André-Yves Portnoff

André-Yves Portnoff è direttore dell'Observatoire de la révolution de l'intelligence presso Futuribles international

«L’intelligenza sia collettiva. O i problemi globali resteranno irrisolti». Colloquio con André-Yves Portnoff

Professore, scrittore, consulente aziendale, Portnoff è direttore dell’Observatoire de la révolution de l’intelligence. All’indomani dallo sconcertante attacco a Capitol Hill e in piena crisi, gli abbiamo chiesto come costruire uno sviluppo stabile. La risposta è in un pensiero sistemico, sinergico. Prendendo esempio dalla “Serenissima”

L’importanza della visione prospettica e a lungo termine è la chiave del pensiero di André-Yves Portnoff, direttore dell’Observatoire de la révolution de l’intelligence presso l’associazione Futuribles International, che abbiamo interrogato sul presente all’indomani dell’attacco a Capitol Hill. Laureato in Scienze della Metallurgia, professore, scrittore, giornalista e, oggi, consulente aziendale, è stato coautore de La Révolution de l’intelligence (1983), il primo rapporto a introdurre in Francia la nozione di società immateriale. Di formazione cosmopolita, innamorato dell’Italia, ha firmato nel 2019 con Hervé Sérieyx un Manifesto per una Francia “veneziana”, intitolato Alarme citoyens!, nel cui prologo Edgar Morin scrive:

«Questo libro ci mostra che dobbiamo smettere di sacrificare l’essenziale all’emergenza, perché l’essenziale è diventato emergenza. L’essenziale è questo conglomerato confuso di minacce di ogni tipo (ecologiche, economiche, politiche, tecnologiche), di degradi e regressioni generalizzati, misti a tante nuove e promettenti possibilità di futuro».

Edgar Morin, filosofo e sociologo
Edgar Morin, filosofo e sociologo francese

 

Che cosa consente a una regione, un paese, all’Europa di costruire uno sviluppo che sia stabile nel tempo e accresca il bene comune? La risposta – si legge nel Manifesto di Portnoff e Sérieyx – l’ha data, cinque secoli fa, la Serenissima, diventando la capitale mondiale dell’editoria, inventando con Aldo Manuzio il libro moderno, perché soddisfaceva quattro condizioni: era lo Stato più accogliente d’Europa per gli stranieri, garantiva la massima libertà di espressione, aveva i governanti più istruiti e più impegnati contro la corruzione. Quattro condizioni che sono, ancora oggi, più che necessarie per lo sviluppo creativo di un territorio.

Per salvare la democrazia e il futuro del pianeta, “Allarme cittadini!” chiama a praticare una democrazia contributiva, basata su cittadini attivi. È realistico e sufficiente oggi, quando l’autoritarismo dei governi e le spinte sovraniste sono in aumento in molti paesi?
Il destino della democrazia e quello del pianeta sono legati. Il sacco del Campidoglio a Washington è emblematico. Questa aggressione contro un simbolo della democrazia è stata provocata da un Trump negazionista dei problemi climatici; gli insorti estremisti, tutti senza mascherine anti-Covid, adepti di tesi da fantascienza, rifiutano sia la democrazia che le conoscenze scientifiche che dimostrano l’urgenza ecologica. Non per niente gli integralisti islamici fanno saltare le scuole. La conoscenza, necessaria per salvare la pianeta, è da sempre il nemico degli estremisti. Prima della pandemia, c’è chi sosteneva che problemi gravi come quelli ambientali potessero essere risolti solo da una dittatura mondiale, perché i cittadini sono troppo ottusi ed egoisti: un discorso che intendeva giustificare l’ascesa delle onde populiste e autoritarie. Ma le derive nazionaliste impediscono, invece, di risolvere problemi come quello dell’ambiente, che richiedono soluzioni globali e, quindi, accordi sovranazionali.

 

 

E la pandemia da Covid-19 ha dimostrato che le dittature possono nascondere un’epidemia ma assolutamente non fermarla. Dobbiamo difendere i valori democratici e lo Stato di diritto; per questo, chiediamo alla classe politica di fare maggiore affidamento sulle iniziative dei cittadini. La democrazia rappresentativa può trarre forza da una maggiore collaborazione con la cittadinanza attiva; lo Stato e i suoi rappresentanti ricostruiranno la fiducia dei cittadini mobilitandone l’intelligenza collettiva, coinvolgendoli nel processo decisionale. Questo vale anche nelle amministrazioni e nelle aziende. Occorre adottare metodi, come l’Analisi del Valore, che coinvolgono tutti i dipendenti interessati in alcune decisioni, generando trasparenza, quindi fiducia, decisioni più pertinenti e più facilmente applicabili, risparmi a miliardi. Non dimentichiamo, inoltre, che ognuno di noi ha, nella propria vita privata, professionale e sociale, potere d’iniziativa. 

La sopravvivenza dell’Europa richiede, secondo lei, un pensiero sistemico, capace di percepire la complessità della realtà; lei parla di qualità delle interazioni, ma le soluzioni politiche ed economiche al centro del dibattito sono, invece, soluzioni quantitative.
La maggior parte di coloro che guidano l’economia e la politica suddivide i problemi in più pezzi e li affronta separatamente. È più semplice, ma non funziona. La soluzione del tutto non è la somma delle soluzioni parziali. Mauro Ceruti ha descritto i nostri due mali: la semplificazione e la quantificazione sistematiche. Come hanno scritto sia lui che Edgar Morin, se i nostri leader non afferrano la realtà, non possono risolverne i problemi principali, che sono tutt’altro che semplici. Ci rassicura numerare tutto, come incita a fare l’ideologia neoliberista, che avanza idee semplici ma false: l’azienda appartiene solo al capitale, che non deve assumersi le conseguenze delle proprie azioni sulla società e sull’ambiente; l’unica cosa che conta è il profitto immediato; tutto si misura in dollari e l’obiettivo è fare più soldi. Ma sono teorie infondate, come hanno dimostrato Amartya Sen e altri premi Nobel per l’economia. L’umano non si misura in cifre, anche se si possono contare le morti provocate da queste convinzioni perverse. Il cammino del mondo non è un meccanismo che si può spiegare solo con l’economia. I fattori essenziali sono immateriali: desideri, conoscenza, ignoranza, modi di pensare, valori, coraggio… Siamo esseri umani, non robot.

 

il filosofo ed economista Amartya Sen
Il filosofo ed economista Amartya Sen

 

Lei sostiene la necessità di collaborazione tra specialisti e di sinergia tra le conoscenze. Ritiene che questo stia avvenendo?
Il coronavirus mostra crudelmente che cosa sia questa complessità, ignorata dalla maggior parte dei nostri insegnanti, ricercatori, burocrati e dirigenti. Dobbiamo assolutamente riformare la scuola, affinché insegni ai futuri cittadini a decifrare la complessità, lavorare insieme, sviluppare il proprio senso critico di fronte alle fake news. L’insegnamento deve, finalmente, diventare interdisciplinare e gli insegnanti dare l’esempio collaborando tra loro. Oggi, ognuno lavora con i paraocchi, chiuso nel proprio settore. La Covid-19 ha innescato, prima, una crisi sanitaria, facilitata dalla crisi ambientale e inizialmente occultata da un regime dittatoriale, poi aggravata dalla carenza di posti letto e mascherine, a causa della dottrina neoliberista, del funzionamento burocratico e della sete di profitti rapidi. Le conseguenze di queste interazioni sono economiche, sociali, politiche, e possono essere percepite solo globalmente, in modo interdisciplinare. La mediocrità delle nostre interazioni ci ha impedito di mobilitare intelligenza collettiva a sufficienza. L’intelligenza collettiva di un gruppo non è la somma delle competenze dei singoli, ma il risultato della qualità delle relazioni tra i suoi membri. Se si ascoltano, si capiscono, si rispettano e vogliono raggiungere lo stesso obiettivo insieme, l’intelligenza collettiva è alta. Se antepongono il proprio ego, i propri interessi immediati, anche persone brillanti costituiscono un gruppo stupido! La pandemia ha messo in moto formidabili mobilitazioni di solidarietà nel mondo della salute, che pure sta pagando un prezzo alto anche umano alla crisi sanitaria. Ma troppi specialisti hanno litigato, a troppi politici è mancato e manca il coraggio di prendere per tempo decisioni impopolari o che disturbano interessi privati influenti. Screditano, così, pericolosamente se stessi. L’Unione europea sta cominciando a fare la sua parte di direttore d’orchestra, ma siamo ancora lontani da una condivisione efficace delle nostre risorse intellettuali, scientifiche e finanziarie.

 

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La pandemia sta aumentando le disuguaglianze sociali, compreso il digital divide, anche nei paesi sviluppati. Lei ha scritto che la transizione digitale mette in gioco il nostro futuro personale e collettivo. Che cosa dobbiamo fare?
A fronte delle difficoltà nella pratica del telelavoro, è stato detto che le aziende devono migliorare la loro digitalizzazione. Ma il problema non è tecnico; vediamo in tutto il mondo che gran parte delle aziende sfrutta male le possibilità del digitale e dell’intelligenza artificiale. Le ragioni non sono né tecniche né finanziarie, ma organizzative, culturali ed etiche. E questi stessi fattori hanno ridotto la nostra resistenza alla pandemia: organizzazioni troppo segmentate, poche collaborazioni tra squadre e dipartimenti, direzioni molto gerarchiche che disprezzano l’ascolto dei subordinati, non li coinvolgono e gestiscono prevalentemente le proprie azioni in borsa.

 

Le grandi aziende del genere, incapaci di gestire il cambiamento perché trascurano l’intelligenza dei dipendenti e dei fornitori, distruggono posti di lavoro delocalizzando. Il virus ci ha fatto scoprire le conseguenze delle delocalizzazioni. Queste aziende saranno distrutte dai giganti digitali americani e asiatici. Ma non c’è nessuna fatalità. Ho sostenuto che i nostri Stati non dovessero più aiutare questi distruttori del Bene Comune, ma favorire un altro tipo di aziende, che esiste da sempre. Aziende con un capitale “paziente”, determinate a svilupparsi nel lungo periodo e che hanno capito che per farlo devono creare valore per almeno cinque stakeholder: il capitale, certo, ma anche i clienti, i dipendenti, i partner esterni e il territorio. Altrimenti, non dispongono di abbastanza intelligenza collettiva, di creatività interna ed esterna per costruire un’offerta rilevante, o per reinventarsi quando lo richiedono i cambiamenti ambientali. E affinché questo sistema di sinergie sia durevole, l’azienda deve mantenere rapporti leali con i propri partner.

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Alice Scialoja
Alice Scialoja
Alice Scialoja, giornalista, lavora presso l'ufficio stampa di Legambiente e collabora con La Stampa e con La Nuova Ecologia. Esperta di temi ambientali, si occupa di questioni sociali, in particolare di accoglienza. Ha pubblicato il libro A Lampedusa (Infinito edizioni, 2010) con Fabio Sanfilippo, e i testi Neither roof nor law e Lampedusa Chapter two nel libro Mare Morto di Detier Huber ( Kerber Verlag, 2011). È laureata in Lettere, vive a Roma.

1 thought on “«L’intelligenza sia collettiva. O i problemi globali resteranno irrisolti». Colloquio con André-Yves Portnoff

  1. Bello leggere queste cose in un’intervista illustre (bello anche il riferimento alla Repubblica di Venezia, anche se forse Giordano Bruno avrebbe qualcosa da aggiungere). Dato che nel mio piccolo sono anni che cerco di pensare, scrivere, lavorare su questi temi, dirò che nella mia esperienza riscontro un problema di fondo, una difficoltà che impedisce all’intelligenza collettiva di affermarsi come sarebbe necessario. Cioè, siamo tutti magari d’accordo sul discorso in generale, ma quando si tratta di mettersi insieme e cominciare a costruire davvero qualcosa che va oltre il proprio presente impegno personale o di gruppo, verso qualcos’altro che comunque presenta incognite, pochi se la sentono di mettersi in discussione, di partire davvero. Della serie: potevamo fare la rivoluzione, ma non avevamo tempo! Credo che ci manca qualcosa come un “software” che ci permetta di ottimizzare le risorse tecnologiche e umane, per fare veramente qualcosa di diverso. E che, complessivamente, stiamo sottovalutando il problema.

Parliamone ;-)