Peyo è un cavallo speciale, visita i malati terminali e dà loro conforto. Sembra che comprenda la sofferenza dei pazienti che incontra. Ma è proprio così? Chi condivide la propria vita con questi animali sembra non avere dubbi sulla loro sensibilità ma la risposta a questa domanda, dal punto di vista scientifico, non è così semplice.

 

Peyo il terapista e Hans l’intelligente

Iniziamo dalle storie di due cavalli molto particolari. Peyo è un cavallo francese, di lui si è molto parlato qualche tempo fa: è impiegato per competizioni e spettacoli ma il suo conduttore, Hassen Bouchakour, legge in lui una certa sensibilità. L’equino sa essere forte ed energico nelle sue esibizioni, così come dolce e affettuoso con persone particolarmente fragili. È così che Peyo inizia la sua seconda carriera di “terapista”, visitando ospedali e case di riposo e donando conforto ad anziani e malati terminali. Hans , invece, è un cavallo tedesco, vissuto nei primi anni del Novecento. Un docente in pensione decise di prendersi cura di lui ma, invece di passeggiate all’aria aperta, ad Hans toccarono lezioni di aritmetica e altri insegnamenti. Wilhelm von Osten – questo era il nome del professore – sembrava essere riuscito nell’impresa di insegnare a un cavallo a contare. Il caso era sorprendente e catturò l’interesse degli scienziati. Due team di specialisti si occuparono di Hans e, se la prima commissione assicurò che non c’erano trucchi e non vi era traccia di truffa, il secondo team scoprì qualcosa di ben più importante: Hans l’intelligente non aveva appreso nulla, “semplicemente” riusciva a capire la risposta che avrebbe dovuto dare leggendo i piccoli movimenti del corpo del suo insegnante.

 

Hans l’intelligente – Di Karl Krall – Karl Krall, Denkende Tiere (Fonte: Wikipedia)

 

Cavalli e umani: un legame che dura da più di 5000 anni

Cosa accomuna le storie a prima vista diverse di Peyo il terapista e Hans l’intelligente? Entrambi riescono a leggere i segnali del corpo degli esseri umani. Proprio come i cani, i cavalli sono stati oggetto di domesticazione da parte degli esseri umani. Inizialmente i cavalli selvatici erano cacciati per le loro carni e la domesticazione li trasformò in una fonte di proteine più sicura. Con il passare del tempo, ci si rese conto che questo animale poteva essere molto più di una risorsa alimentare: divenne un mezzo di trasporto, un volano per scambi culturali, commerci, relazioni economiche e, purtroppo, anche per le guerre. Dal IV millennio a.C. , a cui risalgono le prime testimonianze di domesticazione, fino a oggi, evolvendo dall’Equus ferus all’Equus caballus, i cavalli sono passati da fonte di cibo a ruoli prestigiosi: sono ancora oggi uno status symbol, e sono arrivati a essere impiegati negli ospedali per la pet therapy.

Evoluzione e empatia

Questo è stato possibile perché la selezione operata dall’uomo ha permesso l’evoluzione della capacità di comprendere le nostre intenzioni. Come afferma Richard C. Francis, saggista scientifico, nel suo libro Addomesticati. La strana evoluzione degli animali che vivono accanto all’uomo, (Bollati Boringhieri, 2016): «A un certo punto la selezione per la mansuetudine produsse animali sempre più sensibili ai segnali comportamentali dell’uomo, per culminare con Hans l’Intelligente, il cavallo che sembrava in grado di eseguire semplici operazioni aritmetiche, ma solo in presenza del padrone, nel quale coglieva segnali impercettibili e involontari che gli suggerivano la risposta».

La comunicazione tra specie: capire le emozioni umane

Gli scienziati hanno raccolto dati interessanti sulla capacità di comunicare dei cavalli tra loro (intraspecie) e con gli esseri umani (interspecie). Quella dei cavalli è sempre stata una vita di branco e quindi hanno dovuto sviluppare modi di comunicare efficienti e sofisticati: ci sono studi che mostrano come la differente modulazione dei nitriti porti con sé messaggi differenti e quanto la muscolatura facciale dei cavalli sia sviluppata e possa mostrare complesse espressioni facciali. E il rapporto con gli esseri umani? Alcuni lavori scientifici pongono le basi per dimostrare che i cavalli comprendono le nostre emozioni attraverso le espressioni facciali e la voce, che ricordano le interazioni positive e che sono in grado di dirigere l’attenzione di un essere umano verso un oggetto desiderato attraverso i gesti.

 

Le conseguenze della domesticazione

Saranno necessarie ancora molte ricerche per esplorare le possibilità cognitive equine e la comunicazione interspecie, ma per ora abbiamo buoni indizi che ci indicano che i cavalli sanno leggere il nostro linguaggio del corpo per capire le nostre emozioni. Una capacità che essi hanno imparato nei millenni, durante il processo di domesticazione, e giorno per giorno, dall’esperienza individuale. Per gli animali sociali comprendere i segnali emotivi è importante poiché permette di rispondere in maniera più efficace alle informazioni che provengono dagli altri individui.

Interazione sociale e processi cognitivi

Il successo nell’interazione sociale è legato alla capacità di rilevare i processi cognitivi ed emotivi degli altri. La capacità di capire e prevedere il comportamento sulla base della comprensione degli stati mentali quali intenzioni, emozioni, desideri e credenze, propri e altrui, è definita come teoria della mente. I primi studi sugli animali riferiti alla teoria della mente appartengono a David Premack e Guy Woodruff che, nel 1978  pubblicarono un articolo sugli esperimenti che avevano condotto sugli scimpanzé: i dati iniziali sembravano confermare che questi primati possedessero la teoria della mente ma ricerche successive (Does the chimpanzee have a theory of mind? 30 years later – ScienceDirect )suggerivano maggiore cautela perché, nonostante gli scimpanzé mostrassero di capire gli obiettivi, le intenzioni, le percezioni e le conoscenze degli altri, uomini compresi, non erano in grado di cogliere le false credenze, ossia il prevedere il comportamento di un altro individuo fondato su una credenza che l’osservatore sa essere falsa.

Ancora un passo avanti: cavalli e teoria della mente

E i cavalli? Abbiamo compreso quanto siano bravi nel leggere le nostre emozioni a partire dai segnali del nostro corpo, ma sanno realmente mettersi nei nostri panni? Una ricerca pubblicata nel 2019 su Behavioural Processes osservava che se un cavallo vede una persona nascondere del cibo, la sollecita selettivamente per ottenerne l’accesso. L’attribuzione di uno stato di attenzione potrebbe essere l’indizio di un precursore della teoria della mente nei cavalli. D’altra parte, chi ha la fortuna di possedere o di trascorrere del tempo con i cavalli vi dirà di non aver bisogno di dati scientifici per rendersi conto di quanto questi animali entrino in sintonia con noi umani. Eppure quello che percepiamo potrebbe essere solo la superficie delle loro abilità cognitive e sociali, messe a punto in millenni di convivenza.

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Alessia Colaianni
Alessia Colaianni
Laureata in Scienza e Tecnologie per la Diagnostica e Conservazione dei Beni Culturali, dottore di ricerca in Geomorfologia e Dinamica Ambientale, è infine approdata sulle rive della comunicazione. Giornalista pubblicista dal 2014, ha raccontato storie di scienza, natura e arte per testate locali e nazionali. Ha collaborato come curatrice dei contenuti del sito della rivista di divulgazione scientifica Sapere e ha fatto parte del team della comunicazione del Festival della Divulgazione di Potenza. Ama gli animali, il disegno naturalistico e le serie tv.

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