Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia di WWF Italia

Africa vs climate change. Parla Mariagrazia Midulla, di Wwf Italia

La crisi climatica dal punto di vista del continente più vulnerabile, ove problemi endemici ne risultano amplificati fino a contribuire a migrazioni e conflitti. Mentre, in vista della COP28 di Dubai, i paesi africani hanno assunto una posizione negoziale condivisa sul clima

«A causa del cambiamento climatico nel Corno d’Africa è aumentata la siccità. E a causa delle guerre sono cresciuti i flussi migratori. Un combinato disposto che, insieme ai problemi già esistenti, ha creato una situazione esplosiva». Secondo Mariagrazia Midulla, responsabile per il Clima ed Energia di WWF Italia, queste sono soltanto alcune delle motivazioni che dovrebbero spingere la comunità internazionale a supportare la transizione ecologica dell’Africa: il continente più fragile della Terra.

«I Paesi vulnerabili, come stabilisce la Convenzione mondiale sul clima, devono essere assistiti. Specie quelli africani perché di fatto, rispetto al resto del mondo, contribuiscono pochissimo con le loro emissioni al climate change».

 

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Mariagrazia Midulla, ci sono state ultimamente iniziative politiche a favore dell’Africa?


La novità politica degli ultimi tempi è rappresentata dall’Africa Climate Summit. Nonostante i risultati non siano ancora in grado di cambiare le dinamiche e la narrativa internazionale, per l’Africa il summit è un’occasione per sedersi a buon diritto al tavolo delle trattative, come quelle della COP28, chiedendo un’azione climatica vera e veri impegni finanziari (con la Dichiarazione di Nairobi, firmata lo scorso 6 settembre in Kenya, i Paesi africani ribadiscono che la decarbonizzazione dell’economia globale è un’opportunità per contribuire all’uguaglianza e alla condivisione della prosperità, n.d.r). Faccio notare che non è stata nemmeno sfiorata la cifra di 100 miliardi di dollari l’anno per i Paesi poveri, prevista dall’Accordo di Parigi. E non è stata avviata la discussione sugli impegni successivi. C’è la tendenza poi a trasferire sul clima i tradizionali aiuti allo sviluppo, ma bisogna dimostrare che realmente vengono destinati per combattere i cambiamenti climatici. Alcuni Paesi con questi soldi hanno cercato di finanziare centrali a carbone, guerre e multinazionali.

Il Wwf ha affermato che «il Ciclone Daniel è stato il sicario, ma i mandanti sono altri». Una tragedia che in Libia poteva essere evitata?

Non basta un solo elemento per capire la complessità di un fenomeno, però tanti climatologi hanno parlato esplicitamente del ruolo del cambiamento climatico. Il ciclone Daniel ha colpito un quarto della produzione agricola in Grecia, ha colpito la Bulgaria e la Turchia. Ed è diventato ancora più virulento quando ha raggiunto la Libia, dove le infrastrutture hanno bisogno di manutenzione, dove non c’è una pianificazione del territorio. Si poteva in qualche modo evitare la tragedia, ma è mancato totalmente un sistema di allerta. A volte deridiamo i nostri sindaci quando chiudono le scuole in caso di allerta meteo, in realtà è una misura di vitale importanza.

Guarda il video su Africa Climate Summit

 

Chi sono le principali vittime di queste imponenti alluvioni?

Le principali vittime sono i poveri. Anche se in linea di massima il cambiamento climatico coinvolge tutti, non guarda in faccia a nessuno. Ci sono Paesi come il Bangladesh e il Pakistan che a causa della particolare morfologia del territorio sono esposti a maggiori rischi ambientali, e lì non ci sono strutture e strumenti per affrontare fenomeni climatici estremi. Questo non significa che in Italia siamo al sicuro. Da decenni si parla di adattamento e della necessità di affrontare il dissesto idrogeologico. Anche se in realtà l’adattamento dovrebbe riguardare la capacità di prevedere lo sviluppo del cambiamento climatico. Il rischio climatico nella costruzione delle nostre infrastrutture non è mai stato preso in considerazione. Per quanto riguarda la Libia, abbiamo rivolto un invito alle aziende italiane che sfruttano le risorse libiche (petrolio e gas) – in particolare l’Eni – di devolvere una parte del loro ricavato ai soccorsi, facendo bene attenzione alla destinazione dei soldi.

Aumenteranno inevitabilmente le migrazioni dai territori più colpiti dai cambiamenti climatici?

I dati ci dicono che in Africa assistiamo anzitutto a migrazioni interne che non vediamo e che tuttavia incidono sulla stabilità politica del continente. Basti pensare al Kenya o alla Somalia. La stessa guerra in Siria potrebbe essere stata favorita dalle migrazioni interne, dalla siccità in alcune regioni e quindi dalla crisi climatica. I grossi spostamenti nelle città provocano infatti squilibri sociali. Ci sono alcune aree del bacino del Mediterraneo che potrebbero raggiungere i 50°, e sappiamo che con una tale temperatura non potremmo vivere a lungo. Alcune zone diventerebbero inabitabili, e questo faciliterebbe gli spostamenti, che di per sé sono naturali. Dobbiamo fare di più per l’abbattimento delle emissioni e dobbiamo anche smetterla di “gassificare l’Africa”.

 

 

Il governo italiano ha parlato più volte del “Piano Mattei” per l’Africa…

Attualmente non conosciamo bene il “Piano Mattei”. Potrebbe diventare una sorta di appoggio della cooperazione italiana alle iniziative dell’Eni. Lo spirito originario di Enrico Mattei era quello di assicurare un sostentamento energetico valido e soprattutto in grado di sostenere il sistema produttivo italiano. Un sistema che però non si sostiene guardando al passato, e quindi ostacolando la fine del motore endotermico o cercando alternative che non si rivelano tali, come nel caso dei biocarburanti. Occorre piuttosto guardare al futuro, favorendo la transizione energetica equa e giusta per tutti i lavoratori, non solo per quelli italiani. Cercando di minimizzare l’impatto con forme di tutela. Con i Paesi africani dovremmo parlare di rinnovabili vere, ma non stiamo seguendo questa direzione. Eppure la transizione energetica è inevitabile. Si può infatti difendere il passato per un periodo limitato.

Per affrontare la crisi climatica occorrono azioni congiunte a livello internazionale: la prossima COP28 potrebbe essere un’occasione dirimente?

Ci auguriamo salga la pressione per inserire nelle decisioni COP l’uscita dai combustibili fossili. Era stato chiesto dall’India a Sharm el-Sheikh. É emerso dal linguaggio negoziale del Global Stocktake. Non sarà semplice, ma se davvero si vuole evitare che la crisi climatica divenga catastrofica e ingestibile, dobbiamo eliminare la causa, e i combustibili fossili provocano l’87% delle emissioni climalteranti. Sappiamo che il presidente della COP28 è l’amministratore della Abu Dhabi national oil company, ma se gli Emirati vogliono una COP di successo, la questione è ineludibile. Anche la Cattura e lo Stoccaggio del Carbonio potrebbe essere un costosissimo ed inefficiente diversivo usato per eludere la questione di fondo: i combustibili fossili vanno sostituiti con le rinnovabili, dobbiamo tutti consumare meno e meglio in modo equo.

 

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Michele D'Amico
Michele D'Amico
Sono nato nel 1982 in Molise. Cresciuto con un forte interesse per l’ambiente.Seguo con attenzione i movimenti sociali e la comunicazione politica. Credo che l’indifferenza faccia male almeno quanto la CO2. Giornalista. Ho collaborato con La Nuova Ecologia e blog ambientalisti. Attualmente sono anche un insegnante precario di Filosofia e Scienze umane. Leggo libri di ogni genere e soprattutto tante statistiche. Quando ero piccolo mi innamoravo davvero di tutto e continuo a farlo.

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