Coronavirus, la radice delle epidemie è lo sviluppo insostenibile

Sconvolgimenti climatici, globalizzazione, deforestazione, perdita della biodiversità, allevamenti intensivi… Non ci sono ancora prove certe riguardo al nuovo coronavirus. Ma ricerche scientifiche dimostrano come le recenti epidemie, dall’Ebola al virus Nipah allo Zika, derivino da fattori ambientali

Le epidemie nel mondo sono molte, stanno aumentando, preoccupano sempre più. Tra le cause predominanti della loro crescita ci sono le alterazioni dell’ambiente. Lo ricordava pochi mesi fa il Rapporto sui rischi globali 2019 del World Economic Forum: «Le epidemie di malattie infettive stanno diventando sempre più frequenti. Fra il 1980 e il 2013 ne sono state registrate oltre 12.000, che hanno colpito 44 milioni di persone, in tutti i paesi del mondo».

I fattori che favoriscono epidemie e pandemie sono vari, spiega il rapporto: la globalizzazione che fa circolare in fretta i germi su tutto il pianeta; l’affollamento, spesso in cattive condizioni igieniche, che rende molti centri abitati incubatori di epidemie; e le fughe da conflitti, disastri o povertà di moltitudini di persone in condizioni precarie. Due fattori, però, sono legati più direttamente all’ambiente. 

Il clima sconvolto infetta il mondo

Innanzitutto c’è il degrado ambientale. Le esatte relazioni su ampia scala tra la perdita delle foreste, il calo della biodiversità e le pandemie non sono ancora chiare, ma in molti casi il nesso è accertato. Sempre secondo il World Economic Forum, il 31% delle epidemie dei virus Ebola, Zika e Nipah è stata favorita dalla perdita di copertura arborea nelle aree interessate.

Un team internazionale guidato dal professor Jesùs Olivero, ordinario di Scienze Ambientali dell’Università di Malaga e specializzato in Biogeografia e Macroecologia, ha accertato per esempio un nesso diretto tra gli episodi di deforestazione, rilevati con immagini satellitari, e le epidemie di Ebola in Africa Centrale e Occidentale: nelle aree popolate che nei due anni precedenti erano state soggette a deforestazione, rispetto a quelle intatte, il rischio di epidemie aumentava molto.

«Probabilmente disturbare gli habitat degli animali li fa spostare dai loro ambienti naturali e favorisce il loro contatto con l’uomo, e quindi la trasmissione dei germi» spiega Olivero. «I nostri risultati fanno pensare che prevenendo la deforestazione si ridurrebbe il rischio di nuove epidemie».

Jesus Olivero
Il professore Jesus Olivero dell’Università di Malaga, esperto di biogeografia e macroecologia

Circa il 70% delle malattie infettive emergenti, e quasi tutte le pandemie recenti, giungono infatti all’uomo dagli animali, soprattutto dalla fauna selvatica. Gli animali selvatici sono vere e proprie riserve di virus e altri patogeni che, se entrano a contatto con l’uomo, possono adattarsi e infettare la nostra specie, dando un focolaio circoscritto, un’epidemia locale nella zona o, se si diffondono in tutto il mondo, una pandemia globale. Un’indagine recente dell’Università della California, volta a valutare il rischio, Predict, ha scoperto negli animali selvatici in Asia e in Africa un migliaio di virus appartenenti alle stesse famiglie di importanti patogeni umani come Ebola, e quindi potenzialmente pericolosi. Novecento di questi erano prima sconosciuti, e una novantina erano coronavirus. È chiaro quindi quali rischi corriamo quando gli animali portatori di questi virus, disturbati dalle alterazioni dei loro habitat, si spostano ed entrano in contatto con noi umani o con gli animali d’allevamento.

Guarda il video sul virus Ebola e gli effetti sull’uomo

L’altro grande fattore ambientale chiamato in causa nel favorire le epidemie è il cambiamento climatico. Qui i meccanismi in gioco sono molteplici, alcuni abbastanza accertati e altri ancora solo ipotizzati. Intanto, l’aumento delle temperature fa proliferare ed espandere gli areali di distribuzione di zecche, zanzare e altri insetti vettori di malattie come la malaria. Per esempio uno studio della professoressa Sadie Ryan della University of Florida a Gainesville ha mostrato che le zanzare del genere Aedes, che trasmettono dengue, febbre gialla e Zika, potranno espandere la loro distribuzione verso nord, anche in Europa (mentre per converso potrebbero avere difficoltà in aree dell’Asia e dell’Africa dove ora prosperano).

Aedes Albopictus
La zanzara Aedes Albopictus è attiva tutto l’anno nelle zone tropicali, ma si sta adattando anche alle zone più fredde

Gli eventi climatici estremi, in aumento con le alterazioni del clima, sono spesso seguiti dall’esplosione di epidemie. «Lo segnalano sia dati storici, come la Peste di Giustiniano seguita ad anni di tempo estremo nel Mediterraneo dopo un’eruzione vulcanica, sia eventi recenti, come l’uragano Katrina negli USA e le grandi alluvioni del 2010 in Pakistan. I microbi, gli animali vettori, e quelli che ospitano le riserve di germi in natura, sfruttano le condizioni di caos sociale e ambientale per proliferare» spiega in una rassegna Anthony McMichael, della Australian National University di Canberra.

 

Guarda il video delle forti inondazioni in Pakistan

Animali selvatici e allevamenti selvaggi

Più in generale alluvioni, siccità, incendi e altre alterazioni dell’ambiente porteranno più animali selvatici a spostarsi ed entrare in contatto con l’uomo, come si è già visto per la deforestazione. In Malesia, per esempio, a fine anni ’90 i pipistrelli sloggiati dagli incendi forestali e dalla siccità seguita a El Niňo hanno iniziato a cibarsi dagli alberi da frutta coltivati nelle stesse tenute in cui si allevavano maiali. Il virus Nipah è così potuto passare dai pipistrelli ai maiali e da questi, come spesso accade, all’uomo, scatenando un’epidemia.

Il fenomeno non è raro: gli animali d’allevamento possono spesso fare da ponte tra gli animali selvatici e l’uomo. Specialmente i maiali, che sono infettati sia da vari virus umani sia da quelli di altri animali, sono spesso ospiti intermedi in cui i virus animali si adattano, o si ricombinano con quelli umani, e diventano così capaci di infettare l’uomo. Gli allevamenti intensivi, proprio come le città sovraffollate, sono già di per sé terreno fertile per la proliferazione delle epidemie, e se, come in Malesia, li si colloca a ridosso di aree popolate dalla fauna selvatica, il rischio di trasmissione all’uomo dei germi si moltiplica.

Le siccità e l’insicurezza alimentare, anch’esse favorite dagli sconvolgimenti del clima, possono poi aumentare il ricorso agli animali selvatici come fonte di cibo, e quindi la trasmissione di germi come Ebola.

Gli animali stressati, dalle condizioni in cui sono tenuti nei mercati o dai disastri ambientali, hanno poi il sistema immunitario indebolito e sono quindi più propensi a trasmettere in abbondanza i virus, facendo da super diffusori.

Le infezioni dagli animali provengono di norma da altri mammiferi o da uccelli, che hanno una temperatura corporea simile alla nostra, per cui i loro germi sono già adattati a vivere intorno ai 37°C. Un altro pericolo del riscaldamento globale, finora poco considerato, è però dato dal fatto che alcuni funghi e altri patogeni degli animali a sangue freddo si stanno adattando a temperature sempre più alte, e potranno fare sempre meno fatica ad attaccarci.

Le infezioni umane dovute al fungo Candida auris, per esempio, sono cresciute in simultanea in ambienti molto diversi, accomunati solo dall’aumento delle temperature, e gli studi infatti mostrano che si sono adattati, indipendentemente, su tre continenti, a temperature più alte. «Può essere il primo esempio di una nuova malattia fungina emersa per effetto del cambiamento climatico, sebbene vada rimarcato che possono aver contribuito molti altri fattori» ha dichiarato l’autore dello studio , Arturo Casadevall, professore di Microbiologia molecolare e Immunologia alla Johns Hopkins School of Public Health a Baltimora.

Epidemie figlie dello sviluppo insostenibile

Un altro pericolo viene infine da una fonte del tutto diversa: non i virus che infettano gli animali, ma quelli rimasti intrappolati tra i ghiacci dei poli, dei ghiacciai montani o del permafrost, il terreno permanentemente ghiacciato che si trova alle alte latitudini o in alta quota. Una ricerca resa nota a gennaio ha trovato per esempio 33 virus, 28 dei quali finora ignoti, in un ghiacciaio che si sta fondendo in Tibet. Il pericolo che un virus patogeno sconosciuto al nostro organismo salti fuori da questi ghiacci e scateni una pandemia devastante ha fatto clamore sui media, ma c’è da dire che molti esperti lo giudicano piuttosto sopravvalutato.

Al momento non ci sono indizi che alterazioni ambientali abbiano favorito l’epidemia del nuovo coronavirus (prima chiamato 2019-nCoV e ora SARS-CoV-2). Ma certo non è il caso di aspettare il prossimo per prendere le contromisure. Come conclude un recente rapporto della National Academy of Sciences statunitense, quando una grande epidemia scoppia, ha costi umani ed economici che superano di gran lunga quelli delle misure di prevenzione e di preparazione: «Dato che ogni volta continuiamo a dover pagare questo pedaggio – si legge nel dossier – c’è da chiedersi quante altre epidemie dovranno ancora accadere prima che la comunità globale le riconosca come una minaccia che merita un’azione sostenibile per prevenirla, e trovi la volontà collettiva per realizzare tali azioni».


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Giovanni Sabato
Giovanni Sabato
Genetista di formazione, lavora come giornalista e comunicatore scientifico dopo aver conseguito un Master in Comunicazione della scienza presso la SISSA di Trieste. È stato redattore di “Tempo Medico”, ha scritto articoli per “L’Espresso” e il “Corriere della Sera” ed è stato coordinatore editoriale del bimestrale “Darwin”. Oggi lavora come free lance, collaborando tra l’altro con “Le Scienze”, “Repubblica”, “Mind” e “Rocca”.
Si interessa in particolare delle intersezioni tra scienza e diritti umani.
Ha pubblicato fra l’altro i libri “L’officina della vita” (Garzanti, Milano, 2002) e “Come provarlo? La scienza indaga sui diritti umani” (Laterza, Roma-Bari, 2010).

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