dalla forza della rinascita, forse più pronto a vivere un nuovo rapporto con la natura.

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Stefania Bernardotto
Stefania Bernardotto
Stefania Bernardotto vive a Vicenza, insegnante, si è laureata in Archeologia all’Università degli Studi di Padova, è appassionata di storia e di arte. Ama scrivere poesie e alcune sono state pubblicate. Pratica Mindfulness di cui ha titolo di facilitatore. Le sue passioni sono la pittura e la fotografia. Ama gli animali, le piante e i fiori. Il giardino e l’orto biologico sono i suoi hobby insieme al nordic walking che preferisce praticare immersa nella natura, nel silenzio delle montagne o ammirando il tramonto sul mare, momenti che ispirano i suoi versi.

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