La presentazione del report “Da conciliazione a costrizione: il part-time in Italia non è una scelta. Proposte per l’equità di genere e la qualità del lavoro”

Il part-time non scelto che penalizza le donne

A differenza di quanto accade negli altri paesi europei, in Italia si lavora a tempo parziale spesso non per decisione del lavoratore, ma per condizioni dettate dall’impresa. Un Report del Forum Disuguaglianze e Diversità ha analizzato il fenomeno

4 milioni e 203 mila sono gli occupati part-time in Italia (Istat, 2022), di cui 3 milioni donne. Per il 56,2% di loro questa forma contrattuale non è una scelta di “conciliazione vita-lavoro” ma una necessità in assenza di altre possibilità. A livello europeo questa percentuale si ferma al 19%. Si chiama part-time involontario ed è il fenomeno analizzato dal report “Da conciliazione a costrizione: il part-time in Italia non è una scelta. Proposte per l’equità di genere e la qualità del lavoro”, presentato presso la Sala Zuccari del Senato lo scorso 6 maggio. Il documento è stato elaborato da un gruppo di lavoro raccolto attorno al Forum Disuguaglianze e Diversità, composto da Giorgia Amato, ricercatrice del ForumDD, dalla senatrice Susanna Camusso, da Daniela Luisi, ricercatrice e membro dell’Assemblea del ForumDD, da Matteo Luppi, ricercatore INAPP, da Federica Pintaldi, dirigente di ricerca Istat e da Silvia Vaccaro, responsabile comunicazione del ForumDD.

 

La senatrice Susanna Camusso

 

Secondo la Senatrice Camusso, il report «rende “visibile” che il part time involontario è contemporaneamente discriminante per le donne, agisce a svalorizzare il loro lavoro, acuisce le difficoltà di “conciliazione” e le rende meno libere e ostaggio di imprese e servizi che “galleggiano”, restano nel grigio, nella flessibilità malata dedita più a ridurre i costi che a qualificarsi e così indeboliscono tutto il sistema».

Il confronto con l’Europa

A fronte di una crescita nel ricorso al part-time in Europa negli ultimi 20 anni, che nel 2022 ha visto l’Italia in posizione analoga alla media europea (18,2% la prima, 18,5% la seconda secondo i dati Eurostat), nel nostro paese il part-time involontario riguarda più di un lavoratore su due tra quelli impiegati con questa forma contrattuale (56,2% il tasso più alto dell’Eurozona) mentre la media europea si ferma a meno di un quarto (19,7%).

 

Europa: tasso di part-time involontario sul totale degli occupati part-time

Le lavoratrici più colpite dei lavoratori

Tra le donne, che rappresentano circa i tre quarti delle persone con occupazioni part-time, sotto ogni profilo (socio-demografico, territoriale, di tipologia contrattuale) il part-time involontario è più diffuso: riguarda infatti il 16,5% del totale delle donne occupate a fronte del 5,6% degli uomini occupati. Nelle professioni non qualificate il divario è maggiore: 38,3% per le donne contro il 14,2% gli uomini. Il part-time involontario, inoltre, è più frequente tra le giovani donne: si parla del 21% delle occupate di 15-34 anni rispetto al 14% di quelle di 55 anni e oltre.

Oltre alla connotazione di genere, il part-time involontario è più frequente anche nel Mezzogiorno, tra le persone straniere, tra chi possiede un basso titolo di studio e tra le persone con un impiego a tempo determinato: 23% contro il 9% del tempo indeterminato, e il 7% degli e delle indipendenti.

Cresce il precariato femminile

I dati Inps sull’andamento dei contratti attivati nel primo semestre 2022 mostrano una crescita del lavoro femminile all’insegna della precarietà e della debolezza contrattuale data dalla compresenza di due fattori di criticità associati: la forma precaria contrattuale e il tempo parziale, quale forma di orario ridotto. Nel primo semestre del 2022 risultano attivati 4.269.179 contratti, di cui solo il 41,5% a donne. La quota di contratti stabili incide per il 20% su quelli maschili e solo per il 15% di quelli femminili. Su tutti i contratti attivati nel I semestre 2022 il 35,6% è a part-time: sul totale dei contratti attivati a donne quasi la metà (il 49%) è a tempo parziale contro il 26,2% dei contratti attivati agli uomini. Inoltre, se si guarda al tempo indeterminato, che rappresenta solo il 15% dei contratti attivati a donne, oltre la metà di questa quota (il 51,3%) è a tempo parziale.

Imprese: il part-time è strutturale

Il report analizza i dati sulle imprese che utilizzano personale a tempo parziale tratti dalla V indagine INAPP (2021) “Qualità del Lavoro nella sua componente relativa alle unità locali”. Ne emerge che che il 12% delle imprese usa il part-time in modo strutturale (oltre il 70% dei dipendenti) e che queste imprese sono meno attente alla qualità del lavoro. Hanno una probabilità maggiore di operare nel Sud e nelle Isole e si caratterizzano per un forte uso di contratti atipici, con più probabilità microimprese (meno di 5 addetti) e aziende di grandi dimensioni con oltre 250 addetti. Si tratta di imprese con una bassa propensione all’uso di strumenti di flessibilità a supporto dei lavoratori e delle lavoratrici, così come all’introduzione di interventi formativi per i lavoratori, di azioni per favorire il lavoro agile. Bassissima la probabilità che in queste realtà produttive siano presenti rappresentanze sindacali (RSA – RSU).

 

 

Nel settore della grande distribuzione e nel settore dell’alloggio e ristorazione la concentrazione di unità locali che presentano un ricorso strutturale al part-time è nettamente maggiore se comparata alla distribuzione complessiva. I dati INAPP confermano, inoltre, che l’occupazione part-time è una questione prevalentemente femminile: nel 61,5% delle imprese le persone occupate part-time sono quasi esclusivamente o esclusivamente donne, mentre nel 20% la quota di lavoratrici part-time supera, anche ampiamente, la metà.

Le interviste

Il report presenta inoltre alcuni stralci di interviste a cinque lavoratrici part time che restituiscono con le proprie parole il difficile vissuto di un part time non voluto, accettato per facilitare la gestione dei figli o perché garantiva un’assunzione a tempo indeterminato. Tutte loro hanno visto disattesa la propria richiesta all’azienda di passare al full-time, alcune svolgono due lavori e sono consapevoli che diventeranno pensionate povere, dal momento che non riescono ad accumulare sufficienti contributi previdenziali.

Se il lavoro non permette autonomia, dignità e crescita può diventare una ulteriore violenza contro le donne.

Proposte politiche per cambiare rotta

Il report conclude che la diffusione del part-time sembra più dovuta alle esigenze delle imprese di ridurre il costo del lavoro che a quelle dei lavoratori e delle lavoratrici. Il fenomeno infatti appare correlato agli interventi normativi per la flessibilizzazione del lavoro, come il Jobs Act, in cui clausole elastiche introdotte a “corredo” del part-time, come il lavoro supplementare e il lavoro straordinario, consentono di aumentare e diminuire l’orario di lavoro del part-time trasformandolo “di fatto” in full time all’occorrenza in caso di picchi di lavoro.

Il gruppo di lavoro riunito intorno al report ha individua tre possibili aree di intervento per rimettere al centro le esigenze di lavoratrici e lavoratori.

Dal punto di vista della contrattazione, una proposta è, ad esempio, di associare il part-time al tempo indeterminato, migliorare gli strumenti per la tutela contrattuale, prevedere che i contributi previdenziali di chi lavora part-time costino di più, costruire una gradualità nella quota progressiva del costo contributivo a carico del datore di lavoro. Per contrastare le forme involontarie di part-time si propone di inserire un sistema di denuncia per il lavoratore o la lavoratrice, e di costruire una politica di incentivazione per la trasformazione da contratto part-time a contratto full time. È necessario inoltre aumentare i controlli sul fenomeno monitorando le clausole concordate nella contrattazione, i contributi annui sufficienti a raggiungere la soglia, le ore lavorate coerenti con quelle previste nel contratto e aderendo alla raccomandazione europea che prevede l’aumento degli ispettori del 20%.

 

 

Il report è scaricabile al link: https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/wp-content/uploads/2024/05/Rapporto-part-time-involontario_FORUMDD_OK.pdf.

 

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Francesca Santoro
Francesca Santoro
Laurea in comunicazione, specializzazione in marketing e comunicazione nel Non Profit. Per 15 anni mi sono occupata di comunicazione e formazione nell’ambito del consumo critico e del commercio equo, trattando temi quali l'impatto delle filiere a livello locale e globale su persone, risorse, territori, temi su cui ho anche progettato e condotto interventi nelle scuole. Dal 2016 creo contenuti online per progetti, associazioni, professionisti.

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