Paola Caridi, giornalista, studiosa di Medio Oriente. È autrice della monografia “Hamas. Dalla resistenza al regime” pubblicato in una nuova edizione aggiornata dopo l’attacco terroristico del 7 ottobre

Paola Caridi, giornalista, studiosa di Medio Oriente. È autrice della monografia “Hamas. Dalla resistenza al regime” pubblicato in una nuova edizione aggiornata dopo l’attacco terroristico del 7 ottobre (Foto:www.invisiblearabs.com)

Che cosa è Hamas, tra storia, cultura e (nostri) stereotipi. Intervista a Paola Caridi

La giornalista e studiosa del Medio Oriente è autrice di una monografia sulla storia del movimento islamista che ha condotto l’azione terroristica dello scorso 7 ottobre. Con il suo aiuto proviamo a capire di più sull’ingarbugliata situazione israelo-palestinese, al di là di pregiudizi e luoghi comuni

Da quando è scoppiata la guerra nella Striscia di Gaza a seguito dell’azione terroristica del 7 ottobre, l’opinione pubblica occidentale si è trovata a confrontarsi, nella dose di informazione quotidiana, con l’esistenza di Hamas. Molto meno noto di movimenti islamisti e jihadisti che hanno marcato la storia degli ultimi 20 anni – e come vedremo nel corso di questa conversazione, totalmente diverso per natura, origine e affiliazione da quei movimenti – Hamas ha bisogno di essere analizzato e decodificato nella sua specificità. Proprio per evitare quella confusione che rende tutto opaco e che porta a ragionare per stereotipi in una logica di pura contrapposizione tra un “noi” – l’Occidente, ovviamente i buoni – e un “loro” – tutti gli altri, semplicemente i nemici da abbattere. Al di là del giudizio e degli schieramenti, che non rientrano o non dovrebbero rientrare nel lavoro di un giornalista o di uno studioso, la comprensione richiede lo sforzo di addentrarsi in definizioni non scontate, e anche in dettagli e sfumature tutt’altro che secondarie.

Sempre ricordando quel verso de La Dodicesima Notte di Shakespeare: «There is no darkness but ignorance», ovvero: «Non c’è altra notte o oscurità che la non conoscenza».

Proviamo a capire di più con Paola Caridi, giornalista, studiosa del Medio Oriente, autrice della monografia Hamas. Dalla resistenza al regime pubblicato in una nuova edizione aggiornata dopo l’attacco terroristico del 7 ottobre. Caridi è anche fondatrice e presidente di Lettera22. Il suo blog personale si chiama Invisible Arabs come il volume che pubblicò nel 2007 sempre per Feltrinelli.

 

I media occidentali mainstream definiscono Hamas terrorista. Il governo di Israele ne etichetta militanti e miliziani come “bestie” e la guerra a Gaza deve avere lo scopo di annientare Hamas, come continua a chiedere il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Si tratta di definizioni che ci aiutano a capire la realtà di un movimento che è radicato nella storia palestinese?

Lo è, perché ha circa 40 anni di vita, se si parte dall’idea di costituire il braccio politico della Fratellanza musulmana palestinese. Si tratta quindi di un movimento politico, che ha usato strumenti terroristici in diverse fasi (pensiamo ad esempio agli attacchi suicidi delle brigate Al Qassam tra il ’94 e il 2005). Per evitare gli slogan, occorre però sottolineare che la violenza armata è stata utilizzato da tutte le fazioni palestinesi, soprattutto durante la Seconda Intifada. 

Focalizzarci solo su Hamas e brigate Al Qassam non aiuta quindi a leggere correttamente la questione israelo-palestinese, che va ben oltre il 7 ottobre 2023

Guardando alla storia ma anche al presente, qual è il progetto politico di Hamas?

Innanzitutto quello della liberazione della Palestina a cui è connesso l’antisionismo presente nello statuto del 1988. Anche se poi si è mitigato negli anni, soprattutto nel 2005/2006 quando si è realizzata la partecipazione elettorale nel territorio (parzialmente) amministrato dall’autorità nazionale palestinese. L’antisionismo c’era sempre, anche se in una visione di compromesso: non significava accettare l’esistenza di Israele, ma aderire a un’idea della “lunga tregua”, ovvero di un compromesso temporaneo rispetto a Israele. C’è poi una questione interna. Hamas è stata sempre attenta non solo a welfare, ma all’idea di una società che rispecchiasse i canoni islamisti e palestinesi al tempo stesso. In ogni caso, la derivazione è quella dal movimento dei Fratelli Musulmani, nato in Egitto circa un secolo fa, e che non ha nulla a che fare con il jihadismo.

 

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Hamas – come tutti i movimenti politici, anche quelli che usano modalità terroristiche – non è un monolite, ha una sua articolazione interna con un’ala politica – che fa capo a Ismail Aniyeh, leader attualmente in esilio in Qatar e quella militare – guidata da Yahya Sinwar. Si può dire che l’attacco terroristico del 7 ottobre è stato espressione di questa seconda ala del movimento? E oggi, chi comanda dentro Hamas?

La situazione è più complessa. Aniyeh è all’estero come sempre succede per la leadership che non risiede dentro il territorio palestinese occupato per ragioni di sicurezza, dato che teme gli omicidi mirati extragiudiziali che hanno colpito buona parte della dirigenza. Per questo, come capo del politburo di Hamas a Gaza è non in esilio ma è all’estero. Sinwar invece rappresenta Hamas a Gaza e si è profilato come uomo forte nella Striscia, con un rapporto con l’ala militare che data da molti anni. Ora si suppone – perché non ci sono prove e i giornalisti non possono entrare a Gaza – che il rapporto tra Sinwar e ala militare sia sempre più stretto. Anche perché lui aveva cominciato la sua carriera all’interno del gruppo armato di Hamas che lottava contro i collaborazionisti con Israele a Gaza. Ma soprattutto, l’ala militare di Gaza ha sempre di più esteso la sua influenza alla sfera politica. E questo rende comprensibile perché un leader come lui sia sempre rimasto.

 

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Il ragionamento che sentiamo un po’ apoditticamente sui media non solo afferma che Hamas è esclusivamente un gruppo terroristico, ma in più dà per scontato che Gaza si indentifica con Hamas, come se non esistesse altro nella società civile o nella sfera politica della Striscia. Un sondaggio che Arab Barometer ha condotto su un campione di 1000 persone a Gaza tra il 28 settembre e il 6 ottobre – proprio il giorno prima dell’azione terroristica – ha registrato una “sfiducia” della maggioranza dei gazawi nei confronti del partito al governo nella striscia. Sondaggio a parte, cosa sappiamo del consenso verso Hamas, a Gaza ma anche nel resto dei Territori palestinesi?

È uscita un’indagine apparentemente più affidabile, condotta dall’ufficio centrale di statistica dell’Autorità nazionale palestinese, che andava più nello specifico nel capire la fiducia della società  verso i movimenti politici e le istituzioni.

Ebbene, il consenso ad Hamas dentro la Striscia sembra calato. Lì si comprende chiaramente perché la campagna indiscriminata di bombardamenti da parte di Tel Aviv da oltre due mesi ha messo a dura prova una popolazione che già prima non si riconosceva totalmente nel movimento islamista.

Un conto è la militanza islamista, storica e familiare, di molti gazawi, un altro il rapporto con l’istituzione. In 16 anni in cui è stata sigillata dalle autorità israeliane, nella Striscia Hamas è stata sia  Stato, sia potere, che welfare, sia amministrazione civile che forza militare: non pensare alla popolazione come affiliata o contro è troppo schematico. Così, fuori da Gaza, soprattutto negli ultimi due mesi, il consenso è aumentato. Anche a fronte del completo fallimento dell’Autorità nazionale palestinese (Anp).

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Il 19 dicembre un alto esponente dell’Olp (organizzazione per la liberazione della Palestina presieduta da Abu Mazen) ha fatto un appello ai “nostri fratelli” di Hamas per “porre fine alle divisioni e creare le condizioni per le elezioni nazionali”. La storia dei rapporti tra il movimento islamista da un lato e quello laico, fondato da Yasser Arafat e oggi guidato appunto da Abu Mazen, è stata a dir poco burrascosa. Come vede questa apertura: le sembra sincera? In questa dichiarazione tattica si può leggere opportunismo o forse anche debolezza della classe dirigente di Fatah, che da anni governa la Cisgiordania?

Attendiamo la prova dei fatti. La questione della riconciliazione è annosa, dura da 16 anni e ha segnato per ora solo una serie di fallimenti. Ora però è tutto diverso. E lo stesso fatto che si richiami l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), unica legittima rappresentanza anche in chiave internazionale. E questa è l’unica strada: inserire Hamas e poi vedere cosa potrà succedere.

 

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Dopo la guerra – che a un certo punto finirà – nello scenario a oggi plausibile, quale potrebbe essere il ruolo di Hamas? La soluzione “due popoli due Stati” è ancora possibile, e a quali condizioni?

Non si può pensare nessuna soluzione senza la fine delle ostilità. Solo quando sapremo di che tipo sarà (cessate il fuoco vero e proprio, pausa umanitaria, lunga tregua) potremo capire dove andiamo. C’è il rischio che diventi concreta la strategia israeliana dell’espulsione della popolazione palestinese da Gaza – e forse addirittura dalla Cisgiordania. Una nuova Nakba, anzi una riapertura di quella del 1948. Se così fosse, ogni ipotesi all’orizzonte cambierebbe.

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Andrea Valdambrini
Andrea Valdambrini
Giornalista, laureato in Filosofia, ha cominciato sbagliando tutto, dato che per un quotidiano oggi estinto recensiva libri mai più corti di 400 pagine. L’impatto con il reportage arriva quando rimane bloccato dalla polizia sotto la Borsa di Londra con i dimostranti anti-capitalisti. Tre anni nella capitale inglese, raccontandola per Il Fatto Quotidiano, poi a Bruxelles, dove ha seguito le elezioni europee del 2014 e del 2019. Nel 2024 rischia di fare lo stesso, stavolta per Il manifesto.

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