Da sinistra Da sinistra, Al Jardine, Mike Love, Brian Wilson, Carl Wilson e Dennis Wilson, ovvero i Beach Boys, in una foto del 1965 (Foto: Wikipedia)

Da sinistra Da sinistra, Al Jardine, Mike Love, Brian Wilson, Carl Wilson e Dennis Wilson, ovvero i Beach Boys, in una foto del 1965 (Foto: Wikipedia)

I Beach Boys sono stati tra i primi, nel mondo della musica pop, a parlare di inquinamento e di problematiche legate all’ambiente. Basti pensare, soltanto per citarne qualcuna, a canzoni come A Day In The Life Of A Tree (“Feel the wind burn through my skin / The pain, the air is killing me / For years my limbs stretched to the sky / A nest for birds to sit and sing / But now my branches suffer / And my leaves don’t bear the glow / They did so long ago”) o come Don’t Go Near The Water (“Don’t go near the water / Don’t you think it’s sad / What’s happened to the water / Our water’s going bad / Oceans, rivers, lakes and streams / Have all been touched by man / The poison floating out to sea / Now threatens life on land”), dove i riferimenti alle tematiche ecologiste appaiono evidenti.

Ma anche in quello che è considerato il capolavoro del gruppo americano, Pet sounds, se ne può trovare qualche traccia, almeno per quanto concerne l’approccio “filosofico” che lo ha ispirato.

Pet sounds, il pop diventa arte

Per avere conferma del livello artistico e dell’importanza storica di un disco come Pet sounds, basterebbe ascoltare uno dei brani contenuti nell’album, Let’s Go Away For Awhile. Un pezzo di cui non si distingue la tonalità: non ci sono linee melodiche, il motivo è nascosto dentro l’arrangiamento e sin dalle prime battute non si capisce dove andrà a parare.

L’emblema di un album nel quale è possibile rinvenire qua e là qualche segno di una grande tradizione compositiva, che si può far risalire a Bach e Ravel.

Non a caso, Pet sounds, uscito nel 1966, è stato votato dai critici internazionali come il miglior disco di tutti i tempi. Brani quali God Only Knows, Wouldn’t It Be Nice, I Know There’s An Answer, Caroline, No, I Just Wasn’t Made For These Times esprimono compiutamente quello che allora era lo scopo della band guidata da Brian Wilson (geniale ma instabile mente dei Beach Boys): rendere la musica popolare una forma d’arte.

 

Guarda il video di Wouldn’t It Be Nice dei Beach Boys 

La forma ecologica dei Beach Boys

Un obiettivo raggiunto grazie alla perizia dimostrata nel gioco delle armonie vocali e nell’orchestrazione, alle soluzioni melodiche, alle sperimentazioni di studio, all’uso di strumenti insoliti per il pop-rock, ai testi essenziali, suggestivi e per nulla banali di Wilson e Tony Asher. «Wilson – ha detto Paddy McAloon dei Prefab Sprout – aveva gli stessi mezzi degli altri, eppure le sue canzoni apparivano uniche. E ciò dipendeva anche dai cambi di tono, dalle modulazioni, dalle progressioni armoniche, che sembravano azzardatissime e invece non lo erano». I brani di Pet sounds – che non invecchiano mai, per tutta l’energia che contengono e per quella sorta di inquietudine che li attraversa (Wilson e compagni erano ragazzi di spiaggia che spesso sorridevano senza essere contenti…) – hanno un forte valore spirituale, portano con sé un messaggio d’amore universale che sembra rimandare, come dicevamo all’inizio, a quella che potremmo definire una dimensione “ecologica”, a ciò che oggi è ormai diventata una consapevolezza di fondo: l’interdipendenza di tutta la vita sul pianeta.

«Quando ho scritto Til I Die – ha detto Brian Wilson a proposito di un’altra canzone dei Beach Boys in cui si celebra l’intima comunione con una natura che assume contorni panteisti – mi sentivo come un naufrago disperso su un’isola esistenziale, perso nel profondo delle tenebre che si estendono al di là delle onde che si infrangono verso l’altro lato della terra. L’oceano era così incredibilmente vasto, l’universo era così immenso, e improvvisamente mi sono visto in proporzione a tutto ciò, come un granello di sabbia, una medusa galleggiante sulla superficie dell’acqua, in balia della corrente. Mi sentii, alla fine, sminuito, precario, insignificante»

I Beach Boys in concerto nel 2012 (Foto: Wikipedia)

I Beach Boys in concerto nel 2012 (Foto: Wikipedia)

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Andrea Bernardini
Andrea Bernardini
Giornalista e critico musicale e cinematografico, è stato caporedattore e critico musicale del mensile “Era 2000”. Ha lavorato per il settore comunicazione del CONAD e, nella’ambito delle relazioni esterne, ha collaborato con l’agenzia giornalistica televisiva “Rete News” e con l’agenzia di stampa radiofonica “Area”. Ha collaborato, come critico musicale e cinematografico e come giornalista, con le seguenti testate: “Avanti!”, “ Delta Focus”, “Tuttifrutti”, “Segnocinema”, “La Cooperazione Italiana”, “Nuovo Consumo”, “Musica” (supplemento de “La Repubblica”), “Umbria Sette Giorni”, “Il Giornale dell’Umbria”, “ La Pelle”, “Il Salvagente”, “ Comma”, “Beneinsieme”. Ha pubblicato, nel 2008, il libro “Pop, rock, jazz e…” (Bastogi editore) e, nel 2013, il libro “I Baustelle e la canzone” (Atmosphere libri). Attualmente collabora, nell’ambito dei rapporti con i media e come giornalista, con la Legacoop, con Coopfond (Fondo mutualistico di Legacoop) e con la Cfi (Cooperazione Finanza Impresa). Collabora, come critico musicale e cinematografico, con il “Corriere Romagna”.

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