Bruce, il pappagallo kea della Nuova Zelanda

Bruce, il pappagallo senza becco che risolve i problemi

Un pappagallo kea disabile pulisce il proprio piumaggio usando una piccola pietra. In un articolo su Nature, un gruppo di ricercatori neozelandesi ne rivela la straordinaria capacità di usare strumenti e l’abilità nella risoluzione di problemi. Un passo in più per comprendere i meccanismi cognitivi delle altre specie. E l’evoluzione della nostra intelligenza…

Bruce è un kea (Nestor notabilis), un pappagallo che abita le Alpi meridionali della Nuova Zelanda. La sua specie è conosciuta per l’intelligenza e giocosità. Bruce è un individuo “speciale”: gli manca la parte superiore del becco, ma questo non gli impedisce di nutrirsi anche di cibi più duri e, soprattutto, di pulire il suo piumaggio con l’aiuto di piccole pietre.

Già, egli supera la propria disabilità adoperando uno strumento. Dal punto di vista scientifico quanto è importante ciò che è stato osservato in questo particolare pappagallo? Ce lo rivelano gli scienziati dell’Università di Auckland in un articolo pubblicato tra gli Scientific Reports della rivista Nature.

La storia di Bruce

Bruce (Disabled kea uses tools for self-care – The University of Auckland ) è stato trovato da un ricercatore nel 2013, nell’Arthur’s Pass National Park, parco nazionale delle Alpi meridionali della Nuova Zelanda: era un esemplare giovane e la parte superiore del suo becco già non c’era più. Gli studiosi non sono riusciti a ricostruire le cause della lesione che, probabilmente, potrebbe essere dovuta a un incidente con una trappola posizionata per catturare ratti e altri mammiferi invasivi della zona.

Guarda Bruce in un video che racconta la sua storia

 

Il piccolo kea è stato curato nel South Island Wildlife Hospital e vive in un’ampia voliera della Willowbank Wildlife Reserve. È qui che gli scienziati hanno osservato come Bruce affrontava la propria disabilità.

Nonostante gli venissero offerti cibi morbidi per aiutarlo nell’alimentazione, lui si nutriva anche con quelli più duri, spingendoli contro superfici abbastanza resistenti da dargli un sostegno. Mostrava, inoltre, una buona capacità di manipolare diversi oggetti, tenendoli tra la lingua e la mandibola inferiore.

Poi, nel 2019, i custodi della riserva notarono che il pappagallo usava una piccola pietra per pulirsi il piumaggio. Era un comportamento intenzionale? Poteva essere realmente annoverato come utilizzo di uno strumento? Quale contributo poteva dare questa osservazione, se confermata, all’etologia? Prima di rispondere a queste domande è meglio fare un passo indietro, per capire il contesto in cui ci muoviamo.

L’uso di strumenti tra gli animali

Come racconta la scrittrice scientifica Jennifer Ackerman nel libro Il genio degli uccelli, noi esseri umani abbiamo sempre pensato che l’utilizzo e la fabbricazione di strumenti, insieme al linguaggio, fosse una di quelle caratteristiche che ci distingueva dagli altri animali. Homo faber, uomo artefice, per dirla alla Benjamin Franklin.

In realtà l’uso di strumenti nel mondo animale (Cognitive insights from tool use in nonhuman animals. – PsycNET (apa.org)) non è unico come pensavamo ma sicuramente è molto raro: è documentato in meno dell’1% dei generi animali conosciuti e una percentuale ancora minore di specie si occupa della vera e propria fabbricazione di strumenti.

Utilizzo di strumenti nei corvi della Nuova Caledonia

 

Si fa presto, poi, a parlare di uso di uno strumento. Nel tempo sono state elaborate diverse definizioni, e una delle più complete è fornita da Shumaker, Walkup, e Beck (2011) in Animal tool behavior: The use and manufacture of tools by animals, Rev. and updated ed. – PsycNET (apa.org):

Si tratta dell’utilizzo esterno di un oggetto in qualche modo manipolabile, presente nell’ambiente. Esso serve ad alterare in maniera efficace forma, posizione o condizioni di un altro oggetto, di un altro organismo o dello stesso utilizzatore. Inoltre chi usa lo strumento lo fa orientandolo nella maniera più appropriata. Ad esempio, costruire un nido sembrerebbe non essere tra le attività definibili come utilizzo di uno strumento (Tooling – ScienceDirect).

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Anche se raro, questo comportamento ha un’ampia diffusione: ci sono esempi tra insetti, ragni, granchi, lumache, polpi e pesci. I casi più noti si trovano tra mammiferi e uccelli: gli scimpanzé (Pan troglodytes) sono celebri per l’abilità nel fabbricare e manovrare strumenti e i corvi della Nuova Caledonia (Corvus moneduloides) sono abilissimi nel lavorare le foglie di pandano per farne utensili uncinati.

Bruce utilizza intenzionalmente una pietra per pulirsi?

Bruce, il kea senza becco, usa le pietre per pulire le sue penne e piume in maniera intenzionale? In genere, l’uso di strumenti è stato registrato più per fini alimentari che per la cura del proprio corpo, soprattutto in contesti selvatici. In cattività sono stati osservati alcuni esempi, ma questo comportamento non è stato scientificamente riportato in letteratura. Almeno fino ad oggi.

 

Nestor Notabilis
Bruce è un Nestor Notabilis una specie che vive nelle Alpi della Nuova Zelanda

 

Un primo tentativo è stato fatto con le pulcinelle di mare (Fratercula arctica), ma le prove raccolte sembravano non convincere la comunità scientifica. I dubbi scaturiti da quella pubblicazione sono serviti, però, a guidare lo studio degli scienziati di Auckland che hanno seguito Bruce.

I dati hanno mostrato che oltre il 90% delle volte che Bruce ha preso una pietra l’ha usata come supporto per la pulitura del piumaggio. Nel 95% dei casi, quando il pappagallo ha lasciato la pietra, l’ha recuperata o sostituita per continuare a pulirsi. Infine Bruce selezionava pietre di una specifica dimensione, adatte al compito da svolgere.

Inoltre, gli altri 12 kea presenti nella voliera, non solo non utilizzavano le pietre per pulirsi, ma interagivano con oggetti di forme e grandezze diverse rispetto agli strumenti scelti dal nostro pappagallo senza becco. Bruce ha quindi mostrato un comportamento raro negli uccelli, un’ulteriore prova della grande flessibilità dei kea nelle abilità di risoluzione dei problemi. Un nuovo piccolo tassello nella costruzione della nostra conoscenza del comportamento animale, un passo in più verso la comprensione dei meccanismi cognitivi di altre specie che, a loro volta, potrebbero aiutarci a capire meglio anche l’evoluzione dell’intelligenza in noi Homo sapiens.

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Alessia Colaianni
Alessia Colaianni
Laureata in Scienza e Tecnologie per la Diagnostica e Conservazione dei Beni Culturali, dottore di ricerca in Geomorfologia e Dinamica Ambientale, è infine approdata sulle rive della comunicazione. Giornalista pubblicista dal 2014, ha raccontato storie di scienza, natura e arte per testate locali e nazionali. Ha collaborato come curatrice dei contenuti del sito della rivista di divulgazione scientifica Sapere e ha fatto parte del team della comunicazione del Festival della Divulgazione di Potenza. Ama gli animali, il disegno naturalistico e le serie tv.

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