Libia, la fabbrica della tortura

Diritti all’inferno

Il rapporto “La Fabbrica della tortura” di Medu (Medici per i diritti umani) raccoglie le testimonianze di migliaia di persone che hanno subito violenze e trattamenti disumani in Libia, nei luoghi che vengono considerati ancora dei centri di accoglienza. Violando i diritti umani

Libia, la fabbrica della tortura
Un migrante fa un gesto da dietro le sbarre di una cella nel centro di detenzione in Libia nel gennaio 2017 (Fonte: Unicef/Romenz)

C’è chi ha raccontato di aver subito sequestri, di essersi trovato vicino alla morte, di aver visto qualcuno morire. Altri hanno dichiarato di essere stati costretti ai lavori forzati, di aver vissuto in condizioni di schiavitù per mesi o per anni. A fare luce sulle azioni disumane che si compiono quotidianamente in Libia e nei centri di detenzione  è il rapporto “La fabbrica della tortura” realizzato da “Medici per i diritti umani” (Medu), che ha raccolto tramite i propri operatori le testimonianze dirette di migranti e rifugiati – oltre tremila – nel periodo che va dal 2014 al 2020.

I dati dicono  che l’85% delle persone ha subito torture, violenze e trattamenti inumani e degradanti proprio in Libia. E le ferite del corpo si uniscono a quelle della mente: l’80% presenta disturbi psichici. In particolare  disturbi da stress post traumatico, depressione, somatizzazioni legate al trauma, disturbi d’ansia e del sonno.

Lo scenario descritto dal documento è chiaro: il territorio libico è ormai un grande sistema di sfruttamento di uomini, donne e bambini. In cui la tortura è diventata fonte di reddito per la Libia. Violando in questo modo i diritti umani.  E allora coma agire? 

«Chiediamo  che l’Unione europea e la comunità internazionale si adoperino per la chiusura immediata di tutti i centri di detenzione ufficiali e l’evacuazione, sotto l’egida delle Nazioni Unite, dei migranti e rifugiati li detenuti verso paesi sicuri – ha dichiarato Medu –  Rivolgiamo inoltre un appello all’Italia, all’Unione europea e alla comunità internazionale affinché vengano adottate tutte le possibili iniziative volte alla liberazione delle decine di migliaia migranti e rifugiati rinchiusi nei luoghi informali di detenzione e sequestro».

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Michele D'Amico
Michele D'Amico
Sono nato nel 1982 in Molise. Cresciuto con un forte interesse per l’ambiente.Seguo con attenzione i movimenti sociali e la comunicazione politica. Credo che l’indifferenza faccia male almeno quanto la CO2. Giornalista. Ho collaborato con La Nuova Ecologia e blog ambientalisti. Attualmente sono anche un insegnante precario di Filosofia e Scienze umane. Leggo libri di ogni genere e soprattutto tante statistiche. Quando ero piccolo mi innamoravo davvero di tutto e continuo a farlo.

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