Tina Marinari, coordinatrice campagne di Amnesty International Italia

Tina Marinari, coordinatrice campagne di Amnesty International Italia

Israele-Palestina, la guerra è il fallimento della comunità internazionale. Intervista a Tina Marinari

Per la coordinatrice campagne di Amnesty International Italia il rischio di un’escalation ulteriore nella guerra israelo-palestinese è sempre più concreto. Unendosi all’appello di Antonio Guterres per il cessate il fuoco, ci ricorda che non ci si può accontentare di una tregua: “Bisogna lavorare per una soluzione politica”

«Le morti continuano ad aumentare giorno dopo giorno. Abbiamo superato ormai le 10.000 vittime in 4 settimane. Sono numeri spaventosi che ci raccontano una crisi umanitaria senza precedenti. E nessuno sembra abbia intenzione di cedere a questa richiesta di umanità». Tina Marinari, coordinatrice campagne di Amnesty International Italia, si unisce all’appello rilanciato dal Nepal da Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, per un immediato cessate il fuoco nella Striscia di Gaza. E sottolinea che il rischio di un’escalation è sempre più concreto.

 

 

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Marinari, il conflitto israelo-palestinese rappresenta un ulteriore attacco ai diritti umani. Eppure chi prova a denunciare, ad esempio, la crisi umanitaria viene accusato di difendere Hamas. Quale è invece la posizione di Amnesty international?
Amnesty chiede a gran voce il rispetto del diritto internazionale umanitario, questo è il nostro lavoro da sempre in qualsiasi conflitto. Anche le guerre hanno le loro leggi, la convenzione di Ginevra su tutto, e devono essere rispettate sempre e da chiunque. L’unica lente che utilizziamo per analizzare i conflitti in corso è il diritto internazionale, non facciamo il tifo per nessuno se non per l’umanità intera. Le gravi violazioni del diritto internazionale umanitario sono crimini di guerra.

Come tutte le guerre le principali vittime sono i bambini, gli anziani, le persone indifese. In un mondo che non è in grado di seguire la via della diplomazia, quale soluzione dovremmo adottare?
Ad oggi l’unica soluzione è quella del diritto. La politica ha fallito negli anni non riuscendo a trovare una soluzione dignitosa rispettosa delle due comunità. Abbiamo bisogno di rimettere al centro del dibattito il rispetto del diritto internazionale, delle risoluzioni delle Nazioni Unite e la comunità internazionale deve assumersi la responsabilità di difendere questa soluzione.

 

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A Gaza sono in atto crimini di guerra?
Attaccare volutamente civili e portare a termine attacchi sproporzionati e indiscriminati che uccidono o feriscono civili sono crimini di guerra. Israele ne ha commessi a ripetizione, impunemente, nelle precedenti guerre contro Gaza. Allo stesso modo, i gruppi armati palestinesi devono fermarsi nel prendere di mira, come già fatto in passato e ancora di più oggi, la popolazione civile israeliana e porre fine all’uso indiscriminato di armi: anche queste azioni costituiscono crimini di guerra. Tra il 10 e il 16 ottobre l’artiglieria israeliana ha usato munizioni contenenti fosforo bianco nel corso delle sue operazioni militari lungo il confine meridionale del Libano. Un attacco contro il villaggio di Dhayra, avvenuto il 16 ottobre, dev’essere indagato come crimine di guerra in quanto si è trattato di un attacco indiscriminato che ha ferito almeno nove persone e causato danni a obiettivi civili, dunque illegale.

 

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Alcuni giornalisti sostengono che gli attacchi di Israele non sono altro che una reazione e che quello di Israele è uno Stato democratico. Qualcosa che ricorda le guerre in nome della democrazia?
Le esportazioni di democrazia non hanno mai funzionato e la storia ce lo ha ampiamente dimostrato. Tutti gli stati hanno il diritto di difendersi, ma nel rispetto del diritto internazionale. La popolazione civile deve sempre essere salvaguardata e tutelata in qualsiasi azione militare.

Quanto ha pesato l’indifferenza dell’Unione europea e degli Stati Uniti rispetto alla questione palestinese?
La crisi scoppiata il 7 ottobre è il fallimento della comunità internazionale intera. Il doppio standard del rispetto e delle applicazioni del diritto internazionale hanno portato alla situazione attuale. Non ci si può accontentare di una tregua, ma bisogna lavorare per una soluzione politica che rispetti tutte le parti coinvolte.

 

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Nel 2018 proprio gli Stati Uniti decisero di spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gersusalemme, un gesto che ha contribuito ad alimentare l’odio fra i due popoli?
Amnesty International Usa ha definito «sconsiderata e provocatoria»  la decisione del presidente degli Usa Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele. Trasferire lì l’ambasciata statunitense è stata una decisione che non ha fatto altro che compromette ulteriormente i diritti umani dei palestinesi. Ha contribuito ad alimentare la tensione nella regione, oltre a mostra ancora una volta il disprezzo per il diritto internazionale. C’è un consenso internazionale, espresso anche attraverso risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sull’illegalità dell’annessione israeliana di Gerusalemme Est. Con questo passo, gli Usa  hanno violato i loro obblighi internazionali di non riconoscere né assistere una situazione illegale e di assicurare il rispetto delle Convenzioni di Ginevra.

 

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Quale ruolo potrebbe invece avere l’Italia?
L’Italia deve chiedere il cessate il fuoco immediato. Un cessate il fuoco porrebbe fine agli attacchi illegali di tutte le parti, interromperebbe il crescente numero di vittime a Gaza e consentirebbe alle agenzie umanitarie di portare aiuti salvavita, acqua e forniture mediche nella Striscia di Gaza per contrastare l’indicibile livello di sofferenza umana.  Gli ospedali potrebbero ricevere medicine salvavita, carburante e quelle attrezzature di cui hanno disperato bisogno per rimettere in funzione i reparti danneggiati. Un cessate il fuoco fornirebbe anche l’opportunità di negoziare la liberazione degli ostaggi israeliani detenuti a Gaza e di avviare indagini internazionali indipendenti sui crimini di guerra commessi da tutte le parti in conflitto, in modo da porre fine alla perdurante impunità che altrimenti continuerà ad alimentare ulteriori atrocità.

 

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Michele D'Amico
Michele D'Amico
Sono nato nel 1982 in Molise. Cresciuto con un forte interesse per l’ambiente.Seguo con attenzione i movimenti sociali e la comunicazione politica. Credo che l’indifferenza faccia male almeno quanto la CO2. Giornalista. Ho collaborato con La Nuova Ecologia e blog ambientalisti. Attualmente sono anche un insegnante precario di Filosofia e Scienze umane. Leggo libri di ogni genere e soprattutto tante statistiche. Quando ero piccolo mi innamoravo davvero di tutto e continuo a farlo.

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